“Pandemia di paura” e salute mentale in crisi

È in corso o quantomeno in incubazione un’altra pandemia, proprio quella riguardante la salute mentale

Tratto dal Centro studi Livatino

1. L’aumento dei contagi da Covid 19, con le conseguenti preoccupazioni in ordine alla tenuta del sistema sanitario nazionale, ha spinto Governo e Regioni a emanare provvedimenti restrittivi delle libertà individuali: di movimento, di riunione, di impresa, ecc…; l’aumento della pressione ospedaliera potrebbe determinarne di ulteriori, fino ad un eventuale nuovo lockdown, nazionale o regionale. Al netto della coerenza di questi interventi e delle discutibili modalità di comunicazione degli stessi, non manca chi si interroga sull’impatto di queste misure sulla tenuta socio-economica del Paese, ed evidenzia la necessità di un bilanciamento che porti a ridurre i malati di Covid, fortunatamente molti meno dei contagiati, senza aumentare disoccupazione e povertà. Ma la dialettica tra “esigenze della salute” e “esigenze del PIL”, per quanto necessaria, è insufficiente e rischia di essere fuorviante: il punto non è “salute vs. PIL” ma “salute vs. salute”.

Le misure di distanziamento sociale – lockdown incluso – impattano sotto altri profili della stessa salute: non solo quella derivante dalla necessaria attività di movimento, o quella di chi ha esigenza di cure da altre patologie, dimenticate dalla narrazione “covid-centrica” di questi mesi, bensì pure la salute mentale; è in corso o quantomeno in incubazione un’altra pandemia, proprio quella riguardante la salute mentale.

La prospettiva che questo stato di cose duri fino a quando non sarà disponibile un vaccino efficace impone la considerazione di questo aspetto. A fronte della conclamata incapacità dei governi a tutti i livelli di adeguare l’organizzazione del sistema sanitario, di trasporto pubblico locale, scolastico, e via discorrendo, per rendere possibile la convivenza di una comunità con un virus il cui nocumento più nefasto è dato dalla pressione ospedaliera, si tornano a udire appelli a rinunciare a ciò che non sia “indispensabile”, a “restare in casa”, per “salvare vite”. Che cosa è “indispensabile”, chi lo stabilisce?

2. Pochi giorni fa l’Associazione italiana persone down ha chiesto al governo che sia garantita la scuola, lo sport e che siano riattivati i progetti di inclusione lavorativa, evidenziando come per i ragazzi con sindrome di down il distanziamento sociale ha un costo elevato.

Ancor prima di loro, le famiglie con bambini e persone affette da sindromi dello spettro autistico hanno denunciato i danni al percorso di cura di queste persone – anzi, purtroppo, la regressione conseguente alla peculiarità della patologia – conseguenti alla privazione di quelle relazioni sociali fornite dalla scuola, dai centri diurni di supporto, dallo sport, dalla rete di relazioni familiari e amicali.

Non occorre un particolare sforzo per intuire i danni alla salute delle persone affette dalle più varie forme di demenza, anche precoce, dalla sindrome di Alzheimer, spesso confinate in strutture alle quali è precluso l’accesso, derivanti dalla mancanza di stimolazione mentale e sociale.

Dati interessanti sulla pandemia di salute mentale conseguente alle misure di contrasto alla diffusione del Covid provengono, paradossalmente, proprio da contesti nei quali le misure sono state meno restrittive o meno prolungate di quanto non lo siano state in Italia.

Quasi la metà degli americani riferisce che la crisi dovuta alla pandemia sta danneggiando la loro salute mentale, a causa delle politiche di risposta alla pandemia e del clima generato dagli strumenti di comunicazione. Per carità, è comprensibile che una pandemia di questa portata condizioni il nostro equilibrio mentale, ma forse non tutto quello che è accaduto sotto questo profilo era ed è inevitabile.

