Non c’è niente di più eroico della nuda realtà

La cronaca del salvataggio sulla Paullese dei 51 studenti insegna molto di più delle mille interpretazioni faziose di giornalisti ebbri di razzismo e antirazzismo

Chi ha il coraggio della realtà? Appurato che ci sono in giro più bastimenti di giornalisti ebbri di razzismo e antirazzismo che barconi di immigrati, ecco come sono andate le cose sui media e sulla Paullese. Perché si sa, applicato alle vicende umane, il giornalismo funziona un po’ come quella benzina cosparsa dal signor Ousseynou Sy la mattina del 20 marzo sul pavimento di uno scuolabus urlando «basta morti in mare» e al contempo «nessuno uscirà vivo da qui». E così, più delle fiamme appiccate al mezzo dall’autista senegalese, anzi no italiano, anzi no italiano di origine senegalese, il fuoco d’artificio delle emozioni divampava in rete, tv ed edicola in base all’appartenenza correntizia.

I BUONI, I CATTIVI, I MATTI

Da una parte c’è quello che Venanzio Postiglione sul Corriere ha già stigmatizzato come «sovranismo ideologico: immigrati, quindi cattivi, ma comunque sono troppi», dall’altra quelli che «Matteo Salvini soffia sul fuoco e poi, ecco, una mente sconvolta quel fuoco lo accende sul serio». In altre parole, per ogni titolo di Libero sul «terrorista coccolato dal Comune anti-Salvini», c’è un tweet di Gad Lerner che lo chiama «cittadino italiano» ammalato di quella follia criminale che è «l’esito di una contrapposizione isterica che manifesta ostilità agli immigrati additandoli come privilegiati, negando le loro sofferenze e la loro umanità».

In mezzo, la demagogia notiziata da Repubblica con Francesco Merlo, che non è d’accordo nemmeno che sia stato un senegalese a tentare di fare una strage di bambini, ma un autista di autobus ammattito perché l’autobus è da sempre l’archetipo del meticciato e «sobilla e rende i matti ancora più matti. Nell’autobus ci sono infatti le emozioni e gli odori, tocchi e guardi i passeggeri che si toccano e si guardano, vedi i bimbi di scuola con le cuffiette in testa e con le scarpe da tennis ai piedi. L’autobus è, nelle città, il luogo dove scoppiano più risse che altrove, il piccolo mondo recluso dove si scatena l’odio contro il diverso che ti sta accanto. Negli anni Sessanta, nell’America di Kennedy, all’inizio dei grandi disordini razziali, all’origine delle rivolte nere e delle leggi speciali c’è una donna di colore, Rosa Parks, che appunto in un autobus non volle cedere il posto riservato ai bianchi. Qui c’è pure, nell’autista nero, un altro stereotipo del razzismo, come nella cameriera nera».

IL SIPARIO DI REPUBBLICA E LA PAULLESE

Il sipario di Repubblica cala sull’immagine giusto un filo stereotipata del maresciallo che «ha rotto il vetro di dietro come un James Bond alla casereccia» e un bimbo che «ha le stesse qualità dei suoi quasi coetanei che sabato scorso hanno manifestato in tutto il mondo per difendere l’ambiente»: tant’è, dateci oggi il nostro caos simbolico quotidiano e così sia. Ma questa volta – su questo ha pienamente ragione Merlo – il lieto fine c’è.

E non c’è solo perché i 51 ragazzini di Crema che si trovavano sullo scuolabus hanno riportato a casa la pelle, perché l’uomo è stato arrestato, perché tutto è andato come va nei film, cioè roba da non crederci. Ma perché tutto quello che è accaduto sulla Paullese, che continua ad accadere in queste ore man mano che apprendiamo nuovi dettagli e parlano i protagonisti di quegli incredibili 40 minuti, è talmente reale da far risultare surreale ogni tentativo di usarlo come miccia per ciascuna, propria, tesi aprioristica.

