Se un giovane magistrato facesse uno stage in carcere capirebbe meglio a quale responsabilità è chiamato

La scuola di formazione dei magistrati porta le nuove leve nel carcere di Torino. per alcune toghe è un errore: «Condizionati nei giudizi futuri». Ma la maggioranza è favorevole: «Dovremmo andarci tutti»

«Ho visto cose che immaginavo diverse, ho imparato cose non sapevo, ho camminato per corridoi e cancelli che avevo visto solo nei film, ho ascoltato le storie dei detenuti, di quelli che stanno nella sezione “universitaria” e che mi hanno detto com’è l’università fatta dentro il carcere, di quelli che stanno nella sezione “rugby”, che mi hanno parlato con orgoglio della loro squadra, iscritta e in testa al campionato di C…»: inizia così la mail di R., un magistrato che in questi giorni ha accompagnato per la prima giornata di stage penitenziario i mot a Torino. I mot sono i magistrati onorari di tribunale che svolgono la funzione di supplenti dei colleghi pm di carriera, e la scuola che li forma ha previsto anche una loro visita nelle carceri italiane.
Il risultato è straordinariamente sintetizzato da R, nella sua mail spedita ai colleghi di Area, non appena finito il primo giorno di stage: «Lo stage in carcere, quello in cancelleria, quello al consiglio giudiziario, l’incontro con i consigli dell’ordine degli avvocati disegnano il profilo di un magistrato non chiuso in se stesso, che non pensa solo a scrivere il suo provvedimento ma si occupa e si pre-occupa di dove manda i suoi condannati/imputati in custodia cautelare, di come il suo lavoro si integra con le esigenze di cancelleria, di quali sono le esigenze degli avvocati, ecc. ecc. Insomma l’idea di un magistrato che è lì per rendere Giustizia. E non per sbrigare pratiche, né per accumulare pubblicazioni». Ma non tutti in Area la pensano così.

SI CONDIZIONA IL GIUDIZIO. Le più critiche sono le toghe dell’Anm di Napoli, che in un verbale ammoniscono sui possibili condizionamenti emotivi che un giudice subirebbe nel conoscere il carcere. Via mail, riprende la posizione un magistrato addetto all’ufficio di Gabinetto del ministero della Giustizia: «Per unico svantaggio va evidenziata la eventuale suggestionabilità dei giovani colleghi nelle loro future decisioni in ordine alla richiesta o all’emissione di provvedimenti che incidono sulla libertà personale». Il giudice però richiama anche le carte dei diritti dell’uomo e quella di Nizza, e conclude che «la scelta di orientare i giovani colleghi a richiedere misure cautelari meno afflittive rispetto al carcere sembra un saggio consiglio». Qualcuno interviene più criticamente, come un sostituto procuratore antimafia di Napoli: «Forse pur essendo di “sinistra” non ho la sensibilità giusta per capire il senso dell’iniziativa, ma continuo ad avere molte perplessità sul fatto che lo stage, così organizzato sia il modo migliore per far conoscere la realtà carceraria ai nostri giovani colleghi. Per “assurdo” si potrebbe sostenere che stando direttamente con i carcerati in cella il carcere si conosce meglio». E ancor più critico un altro magistrato della procura antimafia napoletana: «Mantengo le mie perplessità sull’idea che la scelta della misura cautelare debba avvenire non già per le esigenze cautelari ma in relazione alle condizioni di vita del carcere. Ho dei limiti, ma non lo condivido. Continuo a credere che la cultura della giurisdizione si acquisisca facendo il magistrato, non su una torre d’avorio, ma negli uffici giudiziari. Dopo di che, se in carcere le condizioni sono disumane, ben vengano non una ma mille condanne della Corte di Giustizia. Forse destinatario dello stage dev’essere il legislatore».

ANDIAMO TUTTI IN CARCERE. Va detto che invece la stragrande maggioranza degli interventi sono a favore di quest’iniziativa. Ad esempio una sostituto procuratore di Monza: «Potrebbe “influenzarli” nelle decisioni future? Se davvero una formazione a tutto tondo, che ha il coraggio di sbattere in faccia a un mot una realtà con la quale, volente o nolente, avrà a che fare, è idonea a togliere al nostro imparzialità di giudizio, significa che abbiamo sbagliato qualcosa nella selezione di quel mot. Se l’equilibrio è ancora una virtù distintiva del magistrato, non posso pensare che sia poi necessario preservarlo da certi spettacoli che potrebbero turbarne il giudizio. Magari la consapevolezza di cos’è in concreto il carcere potrebbe fargli prendere un po’ più seriamente l’espressione “la custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata”, o considerare la funzione rieducativa della pena. Non mi pare un effetto nefasto. Sicuramente gli provocherà mal di pancia, e gli renderà le decisioni più faticose, ma se il nostro mot avesse voluto un lavoro più leggero ne avrebbe scelto uno diverso».
Tra gli altri, scrive anche un giudice che è pure notissimo scrittore di gialli, e ricorda i suoi esordi, sconosciuti ai più, proprio da magistrato di sorveglianza, quando un pm «mi spiegò con efficace rozzezza che “noi e la polizia lavoriamo per metterli dentro, e voi giudici di sorveglianza vanificate il nostro lavoro tirandoli fuori”». Spiega, il giudice-giallista, come però la giurisprudenza della Corte costituzionale abbia sempre imposto la finalità rieducativa della pena, e conclude: «Le condanne dell’Ue all’Italia per le carceri non riguardano un mero fenomeno amministrativo (cattiva gestione), ma la natura stessa della pena così come il costituente la volle. Secondo me, dunque, non centrate su questa mirabile iniziativa della scuola: che andrebbe semmai estesa a tanti di noi altri vecchi e stanchi operai di “sentenzificio” bagattellaro e pure ai rappresentanti dei pm».