Se le proposte dei saggi sono le stesse che otto anni fa sinistra e referendum bocciarono

Dopo la presentazione del lavoro del gruppo nominato da Napolitano, il diavolo Berlicche si rallegra di aver fatto perdere agli italiani quasi due lustri

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Mio caro Malacoda, habemus relationem! I dieci saggi hanno consegnato le loro proposte al presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, che le consegnerà al suo successore. Lo dico senza ironia, sono proposte sagge. Te ne elenco alcune, soprattutto in materia di riforme istituzionali.

I saggi propongono di ridurre il numero dei parlamentari: 480 deputati, 120 senatori. Oggi i deputati sono 630, circa uno ogni 95 mila abitanti, meglio uno ogni 125 mila. I 120 senatori vanno ripartiti in proporzione al numero di abitanti in ciascuna regione.

I saggi dicono basta al bicameralismo perfetto, ritenuto una delle cause delle difficoltà di funzionamento del nostro sistema istituzionale, e propongono che ci sia una sola Camera politica e un Senato rappresentativo delle autonomie regionali.

I saggi dicono che le riforme costituzionali necessitano sempre di un referendum confermativo.

Nel ruolo che mi compete di generatore di confusione e di incertezza non posso che aborrire queste soluzioni, ma se mi metto nei panni di un osservatore terzo non posso che confermare, c’è della saggezza in queste proposte.

Ma allora ti pongo un quesito: la saggezza vien con gli anni, non solo dei singoli ma anche delle stagioni politiche, e muta nella considerazione delle soluzioni a seconda del periodo e del proponente? Detto altrimenti: ciò che è saggio oggi era saggio anche otto anni fa?

Otto anni fa, nel 2005, il Parlamento italiano approvò una riforma costituzionale che, tra l’altro, prevedeva: la riduzione del numero dei parlamentari, la fine del bicameralismo perfetto, il referendum confermativo per le riforme istituzionali anche se i cambiamenti erano stati approvati a maggioranza di due terzi delle Camere. I deputati scendevano da 630 a 518, i senatori da 315 a 252. Spettava alla Camera decidere su tutte le questioni riguardanti lo Stato, mentre il Senato delle Regioni si sarebbe occupato di legiferare su materie concorrenti, cioè riguardanti sia lo Stato sia le Regioni. Le leggi venivano approvate in una sola delle due Camere, salvo rare eccezioni.

Quella riforma costituzionale fu giudicata irricevibile dall’allora opposizione, sottoposta a referendum non essendo stata approvata con la maggioranza qualificata dei due terzi del Parlamento e bocciata dal risultato della consultazione popolare il 25 e 26 giugno del 2006. Votarono 52 elettori su 100 (chiudersi in un seggio a fine giugno anche se c’è in ballo la Costituzione non sembra il primo desiderio degli italiani) e di questi 61 bocciarono la riforma 39 la approvarono.

C’era, è vero, in quella nuova Costituzione, la deprecata “devolution” bocciata in massa soprattutto dai votanti dell’Italia meridionale e, singolare coincidenza, della Provincia autonoma di Bolzano, ma otto anni dopo, per affrontare la questione meridionale e quella settentrionale, i saggi propongono una «politica nazionale differenziata per aree, per tenere conto della diversa efficacia applicativa, predisponendo incentivi e sanzioni per i singoli attori (amministrazioni, strutture, dirigenti)».

Ora ci sarà chi spiegherà che “questo” Senato delle regioni non è come “quel”, l’attuale attenzione alle diversità regionali non è la devolution, eccetera. Ma la nostra soddisfazione per aver fatto perdere otto anni agli italiani dove la mettiamo?

Tuo affezionatissimo zio Berlicche

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