Dopo le ragazze, i ragazzi. L’Italia del volley vuole un altro Mondiale
L’Italdonne ha consegnato il testimone agli uomini, ora tocca a loro. L’estate della pallavolo non ha mai soluzione di continuità, a maggior ragione quest’anno, con i due Mondiali uno dietro l’altro. Le ragazze straordinarie di Julio Velasco, domenica 7 settembre a Bangkok, in Thailandia, hanno chiuso al primo posto. Erano le favorite, hanno confermato il pronostico, con un carattere e una forza di gruppo emersi soprattutto nella semifinale con il Brasile e nella finale con la Turchia, vinte al quinto set. In neanche un anno e mezzo hanno conquistato tutto ciò che si poteva conquistare: due Volleyball Nations League consecutive, uno storico oro olimpico, il secondo mondiale a 23 anni di distanza dal primo.

Ora tocca agli azzurri di Ferdinando De Giorgi, allievo di Velasco, campioni del mondo in carica. Ma non favoriti e anche bersagliati dalla sfortuna. Cominciano domenica 14 a Quezon City, nelle Filippine. Ne abbiamo parlato con Paolo Cozzi, di professione centrale in campo (con 106 presenze in azzurro) e oggi commento tecnico per le telecronache di Warner Bros. Discovery.
Il Mondiale è stato portato a cadenza biennale e allargato a 32 squadre: ha senso un gigantismo calcistico nel volley?
«Si assisterà inevitabilmente a partite di scarsissimo valore nella fase a gironi: poco più che allenamenti. Scimmiottare così il calcio non aggiunge nulla tecnicamente. Per le nazioni più forti la prima parte del torneo diventa l’occasione per rodare il roster e per quelle più deboli una opportunità di mettersi in mostra. Magari c’è un singolo bravo che può ritagliarsi un futuro in club importanti. Nel sud-est asiatico il movimento è florido, c’è tanta voglia di pallavolo da quelle parti. Ma squadre come Colombia o Libia non so che cosa possano dare. Prendiamolo come un premio per chi fa pallavolo e per un aggiornamento importante per gli allenatori».
La Polonia, che ha travolto 3-0 l’Italia nella finale di Volleyball Nations League, è davanti a tutti?
«È la favorita d’obbligo, c’è un gap difficile da colmare. Nikola Grbic è un allenatore di grande esperienza, la squadra è rodata e Leon… è tornato a fare il Leon, immarcabile in attacco e micidiale al servizio. Un giocatore così è un problema per tutti».
Avversarie credibili?
«La Francia di Giani è sempre una mina vagante. Ha fatto uno step indietro rispetto all’oro olimpico ma, quando è in giornata, è complicato affrontarla. Se va avanti, è sulla strada di Italia e Polonia nel tabellone. Gli Stati Uniti sono in una fase di rifondazione e hanno Cuba, in crescita, nel girone. Il Brasile non mi sembra più mentalmente quello del passato. Il Giappone tecnicamente è eccellente, però soffre le avversarie fisiche, mentre la Bulgaria di Blengini ha tanti giovani interessanti, che devono però crescere. La Slovenia è arrivata quarta in Volleyball Nations League, ma ha un elemento chiave come Mozic condizionato da un serio guaio al ginocchio».
Resta l’Italia la vera, e solita, alternativa?
«Lo 0-3 nell’ultima finale con la Polonia ha fatto passare in secondo piano un risultato comunque ottimo, all’esterno. All’interno, invece, penso che il gruppo abbia vissuto la sconfitta come un momento di costruzione per alzare l’asticella. Resta comunque impressionante come i polacchi abbiano subito spinto sull’acceleratore, impedendoci di rientrare».
E poi c’è il grave infortunio in palestra che ha tolto di mezzo un giocatore fondamentale come Lavia.
«Daniele è uno di talento, che fa la differenza nei momenti caldi dei match. Però Luca Porro e Bottolo sono cresciuti tantissimo, daranno un contributo importante. Secondo me una possibile alternativa sarà nel palleggio, perché nello staff è entrato Meoni, tornato apposta dal Texas dove vive da anni. Lui è stato un eccellente regista, soprattutto nei primi tempi di attacco con i centrali. Un aspetto su cui abbiamo faticato in questi ultimi tempi, come si è visto ai Giochi di Parigi. Giannelli non si discute in palleggio, ma anche Sbertoli non è da meno e a Trento ha lavorato con Michieletto e Rychliki, schiacciatore e opposto. Io non ho mai considerato un dualismo il rapporto tra i due palleggiatori azzurri, ma secondo me Sbertoli dovrebbe avere più spazio quando gli avversari ti “leggono” sotto rete».
Un compito che tocca a De Giorgi
«Io divido gli allenatori tra gestionali e costruttori: i primi sono spesso ex grandi atleti, che sanno come gestire un gruppo; i secondi arrivano dal basso, con tattica e tecnica. Gente alla Angelo Lorenzetti, il tecnico che ha fatto ancora più grandi Trento e Perugia, per capirci. Fefè è un connubio tra le due cose: ha giocato ad altissimo livello, sa come gestire i campioni e le fasi di recupero, però ha anche fatto crescere i suoi giovani».
Ed è l’esponente di una solida scuola italiana di allenatori
«Ho citato Giani e Blengini, ma la Slovenia ha Soli, l’Iran ha Piazza. In campo femminile Santarelli è stato avversario dell’Italia in finale con la Turchia, Guidetti ora è in Canada, abbiamo affrontato la Polonia di Lavarini e la Germania di Bregoli. Una volta c’erano solo i russi con i loro gradoni… I nostri tecnici sono una garanzia all’estero, insieme con i loro staff. Gli italiani arrivano da campionati giovanili molto competitivi, a 25 anni già allenano. Non solo: studiano tanto e la Federazione organizza molti corsi per crescere. Si organizza così un sistema vincente».
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