Perché Joe Biden non ha (ancora) vinto

Trump non concederà la sconfitta prima del 14 dicembre, quando si riunirà il Collegio elettorale. I ricorsi possono ancora premiarlo e in Pennsylvania deciderà la Corte Suprema

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Un sostenitore di Donald Trump con il cartello: «Contare ogni voto legale»

Nonostante l’Associated Press e i principali media americani abbiano dichiarato che Joe Biden ha vinto le elezioni, formalmente (e non solo) non è ancora così e non tanto perché in Alaska, Georgia e North Carolina si stanno ancora contando le schede. I 290 grandi elettori conquistati finora dal candidato democratico, infatti, potrebbero assottigliarsi se i ricorsi che i repubblicani intendono presentare andranno a buon fine.

IL NODO DEI RICORSI STATO PER STATO

Dal momento che Trump non ha formalmente riconosciuto la sconfitta, e che niente lo obbliga a farlo, bisogna aspettare la nomina formale del vincitore da parte del Collegio elettorale. Entro l’8 dicembre, ogni Stato deve risolvere eventuali ricorsi e stabilire quali grandi elettori partecipano al Collegio elettorale che, il 14 dicembre, decreta il vincitore. Si dà quasi per scontato che i grandi elettori scelti in ciascuno Stato votino per il candidato che ha vinto in quello Stato, anche se non sempre accade. Nel 2016, ad esempio, in sette decisero di non votare per Trump. Di conseguenza, 33 Stati si sono provvisti di leggi per impedire scherzi da parte dei franchi tiratori, anche se non tutte sono vincolanti. La decisione del Collegio elettorale viene successivamente inviata entro il 23 dicembre al Senato e il Congresso, dopo aver giurato il 3 gennaio, dichiara i risultati il 6 gennaio, dando il via libera al giuramento del nuovo presidente, che avviene il 20 gennaio a mezzogiorno.

Non in tutti gli Stati è possibile fare ricorso. In Arizona, ad esempio, la legge prevede tale possibilità solo se la distanza tra i due candidati non supera lo 0,1% e non è questo il caso. Trump farà invece ricorso in Wisconsin, dove è possibile chiedere un riconteggio in caso di sconfitta inferiore al punto percentuale. Avendo perso di circa 20.500 voti, il presidente repubblicano ne ha diritto, ma dovrà pagare intorno ai 2 milioni di dollari. Anche in Georgia, dove la distanza è minima, il tycoon potrà ottenere il riconteggio. Niente da fare per il Michigan, dove la distanza è troppa, mentre in Nevada è sufficiente pagare. È sempre possibile, inoltre, chiedere un riconteggio in Pennsylvania.

QUELLE SCHEDE «ILLEGALI» IN PENNSYLVANIA

Proprio i 20 grandi elettori della Pennsylvania sono fondamentali se Trump vuole avere qualche speranza di ribaltare clamorosamente il risultato, anche se le sue possibilità sono ormai appese a un filo. In questo caso il nodo non riguarda tanto il riconteggio delle schede, quanto la validità di quelle pervenute dopo l’Election Day del 3 novembre via posta. La legge dello Stato, infatti, prevede che siano legali soltanto le schede giunte entro il 3 novembre ma la Corte suprema della Pennsylvania aveva dato ragione al governo locale democratico, il quale aveva stabilito in via eccezionale di considerare anche le schede arrivate entro il 6 novembre a causa della pandemia di coronavirus.

Il ricorso dei repubblicani davanti alla Corte suprema degli Stati Uniti era finito in parità, 4 giudici favorevoli e 4 contrari, di conseguenza il nuovo regolamento della Pennsylvania era rimasto in vigore. Ma il giudice Samuel Alito aveva anche scritto che la contesa poteva essere rivista dopo il voto ed è per questo che i repubblicani sperano in un ribaltone. Come dichiarato lunedì a Newsmax Tv dal famoso avvocato e docente di legge di Harvard in pensione Alan Dershowitz, «gli argomenti di Trump sono validi e probabilmente vincerebbe alla Corte Suprema. La questione è se quelle schede fanno o no la differenza». Se cioè, esemplifica Dershowitz, Biden avesse vinto di 20 mila voti e le schede arrivate dopo il 3 novembre fossero 40 mila, allora la Corte Suprema potrebbe invalidare quelle 40 mila schede. Se invece fossero inferiori alla differenza dei voti ottenuti tra i due candidati, il ricorso finirà in un nulla di fatto.

ANCORA NON C’È ALCUNA TRANSIZIONE

Per tutti questi motivi, la corsa alla presidenza è formalmente e sostanzialmente ancora aperta. Contrariamente a quanto si aspettavano i democratici, inoltre, il Partito repubblicano si è schierato in modo compatto con Trump, appoggiando la sua scelta di non riconoscere la sconfitta. «Trump ha diritto al 100 per cento di soppesare tutte le possibilità a sua disposizione previste dalla legge», ha dichiarato ad esempio l’influente leader repubblicano del Senato Mitch McConnell. Allo stesso modo, il procuratore generale William Barr ha autorizzato il dipartimento della Giustizia a indagare sulle accuse «sostanziali» di irregolarità avanzate dai repubblicani.

Nel frattempo, Biden si comporta a tutti gli effetti da presidente eletto e ha anche aperto il 4 novembre un sito dedicato al periodo di transizione, mettendo insieme ad esempio un team di esperti per affrontare la pandemia di Covid 19. Ma come spiega l’Associated Press, soltanto l’agenzia indipendente del governo americano General Services Administration (Gsa) può dare inizio alla transizione e ancora non lo ha fatto (come nel 2000) perché né Trump ha riconosciuto la sconfitta né il Collegio elettorale ha certificato la vittoria di Biden. Di conseguenza la squadra dell’ex vicepresidente di Obama non ha ottenuto alcun accesso alle agenzie federali. Mentre il clima nel paese si fa sempre più rovente, l’America si ritrova dunque in un enorme pantano. Ma è un pantano perfettamente legale.

@LeoneGrotti

Foto Ansa