Abusi. La Procura vuole impedire a Pell di fare ricorso all’Alta Corte

La sentenza di condanna in appello di George Pell per abusi sessuali è piena di errori «giuridici e logici». Ma per la Procura al cardinale deve essere vietato il ricorso

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Dopo aver istruito un processo lacunoso, pieno di falle ed errori logici e giuridici, ora la Procura australiana di Victoria vorrebbe impedire al cardinale George Pell di fare ricorso all’Alta Corte. Come riportato dal Guardian, il direttore della Procura Kerri Judd ha contestato la richiesta fatta dagli avvocati dell’ex arcivescovo di Melbourne all’Alta Corte. «La [richiesta] non identifica errori nell’approccio della maggioranza» dei giudici che hanno confermato la condanna in appello del cardinale per abusi sessuali né «problemi di legge che la Corte debba risolvere; non fa che chiedere a questa Corte di adottare una diversa valutazione delle prove».

LA CONDANNA A SEI ANNI DI CARCERE

Pell è stato condannato in primo e secondo grado a sei anni di reclusione per presunti abusi sessuali nei confronti di due ragazzi 13enni, membri del coro della cattedrale di San Patrick, nel 1996. In appello i giudici hanno condannato l’ex tesoriere del Vaticano a maggioranza, due contro uno. Contro la decisione dei giudici Anne Ferguson e Chris Maxwell, il terzo magistrato, Mark Weinberg, ha scritto una lunga relazione di dissenso nella quale spiega che il verdetto non soddisfa il principio in base al quale una persona può essere condannata solo se le prove ne dimostrano la colpevolezza «oltre ogni ragionevole dubbio».

LA REPLICA DEI LEGALI DEL CARDINALE

Lunedì il team legale di Pell ha replicato a Judd spiegando che alla base del ricorso non c’è una nuova valutazione delle prove fornite durante i precedenti processi, aspetto sul quale l’Alta Corte non può intervenire, bensì un problema di fondo a livello giuridico. Si tratta del ribaltamento dell’onere della prova operato dai giudici, come spiegato in modo approfondito da John Finnis, filosofo del Diritto dell’università cattolica di Notre Dame e professore emerito di Oxford, in una analisi della sentenza su Quadrant.

GLI ERRORI LOGICI E GIURIDICI DELLA SENTENZA

I giudici, spiega il docente, dopo essersi convinti della veridicità delle accuse in base alla sola testimonianza del querelante, hanno chiesto ai legali di Pell di dimostrare l’impossibilità del reato. E nonostante decine di testimonianze abbiano scagionato Pell, mostrando l’improbabilità del reato contestatogli, senza che l’accusa le abbia smentite, i magistrati hanno dichiarato di «non essere persuasi». Ma come spiega Finnis, in base al codice penale, nessuno può essere dichiarato colpevole fino a quando «l’accusa non rimuove o elimina ogni ragionevole possibilità» che l’accusato non si trovasse nel luogo dove è stato commesso il reato. Inoltre, la giuria non avrebbe dovuto credere al querelante prima di vagliare le testimonianze che dimostrano l’improbabilità del reato: la credibilità o meno dell’accusa, infatti, dipende dalle prove e dalle testimonianze e non viceversa.

Ecco perché i legali di Pell hanno deciso di fare ricorso: esiste ben più di un ragionevole dubbio che il cardinale abbia commesso il reato. L’Alta Corte non ha ancora deciso se esaminare il ricorso: la risposta dovrebbe arrivare entro la fine dell’anno.

Foto Ansa