Nicola Borrelli: «I dati sul cinema italiano sono preoccupanti ma possiamo ancora risalire la china»

Intervista al capo della Direzione Generale per il cinema (Mibac): «Il 2012 è stato un anno difficile e il 2013 potrebbe essere peggiore. Lo Stato deve intervenire»

«Il 2012 è stato un anno difficile per il cinema italiano e il 2013 è partito anche peggio». A parlare, dati alla mano, è Nicola Borrelli, a capo della Direzione Generale per il cinema, struttura interna al Ministero per i beni e le attività culturali. Lo scorso anno gli incassi cinematografici hanno subito una flessione del dieci per cento e i primi tre mesi del nuovo anno segnano un -46 per cento di biglietti staccati al botteghino.

A cosa è dovuta questa flessione preoccupante?
In primo luogo alla situazione economica generale. Per molte famiglie andare al cinema è una spesa che non si può più sostenere. Ma anche la qualità del prodotto cinematografico ha contribuito all’andamento negativo. È innegabile che alcuni film distribuiti non abbiamo incontrato l’interesse del pubblico, ma questo è un problema con cui il mondo cinematografico fa i conti da sempre. Non ha aiutato nemmeno una certa strategia distributiva, che ha visto concentrarsi molti titoli in alcuni mesi, lasciando così scoperti altri periodi dell’anno. Un errore rilevato anche dagli stessi distributori, esercenti e produttori. A tutto ciò bisogna aggiungere anche la pirateria, che continua a coglierci impreparati. Scaricare i film è una pratica ormai consolidata, il modello di consumo è cambiato e noi non abbiamo risposto tempestivamente al mercato, per esempio proponendo una valida offerta di download legale sulla rete. In ultimo c’è da rilevare l’enorme periodo di difficoltà che stanno vivendo i piccoli esercenti, che, a causa degli scarsi incassi e di investimenti troppo alti per il rinnovo delle sale, stanno progressivamente chiudendo. investimenti legati alla necessità di rinnovare le sale, tutto questo sta portando alla diminuzione progressiva di pubblica. Non è un fenomeno irreversibile, ma bisogna cominciare dal prodotto, dai film.

Mentre il cinema vive un periodo nero, lo Stato cosa fa?
Purtroppo anche l’intervento pubblico lascia a desiderare. E pensare che il 2012 è stato l’anno in cui lo Stato ha investito di più nel settore cinematografico, se consideriamo il Tax credit e l’incentivo diretto. Ma le prospettive per il futuro non sono incoraggianti, come dimostra l’annosa questione del Tax credit che, a otto mesi dalla scadenza, non è ancora stato rinnovato.


La cultura proprio non interessa ai piani alti.

La spesa dedicata alla cultura, in Italia, raggiunge dei livelli deprimenti e non mi riferisco solo al cinema. Ci sono paesi che non possono vantare il nostro patrimonio artistico eppure investono molto più di noi. In questo ultimo periodo, in realtà, si avvertono i primi segnali di una lenta inversione di tendenza, se non altro nella percezione che ha l’opinione pubblica sul peso della cultura, anche solo in termini puramente economici. Senza dimenticare che, seppure con risorse sempre inferiori, negli ultimi due anni il taglio dei beni culturali è stato inferiore rispetto a quello subito da altri settori. Una consolazione magra, certo, ma è un piccolo segnale che qualcosa sta cambiando. Lentamente ma sta cambiando. Chi decide deve capire che la cultura è il futuro dell’Italia. Bisogna anche evidenziare che le modalità di erogazione degli investimenti in cultura non sono più quelle di una decina d’anni fa. I film finanziati dallo Stato, per esempio, raccolgono consensi maggiori tra gli spettatori, non sono più i fanalini di coda degli incassi annuali. Questo investimento dello Stato nel cinema, poi, è ampiamente ripagato: l’Erario ne ha un ritorno sensibilmente superiore rispetto alla spesa stessa, non sono io a dirlo ma i numeri.

Suggerimenti per il governo che verrà?
Ne abbiamo molti. Qualcosa è stato già fatto con il governo Monti, e mi riferisco al Decreto quote tv sui limiti minimi di programmazione e investimento nel settore cinematografico. Ma c’è ancora moltissimo da fare, non solo chiedere più fondi. Bisogna riqualificare alcuni aspetti della spesa, riconsiderare l’intero settore audiovisivo, pensare una legge che possa regolare meglio gli ambiti di competenza tra Stato e autonomie regionali, locali e film commission, studiare una strategia efficace per contrastare la pirateria, discutere una revisione dell’Iva, come ci suggerisce l’Unione Europea. La maggior parte di questi interventi non comporterebbe alcuna spesa per lo Stato.

Intanto gli incassi di certi film italiani continuano a calare e le sale sono costrette a chiudere.
I due fenomeni sono collegati perché il “cinema sofferto”, come l’hanno definito i produttori De Laurentiis e Barbagallo, cioè un certo cinema d’autore, ha bisogno delle sale di profondità e di prossimità per esistere, perché è lì che il suo pubblico di riferimento si reca per vedere un certo tipo di cinematografia. Le sale monoschermo, però, sono in difficoltà e continuano a chiudere, mentre proliferano i multisala in zone periferiche, che non sono il luogo privilegiato per un certo tipo di visione. Ma noi lotteremo per preservare questa realtà.