Pakistan. Viaggio tra i cristiani costretti a pulire le fogne con le mani

I musulmani riservano questo lavoro ai cristiani più poveri, senza dotarli di guanti e mascherine. Eric: «So che morirò nelle fogne, ma Gesù proteggerà la mia famiglia»

Ogni giorno, prima di calarsi nelle fogne di Karachi, Jamshed Eric prega che Gesù lo faccia risalire vivo. Come tutti gli altri addetti a disostruire i maleodoranti canali a mani nude, senza mascherina o guanti per proteggersi da malattie e fumi tossici, anche Eric è cristiano. Quello di pulire le fogne, infatti, è tra i più umili, degradanti e pericolosi lavori che esistano in Pakistan e i musulmani lo riservano ai cristiani, spesso rifiutando esplicitamente candidati di altre religioni. «È un lavoro difficile», racconta Eric al New York Times, «nei canali di scolo sono spesso circondato da sciami di scarafaggi. E a casa, quando mi porto la mano alla bocca per mangiare, sento ancora il tanfo dei liquami».

I PIÙ INTOCCABILI TRA GLI INTOCCABILI

Gli antenati di Eric si sono convertiti al cristianesimo per sfuggire alla discriminazione e alla vita derelitta cui li costringeva l’appartenenza a una casta inferiore. Lavorare nella pulizia manuale delle fogne li rendeva i più intoccabili tra gli intoccabili. Quando il Pakistan ha guadagnato l’indipendenza, nel 1947, i cristiani speravano che la discriminazione fosse finita, invece, sottolinea il Nyt, hanno solo cambiato aguzzino: i musulmani hanno infatti preso il posto degli indù.

In luglio, l’esercito pakistano ha pubblicato sui giornali un bando per assumere personale per pulire le fogne, sottolineando nell’annuncio che potevano accedere soltanto i cristiani. La popolazione di 20 milioni di persone Karachi produce 1.750 milioni di litri di liquami al giorno e tocca sempre ai cristiani calarsi nei canali di scolo per disostruire le tubature da feci, borse di plastiche e rifiuti sanitari. Per sbloccare tre fogne in città Eric guadagna 6 dollari.

STORDITI DAI FUMI E SOMMERSI DAI LIQUAMI

Diversi attivisti per i diritti umani e ong chiedono da anni al governo di vietare la disostruzione manuale delle fogne, ma non hanno mai ottenuto nulla: perché preoccuparsi quando ci sono i cristiani? Nonostante rappresentino appena l’1,6 per cento della popolazione, l’80 per cento del personale impiegato nel settore in Pakistan è di religione cristiana. Il restante 20 per cento è costituito da indù appartenenti alle caste più basse.

I cristiani come Eric vengono denigrati usualmente e definiti “choora”, sporchi. Nessuno li rispetta nonostante rischino la vita ogni giorno. Ad agosto, due cristiani hanno sfiorato la morte a Karachi in una fogna travolti da un’ondata di liquami e storditi dai gas tossici. Per poco hanno scampato la morte, mentre un terzo, Riaz Masih, non ce l’ha fatta. A ottobre altri due cristiani sono morti in una fogna di Karachi, sepolti dai liquami.

«GESÙ SI PRENDERÀ CURA DELLA MIA FAMIGLIA»

Eric è convinto che morirà nelle fogne di Karachi: è solo un problema di “quando”, non di “se”. Ma è felice perché suo figlio va a scuola: la sua unica speranza è che l’istruzione possa salvarlo da un destino simile al suo. «Ogni volta che sento di qualcuno che muore nelle fogne penso a che cosa accadrebbe alla mia famiglia se io morissi. Ma sono certo che Gesù Cristo si prenderà cura di loro. Non mi importa della mia vita, fino a quando la mia famiglia può condurre un’esistenza decente grazie al mio lavoro. Ecco perché vado avanti e non mi preoccupo».

Foto Ansa