Natuzzi, Bridgestone, Ilva. Ma in Puglia non ci sono solo le grandi aziende. «Le Pmi stanno morendo»

Intervista a Filippo Lupelli, segretario provinciale Uiltec-Uil Bari: «La nostra paura è che la situazione possa peggiorare. Siamo spaventati dall’autunno»

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Prima l’Ilva, poi la Bridgestone, adesso Natuzzi. In Puglia è emergenza lavoro. Le più grandi aziende della regione sono a un passo dalla chiusura e migliaia di dipendenti rischiano il posto di lavoro: «Non riusciamo a uscire dalla crisi cominciata nel 2008», commenta amaramente Filippo Lupelli, segretario provinciale Uiltec-Uil Bari, che segue da vicino le annose vicende dei lavoratori dello stabilimento pugliese di Bridgestone: «In questi giorni si parla dei 1726 esuberi di Natuzzi, numeri da capogiro che fanno notizia, ma nel frattempo le piccole e medie imprese del barese sono già morte».

Cosa sta accadendo nella provincia di Bari e più in generale in Puglia?
Le multinazionali vogliono andare via dall’Italia, perché non c’è più convenienza a investire sul nostro paese. Abbiamo una burocratizzazione eccessiva, pesanti controlli sul lavoro, tasse che soffocano i dipendenti, Imu pesantissima per gli  imprenditori e un costo dell’energia elevato. Così le imprese estere chiudono e investono i loro soldi altrove.

Per le piccole e medie imprese le cose vanno anche peggio.
La situazione è drammatica e basta un esempio per capire cosa stiamo vivendo da queste parti. Con un piccolo imprenditore sono andato all’ufficio vertenze collettive per cominciare la procedura di mobilità dei suoi dipendenti. Al mio arrivo mi si è parata davanti una scena apocalittica: una fila lunghissima di imprenditori che assieme ai loro dipendenti erano lì per mettere la parola fine dell’impresa in cui avevano investito tempo, denaro e professionalità. In Puglia non c’è altra via: o si muore o ci si immerge nel nero.

Intanto i numeri dei disoccupati salgono.
Siamo veramente preoccupati. L’Ilva vede coinvolte circa venticinquemila persone, tra azienda e indotto, Natuzzi ha parlato di 1726 esuberi, 1400 per Bridgestone, la Om Carrelli elevatori, un’altra realtà in passato molto solida, è stata dismessa dalla proprietà tedesca e ci sono 224 dipendenti in cassa integrazione, lo stabilimento barese della Osram (multinazionale tedesca che produce lampade e materiale illuminotecnico, ndr) è in regime di cassa integrazione da quattro anni e il numero di dipendenti è già stato dimezzato. E anche la Prysmian, il gruppo che produce cavi elettrici e ha sede nel vecchio stabilimento della Pirelli di Giovinazzo, ha annunciato la chiusura.

E le istituzioni?
Fanno quello che possono. Ormai andiamo avanti con gli ammortizzatori sociali –  e meno male che ci sono – ma l’emergenza è diventata strutturale. Sarebbe opportuno pensare a un piano di rilancio strategico di ampio respiro, ma come si fa se il governo deve tappare i centinaia di buchi che si formano quotidianamente? Ormai anche la famiglia, un tempo il nostro miglior ammortizzatore sociale, non riesce più a far fronte alla crisi. Un pensionato non può nemmeno più aiutare il figlio disoccupato, perché guadagna 500 euro e deve sopravvivere.

Il quadro disegnato non è confortante.
La nostra paura è che possa peggiorare. Siamo spaventati dall’autunno, l’emergenza potrebbe diventare tale da mettere a repentaglio la tenuta sociale del territorio pugliese.

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