Perché Kendrick ha dato la pelle per i suoi amici?

Bullismo, armi, gender, salute mentale. L’America si arrovella per capire cosa ha portato due ragazzi ad fare fuoco sui compagni. Ma non su quello che ha portato uno di loro a gettarsi carne e ossa contro la pistola

Una manifestazione per ricordare le tredici vittime del massacro alla Columbine Hight School

Qual è la molla che fa scattare il dito di un ragazzo sul grilletto di una pistola? Se lo chiede l’America ogni volta che uno “shooter” apre il fuoco a scuola, se lo chiede anche adesso mentre assiste agli interrogatori del 18enne Devon Erickson e della 16enne Maya McKinney. I due ragazzi che sono stati arrestati per la sparatoria avvenuta martedì scorso alla STEM School Highlands Ranch di Denver, in Colorado: un morto e 8 feriti il bilancio di quella che ora tutti dicono poteva diventare “un’altra Columbine”, la scuola distante dalla Stem appena una manciata di chilometri dove vent’anni fa 12 studenti e un insegnante vennero massacrati da due ragazzi armati che prima di suicidarsi riuscirono a ferire altre 24 persone.

UN GIGANTESCO IMPREVISTO

Poteva ma non è stato: perché su Devon e Maya si è scagliato un grosso imprevisto. Un ragazzone, Kendick Castillo, che appena li ha visti entrare in classe con una pistola si è gettato su di loro facendo scudo ai compagni, permettendo loro di ripararsi dietro i banchi o scappare. Un «eroe», che ora il paese, ancora una volta incagliato nel dibattito sulle armi da fuoco, celebra in tv e sui giornali, magnificandone il coraggio, il sacrificio. Ma senza porsi una altrettanto grande domanda: quale sia stata la molla che ha fatto scattare Kendrick a gettarsi, armato di sola carne e ossa, contro quell’arma puntata da un ragazzo come lui.

UNA LEGGENDA, UN SOLDATO, UN BUONO

Erano più di mille a piangerlo durante la veglia in palestra la sera successiva alla sparatoria. Brendan Bialy, che insieme a un altro studente ha aiutato Kendrick a fronteggiare i tiratori, ha reso onore al compagno dicendo: «È morto una leggenda, è morto un soldato, ha preso il suo biglietto per il Valhalla, e so che sarà con me per il resto della mia vita. Chi è entrato nell’edificio con un piano malvagio e con assoluta vigliaccheria, cercando di coglierci di sorpresa e con le armi, ha comunque perso. Si è dovuto arrendere alle persone buone». Nessuno sapeva ancora che fosse morto, eppure l’insegnante Sara Haynes, che aveva avuto Kendrick in classe alle elementari, accorsa sul luogo della sparatoria aveva subito chiesto ai suoi ex studenti «pensate che Kendrick abbia cercato di bloccare lo shooter?», «sì!», avevano risposto in coro: «Voglio dire, non è stata una sorpresa per noi, sapere che avrebbe dato la sua vita per gli altri».

«NON MI SORPRENDE AFFATTO!»

Non è stata una sorpresa nemmeno per il padre di Kendrick, John Castillo: «Vorrei tanto che fosse corso a nascondersi – ha detto al Denver Post – ma non era da lui: proteggere le persone, aiutarle, questo era nelle sue corde». Dolce, bizzarro, divertente, allegro, pulito: sono solo alcune delle parole usate da insegnanti e compagni per raccontare questo ragazzo prossimo al diploma che eccelleva nella tecnologia e nella robotica, «nessuno era cattivo con lui, se qualcuno piangeva o era in difficoltà, ecco che Kendrick correva a parlargli». Anche suor Loretta Gerck, che lo conosceva fin dall’asilo, saputo cosa era accaduto ha esclamato: «Non mi sorprende affatto!». Ma dove aveva imparato, Kendrick, questo abc così definitivo dell’esperienza umana?