«IO VENGO DAL CONGO E TUTTI MI TRATTANO BENE»

Immaginate intanto quei tre ragazzini di cui parlano tutti, tre amici mal legati apposta dagli insegnanti, l’egiziano Rami che nasconde il suo cellulare e fa partire le prime chiamate al 112, il cellulare che cade, l’italiano Ricky che come una saetta lo recupera e lo passa sul sedile dietro al marocchino Adam. Adam che chiama, due volte mette giù perché pensa di essere stato scoperto, alla terza risponde il papà, che a sentire la storia sorride, «è uno scherzo, vero?», Adam spazientito che mette giù e chiama allora la mamma e cerca di spiegarle dove sono. E intanto l’autista impazzito che grida che li ammazza tutti, «devo vendicare le figlie morte nel Mediterraneo. Cercavano di venire in Italia», Fabian che risponde «non è vero, io sono venuto dal Congo e tutti mi trattano bene», Ali, che è egiziano, che ribatte «anche la mia famiglia è straniera però è pacifica, lasciaci andare perché qui siamo tutti buoni».

E intanto l’odore nauseabondo di benzina, i pianti, mentre lo scuolabus viaggia veloce sulla Paullese e Filippo, insieme ai compagni e professori, fa gran casino perché l’autista non si accorga delle chiamate di Adam. E poi le pattuglie che affiancano il bus, che sperona un camion e due auto, perde terreno, i carabinieri che fanno incursione salendo davanti mentre l’autista tiene in ostaggio un ragazzino e minaccia con un accendino di dare fuoco a tutto, i vetri infranti dagli sfollapersone sul retro, qualcuno che scappa, il bus che riparte, che si schianta contro un auto, le fiamme che divampano, tutti si salvano, anche l’insegnante raggiunta dal fuoco che ha aspettato che anche l’ultimo studente mettesse piede fuori da quella trappola incandescente.

IL SIGNOR OUSSEYNOU SY

Si salva anche Ousseynou Sy, da quindici anni alle dipendenze di Autoguidovie, che a Crema tutti chiamano Paolo, che viene dal Senegal ma è italiano da cinque anni, che nel nostro paese c’è venuto «per amore», che qui ha avuto due figli, ma poi si è separato. Che ha precedenti per abusi sessuali su minori e guida in stato di ebbrezza, che ora dice che «non volevo uccidere nessuno» ma solo «prendere un aereo a Linate», che asserisce di non avere nulla da spartire con i kamikaze e gli attentatori islamici, ma di essere un «panafricanista», che aveva pianificato da giorni il gesto e aveva già mandato ad amici e famigliari in Senegal un video di rivendicazione. Ousseynou Sy, ora vittima, ora carnefice, che invece di riportare alla scuola Vailati di Crema dalla palestra 51 studenti li ha sequestrati urlando che era tutta colpa di Salvini e di Di Maio.

RAMI VUOLE DIVENTARE ITALIANO

Ora i due ministri, sulla base della legge che la assegna «per meriti speciali» hanno deciso di concedere la cittadinanza a Rami, nato in Italia nel 2005 da una famiglia egiziana che è ancora in attesa dei documenti ufficiali. Rami da grande vuole fare il carabiniere, diventare uno di quegli eroi di Milano che l’Arma oggi ha omaggiato con un lungo post su Facebook: «Noi in tanti, 110mila, che di fronte a tanto abbiamo solo una parola. Grazie. Grazie per averci resi orgogliosi della nostra uniforme». Nel frattempo i giornalisti, gli stessi che da barricate opposte hanno soffiato sulle braci dell’infuocato aggettivo “senegalese”, provano ad aggrapparsi sempre con opposta demagogia, all’etnia di Rami e Adam. Per fortuna la realtà, che non è mai a corto di argomenti, continua a rivelare schegge e brandelli di quella mattina sulla Paullese maestosamente e drammaticamente più incredibili di qualunque master in sceneggiatura editoriale. Di qualunque copione scritto per assegnare la parte di Rosa Parks e intrappolarla sul sedile di un autobus di cui non restano che lamiere bruciate.

Foto Ansa