Pompei, dieci ideuzze per salvarla (senza costringere i turisti giapponesi a farla in un angolino)

Modeste proposte profane per trasformare la cattedrale dell’italica decadenza in un luogo dove divertirsi e imparare. Sempre che il magnifico rettore dell’univeristà del vasellame di coccio non se la prenda

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Il caso di Pompei è la dimostrazione quotidiana che la crisi economica in Italia se la infliggono gli italiani. Il sito archeologico più grande e forse più struggente del mondo stacca ogni anno circa due milioni di biglietti per un incasso che arriva a venti milioni di euro. Non servirebbero colpi di genio: basterebbe un po’ di buona amministrazione per raddoppiare la cifra, minimo.

L’Unione Europea ha da poco stanziato 105 milioni di euro per i restauri e tre anni fa il più grande consorzio francese di multinazionali – Epadesa – offrì venti milioni l’anno a salire per dieci anni: respinti. O meglio, le cronache raccontano che una mattina a Epadesa si svegliarono con la luna storta e se ne tornarono a casa senza più cacciare un soldo: Epadesa è statale e soggetta a spoil system; e siccome si avvicinavano le elezioni presidenziali con la probabile vittoria di François Hollande su Nicolas Sarkozy, per opportunità politica era il caso, si disse ufficialmente, di fermarsi un momento. In realtà i francesi si erano dati alla fuga terrorizzati dalla demenziale burocrazia che sottopone Pompei a una decina di controlli incrociati da parte di enti statali e locali (comune, provincia, ministero, sovrintendenze, consigli superiori…) in conflitto fra loro oppure legati da rapporti di ispirazione mafiosa (non per forza in senso criminale) studiati per la conservazione del piccolo potere.

I problemi di Pompei sono più o meno noti e numerosi. Ci sono i crolli, naturalmente. Ci sono gli stucchi in rosso pompeiano che si staccano irrecuperabili nell’indifferenza perché fa più rumore un muro di contenimento che viene giù. C’è un’accoglienza sul sito di sacralità ottocentesca, per cui si deve girare una città intera (la vecchia Pompei è 66 ettari) che è una successione di pietre senza bagni o punti di ristoro, se non un bar Autogrill che, quello sì, è uno scempio per gli occhi. Non ci sono indicazioni né dentro né fuori, non ci sono strade adeguate, non c’è assistenza per chi arriva coi bambini. C’è la criminalità organizzata che esercita il suo dominio.

Questo articolo, però, a parte una lunga e inevitabile premessa, non vuole essere un articolo di lagna o di denuncia. Vuole essere un elenco di dieci proposte per salvare Pompei, redatto senza la presunzione di volere essere ascoltati.

UN’INFORMAZIONE
Pompei può essere girata per ore senza capirci nulla. Non ci sono pannelli esplicativi perché i pannelli esplicativi sono antiestetici e troppo popolari per le ambizioni sacerdotali della nostra polverosa cultura. Si arriva davanti a una domus, si vedono degli affreschi e non si sa a chi appartenesse la domus e che cosa significhino gli affreschi. Non si sa che qui c’era una scuola, là la villa di chi prestava soldi a usura, dietro l’angolo la lapide che ricorda il duumviro, un po’ oltre c’è il fornaio, su quel muro l’incisione di una promessa elettorale (se mi voti avrai il pane buono, testuale). Pompei è magica perché per il 90 per cento è rimasta come era. Ci vorrebbe niente a trasformarla da necropoli nella fissità eterna a luogo cui si restituisce vita. Oggi ci sono le guide (bravissime, ma costose e non bastano per tutti) o le audioguide (scomode e sbrigative). Entrare da soli a Pompei è come entrare in un cinema a vedere un film di un solo fotogramma.

UN RINFRESCO
Ogni qualche decina di metri, alcune case hanno davanti dei banchi in pietra con due secchiai. Vi si vendevano, fino all’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo, vino, bevande calde e fresche, oltre a panini e spuntini, carne cotta alla griglia, frutta. Erano i fast food del tempo. Sarebbe sacrilego riadattarli a beneficio dei turisti?

UN BOCCONE
Come accennato, a Pompei c’è un punto di ristoro Autogrill, di quelli che si trovano a Serravalle Scrivia o a Sasso Marconi, e si mangiano il panino Fattoria o la focaccia Camogli. Fine. In una città intera. Se ne dovrebbero aprire di più, magari più in sintonia con il luogo, magari in grado di proporre pietanze o interi menu della cucina dell’antica Roma. Vorrebbe dire trascorrere una giornata nel passato, anziché in un posto del passato.

