Pakistan, lo “stage” in Belgio dei terroristi di Lahore e quel «messaggio contro papa Francesco»

Secondo Micalessin i fondamentalisti islamici hanno voluto strozzare l’apertura del governo ai cristiani. La tesi di Libero: organizzatori addestrati a Bruxelles

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«Non a caso», scrive Gian Micalessin per il Giornale, in Pakistan è stata compiuta «una strage di 72 innocenti tra cui oltre 50 sono padri, madri e bimbi appartenenti a quella minuscola e indifesa comunità cristiana che in Pakistan rappresenta il 4 per cento di una popolazione in larga parte musulmana». Dietro questa «carneficina nel giorno della Resurrezione», secondo Micalessin, si celerebbe infatti «un messaggio indirizzato ad un papa Francesco pronto a far visita al Pakistan».

L’AFFRONTO. Nella ricostruzione del cronista, per comprendere le ragioni del «mattatoio del parco giochi di Gulshan-e-Iqbal a Lahore», dove domenica un kamikaze si è fatto saltare in aria tra le famiglie prevalentemente cristiane riunite lì per festeggiare la Pasqua, bisogna «partire dal fatidico annuncio del 2 marzo scorso. Quel giorno l’arcivescovo di Karachi Joseph Coutts accompagna in Vaticano il responsabile del dicastero per gli Affari religiosi Sardar Muhammad Yousaf e Kamran Michael, l’unico esponente cristiano del governo di Islamabad. I due ministri devono incontrare papa Francesco e consegnargli l’invito a far visita al Pakistan affidato loro dal premier Nawaz Sharif». Per i fondamentalisti islamici, scrive Micalessin, «l’invito, reso pubblico al termine dell’incontro assieme alla notizia della disponibilità di papa Francesco, rappresenta un’autentica rivoluzione».

APERTURA INTOLLERABILE. Secondo Micalessin gli islamisti fanatizzati hanno interpretato l’inedito invito rivolto al capo della Chiesa cattolica come un segnale del fatto che il premier pakistano è «pronto a mettere un freno alle persecuzioni che colpiscono le comunità cristiane» nel paese. Un’apertura intollerabile per gli intransigenti tifosi della discriminazione religiosa, che è diventata una vera e propria peculiarità del Pakistan soprattutto da quando – ricorda Micalessin – è stata approvata la famigerata legge contro la blasfemia. Ma dietro questo sopruso legalizzato, così come dietro i precedenti attentati che hanno colpito i cristiani pakistani, secondo il Giornale «si celano anche le protezioni concesse fin dagli anni Ottanta alle formazioni integraliste e, più recentemente, alle formazioni armate dei talebani arrivate, grazie alle coperture di politici, generali e servizi di sicurezza, a controllare vaste aree del Paese».

AUTORITÀ CONNIVENTI. Insomma ci sono ragioni precise per cui il Pakistan ha potuto essere trasformato «nel santuario di Al Qaida, nell’ultimo rifugio di Osama Bin Laden e nella retrovia dei gruppi talebani attivi sui due versanti della frontiera afghana». Insiste Micalessin: «Come nel caso di altri eccidi o assassini eccellenti, quali quello di Benazir Bhutto, i mandanti» di questa ultima strage di Pasqua «si celano ancora una volta in quei sottoboschi della politica e dei servizi di sicurezza che negli anni hanno trascinato il Pakistan a un passo dall’abisso». Una tesi ben più forte ma sicuramente in parte sovrapponibile a quella esposta in una intervista al Corriere della Sera da Imtiaz Gul, analista esperto di terrorismo autore di un saggio dedicato proprio al Pakistan dal titolo emblematico: “Il posto più pericoloso sulla terra”. Anche secondo Gul le autorità pakistane (in particolare nel Punjab) hanno come minimo sottovalutato il problema del fondamentalismo rampante.

LA “SVOLTA” ISIS. «Finora – dice Gul – il governo del Punjab non ha voluto vedere la realtà, sostenendo che il radicalismo era solo un problema delle Aree tribali ad amministrazione federale nel nord. Ma i motori ideologici del radicalismo sono proprio nel Punjab e, in particolare, nel sud di questa regione». L’esperto di terrorismo dice che ancora «non possiamo confermare la rivendicazione di Jamaat au-Ahrar, secondo alcuni dubbiosa», tuttavia «la realtà è che ci sono numerose organizzazioni militanti fuorilegge nate in Punjab o che lo scelgono come base per le loro attività contro il Kashmir e l’Afghanistan. Ed è per questo che non hanno mai costituito un pericolo imminente per il Punjab. Ma con l’ascesa di Al Qaeda e dell’Isis, ci sono fazioni che possono cambiare affiliazione, ed è questa la nuova minaccia».

ANCORA BRUXELLES. Infine Luigi Guelpa aggiunge per il quotidiano Libero alcuni dettagli inquietanti sull’attentato nel parco giochi di Lahore, collegandone gli organizzatori agli stragisti di Bruxelles. Scrive Guelpa che a Schaerbeek, il quartiere in cui avevano allestito il covo i jihadisti che si sono fatti esplodere martedì 22 marzo nella capitale del Belgio, nello stesso periodo in cui la cellula legata all’Isis pianificava la sua strage all’aeroporto e nella metropolitana, «non era difficile scorgere la sagoma di Bilawal Farid, 29 anni», che «per chi non lo sapesse è il fratello di Yousuf Farid, il macellaio kamikaze che domenica si è lasciato esplodere al parco Gulshan-e-Iqbal di Lahore». Continua Libero: «Secondo quanto si apprende da fonti prossime al “Sureté de l’Etat”, il servizio segreto belga, Laachraoui (il kamikaze della metropolitana di Bruxelles, ndr) e Bilawal non erano solo vicini di casa, ma si conoscevano» e frequentavano la stessa moschea e gli stessi locali.

IL FERMO E L’ESPULSIONE. Tre fratelli di Yousuf Farid, fra i quali anche Bilawal, secondo Libero sono stati arrestati con «altri 50 terroristi» e accusati di aver curato gli «aspetti logistici» della carneficina di Lahore. Ma il nome di Bilawal Farid «era saltato fuori per la prima volta lo scorso 22 novembre a Bruxelles. Gli investigatori lo stavano pedinando assieme ad altri quattro connazionali, sospettati di aver aiutato Abdelhamid Abaaoud, la mente di Parigi, negli attentati alla capitale francese del 13 novembre scorso». Fermati e interrogati, i cinque pakistani erano stati espulsi non per legami con il terrorismo ma per irregolarità dei documenti. Due mesi dopo, a gennaio, sono tornati in Pakistan.

IL “CORSO” DI TERRORISMO. «Bilalwal Farid e i suoi quattro connazionali – continua Guelpa – non hanno ricoperto mansioni nella strage di Parigi, ma in Belgio erano arrivati per frequentare qualcosa di simile a un corso di aggiornamento su come colpire nelle aree metropolitane. A questa conclusione è arrivato anche il ministro della Difesa del Pakistan Khawaja Muhammad Asif, che proprio ieri dall’emittente radiofonica Pbc parlava di “strani e continui movimenti verso l’Europa di nostri connazionali sui quali dobbiamo controllare con maggior rigore”». Il giornalista di Libero include fra questi «strani movimenti» anche quelli dei fratelli e dei cugini di Ihsanullah Ihsan, il portavoce di Jamaat au-Ahrarun che ha rivendicato l’attentato di Lahore: anche loro «negli anni hanno lasciato il Pakistan per trasferirsi in Turchia (Ankara), Belgio (Anversa) e persino a Lisbona».

Foto Ansa


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