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Robot, reincarnazioni, tecnologia virtuale: nel futuro cambierà tutto tranne l’uomo

maggio 24, 2018 Edoardo Zaccagnini

La raffinata fantascienza distopica delle grandi serie tv (Altered Carbon, Black Mirror, Westworld) ha un minimo denominatore comune: senza Dio l’uomo resterà sempre infelice.

tratto dall’Osservatore Romano – Un futuro senza felicità. Nonostante i presunti miracoli della scienza. Nemmeno quando, come nell’americana Altered Carbon (disponibile su Netflix da febbraio scorso) si pensa di aver sconfitto la morte: siamo nel 2384 e l’uomo è riuscito a incapsulare la coscienza in una pila digitale. Così, quando un corpo muore se ne può trovare un altro — vero, clonato o costruito sinteticamente in laboratorio — e vi si può depositare dentro ciò che fino a quel momento si è vissuto: ricordi, emozioni, il proprio mondo interiore. Una «custodia», la chiamano, che garantisce vite teoricamente senza fine. Affascinante, senza dubbio; ma tanto sviluppo non ha eliminato le sofferenze o la violenza umana, non ha donato serenità e pace all’uomo.

Ha peggiorato, semmai, la qualità dei rapporti umani visto che in Altered Carbon — tratta dal romanzo Bay City di Richard K. Morgan, del 2002 — dominano lo squilibrio sociale e l’ingiustizia, il buio e la decadenza spadroneggiano visivamente e soprattutto moralmente. Il veleno del degrado ha imbarbarito e imputridito a dismisura la società, indifesa da un potere stretto nelle mani di pochi, ricchissimi, che possono permettersi «custodie» sempre più perfette. Non torna l’equazione tra espansione scientifica e miglioramento della condizione umana, e se virtuale e reale sono ormai liquidi, in Altered Carbon gli antichi problemi dell’uomo sono ancora tutti là: insoddisfazione, ira, invidia, odio, arrivismo, egoismo, sopraffazione. Incancreniti, inaspriti, inselvatichiti perché la sensazione di aver sconfitto la morte ha portato gli uomini a snobbare Dio, a sfidarlo con superbia, a smarrire, di conseguenza, quei preziosi punti di riferimento che portano una vita alla sua piena realizzazione, al di là della durata terrena.

Anche nella magnifica complessità della prima stagione di Westworld (la seconda, sempre prodotta da Hbo, è partita in Italia il 30 aprile scorso, sempre su Sky Atlantic) ci sono uomini che attraverso la tecnologia hanno provato a sostituirsi a Dio. C’è soprattutto un certo Robert Ford (Anthony Hopkins) che gioca a farlo attraverso la costruzione di creature artificiali a uso e consumo suo e di quell’umanità che adopera la scienza per assecondare i propri istinti e le proprie debolezze, di fatto alimentandole. Ford, insieme al socio Arnold, ha generato androidi con i quali soddisfare le pulsioni umane più recondite e feroci: li ha inseriti in un parco a tema che riproduce fedelmente il selvaggio west, un luogo artificiale nel quale le persone possono entrare e rapinare, uccidere e stuprare senza che venga loro torto un capello, senza che nessuno le giudichi o le condanni. Basta pagare un bel mucchio di soldi!

Dove tutto è concesso recita il sottotitolo di questa serie tratta da un film del 1973: Il mondo dei robot, di quel Michael Chricton già autore di Jurassic Park, il romanzo da cui Steven Spielberg, nel 1993, trasse un film che già accennava ai pericoli della manipolazione della natura attraverso la scienza. Non si può dire che Westworld, ideata da Jonathan Nolan (il fratello di Christopher) e da Lisa Joy — con J.J. Abrams tra i produttori — si dedichi esclusivamente al controverso rapporto tra uomo e tecnologia: molteplici sentieri di lettura, infatti, si aprono in questa fantascienza raffinata, impegnativa e labirintica, organizzata su diversi piani temporali. La filosofica ricerca di se stessi, ad esempio, rappresentata dalla metaforica presa di coscienza e successiva ribellione degli androidi; ma è evidente anche la presenza di una riflessione sull’evoluzione dell’intelligenza artificiale, sulle potenzialità e i pericoli che una tecnologia sempre più accelerata e invasiva offrirà a una società del futuro spasmodicamente alla ricerca di comodità e appagamento fisico.

È il tema portante anche di Black mirror, la serie antologica inglese che immagina come l’uomo continuerà a combattere le proprie ansie e frustrazioni con un uso sempre più esasperato della tecnologia; la quale, tuttavia, si ritrova a produrre evidenti e dannosi effetti collaterali.

Un episodio della quarta stagione (disponibile su Netflix dal 29 dicembre scorso) si intitola uss Callister e mostra un uomo socialmente fragilissimo, anche se è un genio nel suo lavoro di programmatore. Per uscire dalla sua condizione, ha costruito una realtà virtuale in cui ha inserito, clonati e senzienti, quei colleghi da cui ogni giorno è vessato, ed elettosi loro capo si vendica di loro come un dio sadico. Rimarrà imprigionato nel suo inferno virtuale, come impigliata nei suoi tranquillanti digitali rimarrà la madre ansiosa dell’episodio Arkangel, che ha inserito nel corpo di sua figlia uno strumento di controllo a distanza: ogni spostamento ed esperienza della ragazza è visibile alla madre mediante un tablet, ma l’ossessione del controllo indebolirà progressivamente le capacità della donna di gestire l’incontrollabile fluire della vita, conducendola alla rottura drammatica e dolorosa con sua figlia.

Nell’episodio Black museum è centrale il tema del trasferimento di coscienza: la mente di un condannato a morte è trapiantata dentro un ologramma in un museo del crimine, e i visitatori possono perversamente infliggergli sofferenza. Nello stesso episodio un medico entra nella coscienza dei suoi pazienti per capirne meglio i sintomi e un marito assorbe la mente di sua moglie deceduta divenendo il contenitore umano di due vite. Puntuali arrivano i “ma”, i naturali rigetti per una manipolazione incontrollata della nostra natura, e l’angosciante Black mirror, al di là della sua notevole capacità di intrattenere, diventa ulteriore strumento per riflettere sulla delicatezza della grande rivoluzione in atto, utile se capace di nutrire i rapporti tra esseri umani; dannosa quando li indebolisce o li sostituisce, quando ci illude che la pienezza delle nostre vite passi per l’annullamento delle imperfezioni, delle insicurezze, della fragilità e della precarietà.

In quei casi, sarà capace solo di infettare le ferite che ci portiamo dentro da sempre, e nonostante i miracoli presunti della scienza, quel futuro sarà senza felicità.

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