Se non si riconosce il diritto alla vita tanto vale erigere una nuova Rupe Tarpea

Se accettiamo che il diritto alla vita venga negato, accetteremo per forza di cose, che qualcuno o qualcosa ci dica chi debba vivere e chi no

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Gentile direttore, nell’epoca dei tanto e tanti decantati diritti, sembra, che in molti si dimentichino del diritto dei diritti, di quello che li precede tutti, cronologicamente e logicamente. Il diritto alla vita. Senza la vita non si possono avere, né tantomeno esercitare, diritti. È lapalissiano.
Tutti, quindi, dovrebbero avere il sacrosanto diritto alla vita. Se non si garantisce questo gli altri perdono di significato e non hanno più ragion d’essere. Se non mi si riconosce il diritto alla vita, che cosa me ne faccio del diritto alla privacy o di quello di poter eleggere il mio rappresentante in parlamento?
Eppure, a ben vedere, questa ovvietà non è più così scontata. Si prendono sempre più decisioni contro il diritto fondamentale, come se nulla fosse. Ma fermiamoci un istante a riflettere.
Se accettiamo che il diritto alla vita venga negato, accetteremo per forza di cose, che qualcuno o qualcosa – le leggi, lo Stato, gli intellettuali, il ministero della propaganda, l’uomo dei fumetti, il genio della lampada, ecc. – ci dica chi debba vivere e chi no. Ebbene, coloro i quali sono incaricati di decidere, in base a quale criterio lo faranno? Quale sarà il discrimine tra il degno ed il non degno?
La domanda mi sembra più che legittima, perché, per poter affermare chi abbia diritto e chi no bisogna stabilire, in termini logico razionali, dei criteri e delle modalità di valutazione a cui attenersi scrupolosamente. Un vero e proprio paradigma. A meno che non si voglia prendere questa decisione attraverso la lettura dei fondi del caffè o tirando dei dadi.
Qual è, dunque, questo criterio? Il reddito? L’intelligenza? Forse la bellezza? Oppure la forza? Magari la statura? O Il colore degli occhi e dei capelli? La forma delle sopracciglia? I portatori sani di sexy “monociglio” sono degni o no? Dovremo, dunque, metterci d’accordo.
Semplificando, potremmo fare così. Tutti coloro i quali non sono inseriti nel sistema produttivo, che non fanno parte di associazioni di categoria, coloro che non sono ancora nati o che sono prossimi alla morte, e ancora, per sintetizzare – i malati, i deboli e gli indifesi – non hanno diritto alla vita. Diciamolo chiaramente e senza tanti giri di parole.
Erigiamo una nuova Rupe Tarpea. La chiameremo con un nome più adeguato e seducente, che la renda più accettabile all’opinione pubblica, ad esempio “la Roccia dell’altruismo” – mai sottovalutare il potere delle parole -. La dipingeremo con colori accattivanti, tipo fluo, la addobberemo con nastri di strass e paillettes. La faremo diventare esteticamente gradevole ed anche un po’ profumata, tanto per non offendere la sensibilità di nessuno, non degni in primis. Il tutto sarà, ovviamente, accompagnato dall’immancabile trittico, musica, ricchi premi e cotillon.
Se questa opzione non ci soddisfa appieno potremmo stilare un aggiornatissimo modello di “uomo nuovo” a cui adeguarsi. Chiaramente di stampo Novecentesco, scegliete voi il regime, è indifferente.
L’importante è che si trovi questo benedetto discrimine tra chi sia degno di vivere e chi no e che lo si riveli apertamente. Finalmente così la smetteremo di prenderci in giro e chiameremo le cose con il loro nome. Sarà una liberazione per tutti. Tutti contenti, nessuno escluso, nemmeno l’immeritevole di turno.
Magari un giorno ci sarà anche la possibilità di alzarsi la mattina e di sperimentare il brivido di far parte dei non degni, così di punto in bianco. Per sopraggiunti limiti di età, oppure, perché qualcuno avrà ampliato i criteri inclusivi del suddetto paradigma. Un po’ come quando da ragazzi si tirava a sorte e capitava il bastoncino più corto. Quel giorno, forse, conosceremo il vero sapore della mielosa e mortifera cultura dell’ipocrisia.
Valerio Perini, via email
Foto da Shutterstock

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