Il mese scorso il Center for Disease Control and Prevention degli Stati Uniti[1] ha pubblicato un rapporto sugli effetti sulla salute mentale delle misure restrittive su un campione cospicuo di americani al mese di giugno scorso. I risultati sono coerenti con ciò che molti psichiatri affermano da tempo: il 40% degli intervistati ha riferito almeno una condizione di salute mentale o comportamentale negativa. Il 30% ha riferito sintomi di disturbo d’ansia o disturbo depressivo e il 25% ha riferito sintomi di disturbo traumatico da stress a causa della pandemia. Il 13% ha riferito di aver iniziato o aumentato l’uso di sostanze stupefacenti o alcol per far fronte allo stress o alle emozioni negative legate ai lockdown e alle misure restrittive. Di particolare preoccupazione, l’11% ha riferito di aver seriamente pensato al suicidio nei trenta giorni precedenti e la percentuale sale al 25% tra i soggetti di età compresa tra i 18 e i 24 anni.

3. Rispetto al giugno 2019 la prevalenza dei disturbi d’ansia risulta triplicata (26% contro 8%) e la prevalenza dei disturbi depressivi risulta quadruplicata (24,3% contro 6,5%): è raro vedere questo tipo di cambiamenti nell’epidemiologia psichiatrica da un anno all’altro. I tassi di tentazioni suicide erano più alti tra coloro che si fanno carico dell’assistenza familiare di anziani e disabili (31%), tra i lavoratori nel settore dei servizi pubblici essenziali (22%), tra le minoranze (19% ispanici, 15,1% neri). Non sono ancora disponibili i numeri assoluti di suicidi relativa all’intera popolazione, ma considerato che i tassi di suicidio erano in aumento prima del COVID e considerati i dati devastanti su pensieri suicidi, depressione e ansia che emergono da questo studio, non c’è da attendersi nulla di buono. I vertici militari americani, ad esempio, hanno recentemente affermato[2] che le regole di distanziamento sociale e i lockdown potrebbero contribuire all’aumento del 20% dei suicidi compiuti tra i militari USA.

Un altro studio a campione sulla popolazione britannica pubblicato una settimana dopo dall’Office of National Statistics britannico[3] ha fatto eco a questi risultati. Rispetto a un anno prima, nel Regno Unito, i tassi di depressione sono raddoppiati nel corso delle misure restrittive, con picchi significativi di depressione grave. Questo aumento è stato più sensibile tra i giovani adulti e con disabilità.

4.- Negli Stati Uniti le c.d. “morti per disperazione[4] (suicidio, droga e decessi correlati all’alcol, spesso associate a fattori socioeconomici) erano in aumento già prima della pandemia, e la diffusione dell’utilizzo di oppiacei stava già avendo un impatto enorme. Ebbene, in conseguenza delle misure di distanziamento sociale si è assistito a un ulteriore incredibile aumento del consumo di oppiacei[5], con più di 40 stati che dall’inizio della pandemia hanno registrato un aumento dei decessi conseguenza diretta dell’uso di queste sostanze stupefacenti. Durante il mese di marzo, la sola contea di York, in Pennsylvania, ha registrato un numero di morti da assunzione di stupefacenti tre volte superiore al normale e Jacksonville, in Florida, ha registrato un aumento del 40% di chiamate e interventi per uso di droga[6]. I centri di trattamento farmacologico stanno assistendo alle ricadute di pazienti che prima del COVID erano riusciti a stare a lungo lontani dagli stupefacenti.

Una recente proiezione relativa alle “morti per disperazione” in conseguenza delle misure restrittive e di distanziamento sociale stima ulteriori 75.000 morti per droghe o abuso di alcol e suicidio[7]. Oltre all’improvvisa comparsa del virus, questo studio considera l’ipotesi di una crisi economica senza precedenti e una massiccia disoccupazione, associate al già avvenuto isolamento sociale obbligatorio per mesi e a possibili ulteriori misure di isolamento per i prossimi due anni.

Commenta uno psichiatra che «ci sono oggi persone di tutte le estrazioni sociali, religiose e politiche completamente paralizzate dal terrore. E non mi riferisco a individui psicotici o maniacali, ma a persone altrimenti sane. Oltre a una pandemia virale, abbiamo una pandemia di paura: paura del virus e paura alimentata dall’attuale clima sociale, comunicativo, economico, politico nonché dall’isolamento. “Pandemia di paura” non è una metafora; è una realtà: questo livello di paura pervasiva e costante fa un danno reale e misurabile»[8].

