Moratti all’Inter compra, vende e ricompra: meglio dei fratelli Panini

Continua, tra incomprensibili rivoluzioni tattiche, celebrati scudetti d’agosto, sogni regolarmente infranti, decisioni della presidenza troppo umorali e veri e propri drammi sportivi, (quello di Ronaldo è una ferita difficile da rimarginare), l’epopea della presidenza Moratti all’Inter

Moratti, malgrado la contraddittoria stagione appena trascorsa, vuole dare ancora fiducia al mister Lippi, e lo fa mettendo mano, ancora una volta, al portafoglio: via tutti e tre i portieri (quindi anche il titolare Peruzzi), via tutta la difesa (Panucci, Fresi, Colonnese, Georgatos, Rivas), alcuni riferimenti a centrocampo (Moriero e Mutu). Arrivano il portierino francese Frey (con l’esperto Ballotta in seconda), Macellari, Cirillo e Ferrari in difesa; Pirlo, sempre impegnato a fare e disfare valigie, l’ala Brocchi, a centrocampo quel genio di Vampeta, il francese Farinos, in attacco Robbie Keane (voluto fortemente dal figlio del presidente dopo averlo visto giocare in partite trasmesse in tivù) e il turco Hakan Sukur.

Insomma, i fratelli Panini, quelli dell’album omonimo, fanno la figura dei pirla al confronto di cotanta parata di nomi. Purtroppo all’Inter si comprano e si vendono giocatori, con la stessa facilità con la quale si staccano le figurine, e non lo stiamo inventando noi: Panucci, Fresi, Georgatos, Mutu e Peruzzi, erano stati comprati soltanto l’estate prima, il “televisivo” Keane e l’inguardabile Vampeta resistono ad Appiano giusto il tempo per ricordarsi qual è il loro armadietto negli spogliatoi, a gennaio lasciano anche Zamorano, Domoraud. Pirlo continua il suo errare, in prestito ad altre squadre, ma è l’ultima volta, nell’estate del 2001, di ritorno dal Brescia, dove ha giocato qualche mese con Roby Baggio, anche lui da pochissimo esule dall’Inter, per una cifra importante (35 miliardi di lire) viene venduto, definitivamente, al Milan.

Dal mercato di Gennaio arriva una promessa, centrocampista “dai piedi buoni”, il francese Dalmat e comincia a fare la conoscenza dell’ambiente un altro giovanissimo, l’attaccante brasiliano Adriano. Ci scusiamo per la pedanteria con la quale segnaliamo tutti questi movimenti, ma ci serve per capire meglio fino a che punto di confusione tecnico-tattica, alla ricerca della squadra perfetta, la gestione Moratti ha dovuto fare i conti, e non per modo di dire. Movimenti, in entrata e in uscita, che come avete potuto notare, non riguardavano solo i giocatori, ma anche l’allenatore. La panca interista diventa, durante l’epopea morattiana, una costante patata bollente. Le terga bruciano anche all’esperto Lippi: già le ha portate in salvo, grazie a Baggio, che è stato determinante nello spareggio per partecipare al preliminare di Champions conteso al Parma, alla fine della stagione precedente. Preliminare buttato alle ortiche già in agosto contro i “quasi dilettanti” svedesi dell’Helsinborg, (Recoba sbaglia un rigore decisivo al 90° del match di ritorno). Ci può stare.

L’Inter perde anche la Supercoppa Italiana contro la Lazio. Ci può stare. L’Inter perde anche nella prima giornata di campionato 2000/01 contro la Reggina: eh no, adesso basta! Dopo pochi minuti del fischio finale, a Reggio Calabria, nella conferenza stampa televisiva, Lippi anticipa tutti ed esplode in una filippica contro i giocatori (che aveva voluto lui in campo): “Questi giocatori dovrebbero essere appesi ad un muro e presi calci in culo!”. E poi, l’ultimo affondo, un harakiri dialettico, o, forse, un modo per far uscire Moratti allo scoperto e costringerlo ad una decisione: “Se fossi il presidente innanzi tutto caccerei l’allenatore!”.

Infatti a Moratti non par vero cotanto consiglio, che lo mette subito in pratica: approfitta della pausa di campionato per la nazionale, licenzia Lippi e assume Tardelli, in quel momento commissario tecnico della Nazionale Under 21. Resta sempre un enigma come un allenatore, coperto di prestigiosi titoli in una grande squadra come la Juve, abbia perso completamente la trebisonda in ambito interista. E’ comunque storia e non leggenda il fatto che, dopo quasi due anni sabbatici, il futuro ct della Nazionale mondiale in Germania ritornerà ad allenare i bianconeri, per restarci tre anni e rimacinare successi: 2 scudetti, 2 Supercoppe Italiane e una finale di Champions persa contro il Milan, ai rigori, in quel di Wembley.

A Moratti, quindi, non rimase che leccarsi le ferite per un rapporto professionale che, nonostante le premesse, non decollò mai, ma purtroppo il “progetto” Tardelli si rivelò “la pezza di ripiego peggiore dello strappo”: quella stagione sarà forse la più disastrosa degli anni morattiani, già molto problematici. Quella della sconfitta per 6-1 contro il Parma in Coppa Italia, dell’eliminazione in Coppa Uefa ad opera degli spagnoli del Deportivo Alaves (mica Real Madrid!), della sconfitta a Milano per 2-0, dopo una rocambolesca trasferta in terra iberica (dall’1-3 al 3-3).

Sarà, soprattutto, l’epocale sconfitta per 6-0, rimediata nel derby di ritorno, in una calda serata di maggio, che, nonostante alla fine l’Inter arrivi nella classifica finale del torneo tricolore al quinto posto, proprio davanti ai cugini, autori della scoppola nella stracittadina, Moratti deciderà di porre fine anche all’avventura di Tardelli, allenatore dell’Inter, facendo accomodare in panchina “l’hombre vertical”, l’argentino Hector Cuper, discusso protagonista di un paio di stagioni, che rivivremo nelle prossime puntate.