I MEDIA DISSODANO LA TERRA DEI SOCIAL

Senza storia non c’è persona, neanche la più malvagia. Ogni istante un ragazzo è la sua storia e la sua libertà. Ora l’America si arrovella per dare un senso alla sparatoria, si chiede perché Devon e Maya abbiano fatto fuoco, indaga, dissoda la terra del social per comprendere la storia dei due assassini. Devon, che compare esile in tribunale con la testa bassa, una zazzera di capelli neri spruzzati di viola a coprirgli il volto, non sembra affatto il ragazzino ricciolo delle prime foto trovate in rete, precedenti a un difficile percorso di identità sessuale, e ai post (oggi rimossi) in cui scrive cose come «Sapete chi odio? Odio tutti i Cristiani che odiano i gay, infatti nella Bibbia, dice il Deuteronomio 17, 12-13, se qualcuno non fa ciò che i preti ordinano, possono essere uccisi». Amava la musica, Obama, South Park, recitava nei musical, aveva mandato il suo curriculum per una parte in The Walking Dead. E ora è accusato di omicidio.

MAYA/ALEC E DEVON, IL GARBUGLIO DEL GENERE

Di Maya, ancora minorenne, non si può dire molto. Quando la polizia l’ha presa in custodia, pensava di avere arrestato un ragazzo. Solo durante gli interrogatori ha capito di avere a che fare con una ragazza, che si faceva chiamare Alec da tutti gli amici e che, ha riferito il suo avvocato, voleva che anche gli inquirenti si rivolgessero a lei con il pronome maschile. Ora i media pubblicano degli sconclusionatissimi tweet, foto del suo profilo Instagram che raffigurano il diavolo, e commenti degli amici suoi e di Devon: «Nulla di quello che hanno fatto può essere perdonato e non possono essere difesi. Le loro azioni sono state terribili. Ma Alec non è una femmina! Almeno, merita questo rispetto».
E ancora: «Se le persone avessero supportato Alec come aveva bisogno e si meritava, non sarebbe arrivato a tanto», «era molto dolce e altruista», «hanno fatto una cosa orribile, ma sostenere i giovani Lgbt è importante. Non hanno ricevuto l’aiuto di cui avevano bisogno e ne avevano davvero bisogno». «Non hanno sparato ai compagni per odio verso di loro ma in odio di se stessi», «chiunque può fare l’impensabile quando viene spinto oltre. Potrebbe accadere a chiunque».

A CACCIA DI ALCI E TRA I CAVALIERI DI COLOMBO

Eppure è accaduto qualcos’altro, che forse dovremmo cercare di capire. Cosa ha spinto Kendrick a riempire quella che agli occhi dell’America resta una distanza incolmabile tra la canna di una pistola puntata e un uomo? A riempirla fisicamente, darle pienezza fino a dare la pelle? Se Devon e Maya avevano in odio se stessi, Kendrick aveva in amore tutto quello che gli era stato dato. Saltando a pié pari la ruggente retorica yankee dell’eroe che fronteggia un attentatore mettendo in pratica il «run, hide, figh» (“corri, nasconditi, combatti”) magnificato dagli esperti, scopriamo che Kendrick amava accompagnare il papà a caccia di alci, ma soprattutto ai raduni dei Cavalieri di Colombo, faceva il chierichetto in chiesa, aiutava in cucina e a servire i pasti durante le settimane delle scuole cattoliche.

NIENTE TWEET, CARNE E OSSA FINO ALLA FINE

Le foto lo mostrano sorridente col papà in grembiule blu d’ordinanza, «non ha compiuto un atto eroico, ha vissuto la vita di un eroe spendendosi per gli altri: in altre parole era un santo vivente», dice chi lo conosce fin dalle elementari e lo ha visto trasportare pesanti casse di frutta, organizzare pranzi per anziani, recitare la parte di Gesù nell’ora di religione. Una volta John Castillo, proprio parlando con Kendrick dell’eventualità di affrontare una persona armata gli aveva detto «non devi fare l’eroe». Kendrick gli aveva sorriso dicendo che non ci avrebbe pensato due volte a salvare qualcuno in pericolo, «mi hai cresciuto così tu, mi hai fatto diventare una brava persona». Non c’è nient’altro da aggiungere, nulla da scavare, dissodare. La vita di Kendrick non ha lati oscuri, non si sbroglia in rete, è stata tutta così come deve essere, niente tweet, solo autentica carne e ossa fino alla fine.
Ora la STEM è al centro di una polemica per aver sottovalutato troppe denunce di casi di bullismo, si parla di armi, di gender, di salute mentale. Si cerca di capire cos’è successo, qual è la molla che ha fatto scattare il dito di un ragazzo sul grilletto di una pistola. Ma se ogni istante di un ragazzo è la sua storia e la sua libertà, qual è stata la molla che ha fatto scattare un ragazzo a dare la vita, un senso tra l’istante e il tutto?

Foto Ansa