L’analisi dei dati del Center for Disease Control and Prevention evidenzia nel semestre marzo-settembre 13.200 morti in più (rispetto all’anno precedente) tra i soggetti affetti da morbo di Alzheimer e altre forme di demenza[9] spiegando che esse «muoiono non solo per il virus, ma anche per la stessa strategia di isolamento che dovrebbe proteggerle. Negli ultimi mesi, i medici hanno segnalato un aumento di ricadute, infezioni polmonari, depressione e fragilità improvvisa in pazienti che erano rimasti stabili per anni. La stimolazione sociale e mentale sono tra i pochi strumenti in grado di rallentare la marcia della demenza».

In sintesi, l’isolamento sociale può uccidere, o comunque nuoce anch’esso alla salute (anche come conseguenza indiretta della ricadute socio-economiche – “il PIL”). Non è vero che le relazioni umane non sono “indispensabili”. Sarà forse così per qualche esponente di governo, ma di isolamento (affettivo e sociale), depressione, disoccupazione, conseguente abuso di alcol e uso di droghe, suicidio, sedentarietà, si muore, esattamente come di Covid. Tutto ciò non può essere negato o trascurato nel momento in cui si assumono le necessarie decisioni per fronteggiare la pandemia di COVID: considerare solo la curva dei contagi o le proiezioni della pressione ospedaliera e della mortalità (quasi sempre con comorbilità) non è sufficiente.

5. “Appiattire la curva” per consentire agli ospedali di alleggerirsi dalla pressione inaspettata e prepararsi a nuove ondate si è reso forse necessario nello scorso inverno, ma, come si è visto, il distanziamento sociale non ferma il virus, ne rallenta solo la inevitabile diffusione, che non dipende dai comportamenti irresponsabili delle persone: la pandemia non si ferma davanti ai “coprifuoco” e alle altre restrizioni della vita sociale, economica, pubblica: pensare di farlo mettendo in pausa il mondo equivale ad ammazzare il paziente per arrestare l’emorragia. Perché la pandemia finisca sono necessari un vaccino altamente efficace e sicuro e una percentuale sufficiente della popolazione che abbia acquisito un’immunità duratura; e nessuno sa quanto tempo ci vorrà prima che sia disponibile un vaccino efficace né quanto tempo ci vorrà per produrne una scorta sufficiente e distribuirla a un numero sufficiente di persone.

È ragionevole che fino ad allora, ovvero per un tempo non prevedibile e potenzialmente molto lungo, debbano essere caldeggiate o imposte (per quanto pure con strumenti di c.d. soft law) misure di isolamento sociale, che finiscono col determinare lo stravolgimento del sistema d’istruzione, la sospensione delle attività di cura e supporto di disabili, l’impedimento di attività sportive con risvolti relazionali imprescindibili per bambini e disabili, il rallentamento ulteriore della giustizia di ogni ordine e grado, la chiusura o la significativa compressione di attività commerciali, financo la impossibilità di celebrare sacramenti o partecipare a indispensabili funzioni religiose (come pure è accaduto)?

È ragionevole continuare a non considerare che se bambini e ragazzi non vanno a scuola e gli adulti sani non lavorano aumenteranno le “morti per disperazione”?

È giusto far pagare agli studenti la incapacità di implementare i servizi di trasporto pubblico locale, magari utilizzando i mezzi e il personale dei tanti privati fermi perché non si organizzano più viaggi, tour, gite e pellegrinaggi? È giusto far pagare ai disabili – attraverso la solitudine, l’isolamento e la impossibilità di attingere a momenti di cura relazionale, sportiva compresa -, ai malati oncologici, ai soggetto a rischio di malattie cardiovascolari, ai pazienti psichiatrici e ai malati di depressione grave la incapacità del potere pubblico di migliorare in questi mesi l’organizzazione complessiva del sistema sanitario e di altri asset strategici della quotidianità? Possono forse essi morire di tutto purché non di Covid?

Può sbrigativamente liquidarsi come “non indispensabile”, anzi colpevole e pericoloso, un pranzo in famiglia (grazie al cielo ne esistono ancora, e anche con più di 6 persone), la formazione in presenza e la vita di relazione dei ragazzi e disabili, l’attività di impresa di chi magari in questi mesi nonostante i danni del lockdown di marzo-maggio ha investito per tenere in piedi la sua attività e mettersi in regola con la convivenza col virus adeguandosi a ogni genere di protocollo?