UNA GIORNATA
Una delle collane storiche di maggior successo degli ultimi decenni appartiene alla Bur di Rizzoli, e racconta la vita quotidiana nel Rinascimento o nella Grecia di Socrate o nella Francia rivoluzionaria del 1789. La storia non è soltanto delle guerre o dei re o delle conquiste tecnologiche, è anche delle minuzie di ogni giorno. A che ora si svegliavano a Pompei? Come facevano toeletta? Che c’era per colazione? A che ora si andava alle terme? C’erano spettacoli? Come si vestivano? Quali regole di galateo seguivano? Le donne, quali compiti avevano? Che mestieri erano diffusi? E gli schiavi, in che condizioni erano tenuti? Basterebbe comprare un bel libro recente, quello di Piero Angela per esempio. Oppure si potrebbe pensare a dei figuranti in costume che riproducono (in orari e zone particolari) brani di vita quotidiana. Naturalmente se la cosa non dovesse dispiacere – per ragioni di protocollo scientifico – al magnifico rettore associato dell’università del vasellame in coccio.

UN FOCHERELLO
Gli scavi sono aperti, a onore di chi ci lavora, sette giorni alla settimana. Aprono alla mattina e chiudono al tramonto, perché naturalmente non c’è illuminazione. Pensate a quanto sarebbe suggestivo visitare Pompei rischiarata a torce nelle sere d’estate. Non è un’idea così recente: Adolf Hitler, che più di Benito Mussolini è l’inventore della propaganda moderna, teneva le sue adunate nelle piazze buie accese dai fuochi, perché sapeva che è quella la luce che riscalda i cuori.

UN PARCHETTO
Visitare Pompei coi bambini è impossibile: si cammina per ore su un lastricato meraviglioso ma sconnesso cercando di carpire un brandello di storia. I piccoli si scocciano dopo duecento metri e quindici minuti. Certo, se avessero un parco giochi dotato di casette prefabbricate con l’animazione e il ristorante, li si parcheggerebbe lì, facendo felici sé e loro. Una raccomandazione all’infanzia: non urlate che si disturbano le anime millenarie della città perduta.

UN GOCCINO
Tre bagni in una città intera. Uno all’ingresso, uno alla Villa dei Misteri, in cima alla collina a tre chilometri dal centro, e uno al famoso Autogrill (l’ultima volta che il cronista c’è stato, i due bagni dell’Autogrill, uno per donne e l’altro per uomini, erano guasti). Un giovane giapponese, disperato nella lotta fisiologica, ha ceduto all’italianitudine e l’ha fatta in un angolo, fra la casa di un Fabius Helveticus e quella di una Sestilia Flacilla. Questo non è nemmeno un suggerimento, è un invito alla decenza.

UN’INDICAZIONE
In un paese normale, le indicazioni per Pompei arrederebbero l’intera rete autostradale. Da noi no: per imbattersi nel cartello di Pompei, lungo la A1, bisogna arrivare a Pompei. Anzi, nemmeno la A1, che finisce a Napoli, ma oltre, visto che Pompei è fra Napoli e Salerno e però non si deve prendere per Salerno ché si finisce in capo al mondo. Un groviglio. Fortuna che hanno inventato i navigatori. Usciti a Pompei, ci sono parecchi cartelli di quelli marroni che conducono agli scavi, sebbene siano cartelli ordinari e minuscoli. Chiunque di voi, fosse il sindaco della città, metterebbe segnali di cinque metri quadrati, luminosi e fosforescenti. Ma voi non fate il sindaco. Qui non vogliamo arrivare al punto di esortare a riempire le buche – le voragini – che abbelliscono gli asfalti pompeiani: sarebbe una norma di civiltà anche a Morlupo.

UNA LEZIONE
Fra i sommi sacerdoti della cultura moderna ci sono anche gli archeologi. A Pompei, come a Roma e nel resto d’Italia, lavorano dietro transenne coperte da teli per impedire la vista a chi passa. Eppure il lavoro dell’archeologo è fra i più seducenti che ci siano e lo si potrebbe rendere remunerativo consentendo l’accesso guidato ai cantieri. Un cicerone spiegherebbe che cosa si sta facendo, perché, con quali tecniche e materiali, come si faceva in passato, quali studi servono, e così via. L’ideuzza, girata a un archeologo, è stata archiviata così: non siamo scimmiette in gabbia.

UN MONDO
Come fare tutto questo nell’Italia di oggi, e precisamente nel Sud Italia di oggi, e meglio ancora in una delle aree a felice dominio di criminalità organizzata? Bisognerebbe – ma qui siamo all’utopia – trasformare l’intero posto (con Ercolano, Oplontis, Stabia eccetera) in una zona franca a controllo internazionale. Sottoporre le aree archeologiche alla tutela dell’Onu e all’organizzazione di una fondazione mondiale di mecenati.

Una Pompei del genere non sarebbe la Pompei come la conosciamo oggi. Diventerebbe un luogo dove divertirsi e imparare anziché una cattedrale del raccoglimento attorno al tempo che passa (e all’incuria che lo accelera). Diventerebbe, soprattutto, una macchina da soldi di esempio ad altri siti archeologici d’Italia, e il sistema di conservare il clamoroso tesoro ereditato dai nostri avi. Per cui – considerando anche l’incompetenza scientifica di chi scrive – prendete questo articolo e incartateci la merenda.

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