Quell’ultimo scampolo di ragione che coltiviamo in combutta con le femministe

La manifestazione di Parigi contro l’utero in affitto l’ha voluta un gruppo di francesi guidate da una allieva di Derrida. Difficile definirle delle disperate utopiste di un mondo che non c’è più

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Il due febbraio di Parigi (contro l’utero in affitto, la maternità surrogata, la trasformazione delle donne in fabbriche di bambini) somiglia al Family Day. Numeri assai più piccoli, ma con un vantaggio formidabile. Non è stata una manifestazione espressiva del popolo cattolico straccione, quindi non ha avuto bisogno dei distinguo della Cei e del Vaticano, e non ha dovuto sopportare il sottile disprezzo dei catholical chic. La fortuna per la manifestazione di Parigi è che l’hanno voluta un gruppo di femministe francesi, guidate da una allieva di Jacques Derrida, Sylviane Agacinski. Difficile stenderle al tappeto come inguaribili utopiste di un mondo che non c’è più, o seppellirle come una nostalgia fuori tempo. Come si fa a non vedervi in controluce il desiderio di dialogo profondo e di incontro con tutti, anche con le persone omosessuali, che ha animato il Family Day? Non è proprio giusto impiccare il cuore di due milioni o trecentomila persone, fate vobis, a degli slogan sbagliati, così da sputazzarli meglio.

La manifestazione di Parigi dimostra, in combutta con il Family Day, che – come ha detto il cardinal Camillo Ruini in una bella intervista con Aldo Cazzullo – non esiste solo la modernità o post-modernità che scivola verso la dissoluzione di qualunque evidenza, che non sia l’assenza di evidenze. Esiste un ultimo scampolo di ragione (=senso religioso) insopprimibile, anche ora, anche adesso. L’incontro personale è la via maestra. Ma perché rinunciare alla scena pubblica, come se fosse inesorabilmente in mano al diavolo, e dunque solo e sempre deformatrice della testimonianza del vero, del bello e del bene?

Boris è un indegno cultore del mirabile pensiero di una filosofa italiana, Luisa Muraro. Da una vita, da sinistra sta vigorosamente picconando “il bunker di cemento armato” della ragione razionalista (vedi Benedetto XVI al Bundestag, 23 settembre 2011). Era il 2000, sedici anni fa, quando Luigi Manconi mi suggerì di leggerne i libri. Fatto. Il suo pensiero somiglia tremendamente a quello di Pier Paolo Pasolini. Denuncia una sorta di genocidio culturale. Indica una strada. Il recupero della evidenza originaria dell’essere stati fatti da qualcun altro, di non essere noi i padroni del nostro corpo. Di lei cito due frasi che trascrivo da Avvenire. E propongo alla riflessione di tutti, proprio di tutti.

«La causa (del preteso diritto di essere padri e madri con l’utero di un’altra donna, a cui portar via il bambino appena nato, ndr) è un neoliberismo – non economico ma culturale – che predica la totale disponibilità del proprio corpo. Il che poi era la parola d’ordine nel passato di alcune femministe con quell’“io sono mia”, slogan poco sensato al quale non ho mai aderito (la vita l’abbiamo avuta in dono, prima di tutto da una madre, dunque è un dono da ricambiare con altre persone). Per questo micidiale neoliberismo tutto deve tradursi in merce, tutto si compra e si vende. Non è solo un business, è una cultura, una tendenza generale a farci ragionare in questi termini. Poi però è vero che dietro ogni falso diritto c’è sempre un business che lo rafforza. I popoli europei sarebbero molto lontani dagli eccessi di questo capitalismo statunitense, ma è difficile svincolarsi dalle leggi del mercato globalizzato. Oggi combattere davvero per la libertà significa riuscire a gestire con saggezza la potenza tecnoscientifica e soprattutto difendersi dal mercato, che non è più progresso, è una macchina che stritola la gente. Dobbiamo dirlo ai giovani».

Ancora:

«Sebbene su tante cose la mia morale non coincida con quella cattolica, noi femministe dobbiamo avere il coraggio di dire che l’etica cristiana non è contro le donne. E non dobbiamo avere paura di coincidere nelle parole e nelle azioni, quando coincidono le nostre buone ragioni. Dobbiamo avere la semplicità di farlo. Quando dalle due parti ci si comporta con lealtà e coerenza, e le posizioni sono giustificate, non fanatiche, ci si aiuta in modo importante».

Foto Ansa


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