Se il Covid stressa oltremodo il nostro sistema sanitario, chi governa avrebbe già dovuto pensare in questi mesi a come rendere possibile la inevitabile convivenza con esso, adeguando all’emergenza pandemica il sistema sanitario, quello di trasporto pubblico, quello scolastico (reale, non virtuale). Orbene, a fronte della conclamata inazione sotto questi profili – testimoniata dalla mancata implementazione di posti letti (soprattutto di terapia intensiva) e di personale medico e paramedico, dal fallimento della app Immuni e dalla mancanza di contact tracer, dalle code per i tamponi ai mezzi di trasporto pubblico presi d’assalto – sono accettabili gli allarmi colpevolizzanti di diversi governatori? Ultimamente, è iustum, sotto il profilo sostanziale ancor prima che formale, imporre questi sacrifici – o un ennesimo lockdown, generalizzato, localizzato o mascherato che sia – ai cittadini, soprattutto ai più deboli?

Francesco Cavallo


[1] Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie, agenzia federale degli Stati Uniti, facente parte del Dipartimento della salute e dei servizi umani che opera quale organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti d’America. Lo studio è consultabile al link https://www.cdc.gov/mmwr/volumes/69/wr/mm6932a1.htm?s_cid=mm6932a1_w

[2] Vedi al linkhttps://sputniknews.com/us/202009281080592192-us-military-suicides-rise-20-during-coronavirus-pandemic-officials-say/

[3] Agenzia governativa britannica che raccoglie, analizza e pubblica le informazioni statistiche sull’economia, la popolazione e la società nel paese. L’equivalente dell’Istat in Italia. Lo studio è consultabile al link https://www.ons.gov.uk/peoplepopulationandcommunity/wellbeing/articles/coronavirusanddepressioninadultsgreatbritain/june2020

[4] L’espressione è di Aaron Kheriaty, docente di psichiatria ed etica della professione medica alla University of California Irvine, v. linkhttps://www.firstthings.com/article/2017/08/dying-of-despair

[5] Vedi al link https://www.nytimes.com/2020/09/29/health/coronavirus-opioids-addiction.html?auth=login-email&login=email

[6] Vedi al link https://www.firstcoastnews.com/article/entertainment/television/programs/gmj/jfrd-averaging-15-overdose-calls-a-day-group-provides-narcan-training-in-response/77-fa78a385-d445-4e64-b31c-bcabb57a0925

[7] Vedi al link https://wellbeingtrust.org/areas-of-focus/policy-and-advocacy/reports/projected-deaths-of-despair-during-covid-19/

[8] Aaron Kheriaty, docente di psichiatria ed etica della professione medica alla University of California Irvine in https://www.thepublicdiscourse.com/2020/10/71969/

[9]Vedi link https://www.washingtonpost.com/health/2020/09/16/coronavirus-dementia-alzheimers-deaths/?arc404=true&utm_campaign=wp_to_your_health&utm_medium=email&utm_source=newsletter&wpisrc=nl_tyh&wpmk=1&pwapi_token=eyJ0eXAiOiJKV1QiLCJhbGciOiJIUzI1NiJ9.eyJjb29raWVuYW1lIjoid3BfY3J0aWQiLCJpc3MiOiJDYXJ0YSIsImNvb2tpZXZhbHVlIjoiNTk2ZmY1YTlhZGU0ZTI1NjNjY2M1YWE0IiwidGFnIjoid3BfdG9feW91cl9oZWFsdGgiLCJ1cmwiOiJodHRwczovL3d3dy53YXNoaW5ndG9ucG9zdC5jb20vaGVhbHRoLzIwMjAvMDkvMTYvY29yb25hdmlydXMtZGVtZW50aWEtYWx6aGVpbWVycy1kZWF0aHMvP2FyYzQwND10cnVlJnV0bV9jYW1wYWlnbj13cF90b195b3VyX2hlYWx0aCZ1dG1fbWVkaXVtPWVtYWlsJnV0bV9zb3VyY2U9bmV3c2xldHRlciZ3cGlzcmM9bmxfdHloJndwbWs9MSJ9.oJdpTylEeoUWEHS99qV23gsQ3ONln0xsI2OaUJ3NlmI

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