Paola Bonzi (Cav Mangiagalli): «Aiutateci, non abbiamo più soldi»

«Servono fondi: non abbiamo davanti numeri, ma persone». L’appello di Paola Bonzi, fondatrice e direttrice del Centro Aiuto alla Vita della Mangiagalli di Milano

«A causa dei giochi della politica mi ritrovo completamente a mani vuote. Non so cosa dire e che cosa dare alle donne che devono decidere di proseguire o interrompere la loro gravidanza». Paola Bonzi è fondatrice e direttrice del Centro di Aiuto alla Vita (Cav) della clinica Mangiagalli di Milano, che dal 1994 opera all’interno della struttura. Da allora sono migliaia le donne – tutte in quel limbo che va dal test di gravidanza positivo all’appuntamento in ospedale per interromperla – che indirizzate dai consultori si sono sedute nel suo studio, e sono state ascoltate. Sono centinaia i nuclei ospitati e accompagnati fino all’autonomia abitativa, ed è stato costante il sostegno psicologico fornito dal centro, per prendere in considerazione un’alternativa. È il famoso (ma spesso ignorato) colloquio di riflessione, previsto dalla legge 194/78. Unito, quando possibile, al sostegno economico. Fondamentale. Perché «guai a chi punta il dito contro casi come questi, che a volte finiscono nell’aborto, perché la società non le aiuta. Non giudichiamo, perché siamo tutti responsabili».

A cosa serve il Cav Mangiagalli?
Si tratta di un’associazione di volontariato impegnata nel sostegno alla maternità difficile. Il compito che vogliamo assolvere è accompagnare le donne che incontriamo alla nuova condizione di madre, sostenendole psicologicamente e materialmente fino all’anno di vita del bambino, aiutandole così a superare le difficoltà contingenti e ad impostare correttamente la relazione con il proprio figlio. Con tutta una serie di progetti, che vanno dalla consulenza dell’educatrice e dell’ostetrica alla fornitura di tutto ciò che occorre al neonato: pannolini, giochi, attrezzature. Sussidi in denaro.

In questo momento su quante e quali risorse potete contare?
Esclusivamente sul lavoro dei volontari e di qualche donatore. La Lombardia aveva istituito il fondo regionale Nasko, finalizzato al sostegno economico di interventi a tutela della maternità e a favore della natalità. Prevedeva 250 euro mensili per un massimo di diciotto mesi, prelevabili direttamente in banca. Ieri pomeriggio ci hanno avvisato che tale fondo è terminato. E siamo disperati: lavorare con i numeri è un conto, ma io avevo tre persone sedute fuori. E se hai davanti un essere umano, e sai che dentro di sé ha un feto, fai un po’ fatica a dire “no, i soldi sono terminati”.

Quante persone incontra ogni giorno?
In media una decina, tutte con gravidanze non volute e un grande sentimento di inadeguatezza e un gran bisogno di essere capite. Nei primi anni eravamo quasi nascosti, fino a quando Giorgio Pardi ci aiutò, intuendo la necessità delle donne di essere informate. Non mi piace nemmeno chi usa la parola omicidio. Interrompere una gravidanza non è una passeggiata, ma una valle di lacrime. Non mi piacciono i complimenti di chi dice che ho salvato la vita di tanti bambini, preferisco pensare di aver aiutato molte madri a far nascere i loro figli. Non ho mai detto a nessuno cosa deve fare. Si decide in libertà. Abbiamo anche avviato un servizio di sostegno dedicato a chi ha rinunciato alla gravidanza.

Cosa pensa della legge 194?
Sulla carta è pensata per scoraggiare l’aborto e aiutare la donna a rimuoverne le cause. Purtroppo non è mai applicata nella sua interezza. Come recita l’articolo 5 della legge, si devono mettere in campo tutte le azioni, normali e straordinarie, perché le donne superino le cause che le portano a decidere di abortire. Ricordo che nel 60 per cento dei casi il motivo della scelta è di tipo economico, e visti i tempi la situazione non può che peggiorare. Vedo tante donne piangere, perché sono assolutamente combattute, ma obbligate dalle circostanze. Come fanno a vivere? Se tengono il bambino, perdono il lavoro. E magari hanno altri figli, e il marito è a casa, in cassa integrazione. È un dramma profondo. Forse il più profondo che possa affrontare un essere umano, e la politica non può stare a guardare.