Il messaggio più scomodo di Alex Zanardi
Alex Zanardi è morto due volte. La prima nel 2001, al Lausitzring, in Germania, durante una corsa automobilistica, quando l’impatto con la vettura di Alex Tagliani gli portò via le gambe. La seconda il 19 giugno 2020, sulle strade del Senese, quando, durante una staffetta in handbike, si scontrò con un camion. Entrambe le volte il mondo lo pianse. Entrambe le volte lui si rifiutò di morire davvero.
Ora è morto per la terza volta. Questa sì, definitiva. E il mondo lo celebra come eroe, giustamente. Le medaglie paralimpiche, la risata impossibile, la forza sovrumana. Tutto vero. Ma c’è una cosa che nessuno in questi giorni ha detto. Una cosa che grida nel silenzio di tanti necrologi, di tanti servizi televisivi, di tanti commenti commossi sui social.
Alex Zanardi non ha mai chiesto di morire.
La scelta silenziosa della sua famiglia e degli amici
Non lo ha chiesto dopo il 2001, quando doveva reinventarsi ogni gesto quotidiano partendo da zero. Non risulta che lo abbia chiesto dopo il 2020, quando giaceva gravemente ferito, lontanissimo da quell’atleta travolgente che aveva commosso il pianeta. Non sappiamo con precisione cosa vivesse dentro, in quegli anni. Nessuno lo sa davvero. Ma sappiamo cosa hanno scelto coloro che lo amavano. Sua moglie Daniela, suo figlio Niccolò, che in questi giorni ha detto parole bellissime sul padre, restituendoci l’immagine dell’Alex di casa, capace di trovare il sorriso nelle piccole cose. E intorno a loro, una rete straordinaria di amici, di persone che hanno scelto di esserci, di non voltarsi dall’altra parte.
Perché nessuno lo dice? Perché nessuno coglie la portata di questo silenzio? Viviamo in un tempo in cui il dibattito sul fine vita occupa pagine di giornali, aule parlamentari, sentenze della Consulta. Un tempo in cui si moltiplicano le leggi, i referendum, le battaglie per il “diritto a morire con dignità”. E intanto Alex Zanardi, l’eroe dimezzato e poi abbattuto, stava lì. Dipendente da tutto e da tutti. In quello che molti, con la migliore delle intenzioni, avrebbero chiamato una vita senza prospettive.
Domande non retoriche
In uno Stato perfettamente regolato sui princìpi della morte dignitosa, qualcuno avrebbe potuto spiegare ai familiari che prolungare quella situazione era crudele. Che era giusto lasciarlo andare. Che lui stesso, da sportivo abituato a vincere, avrebbe capito. Non lo dico per accusare nessuno. Chi si trova in quelle stanze, con quel dolore addosso, ha diritto a cercare ogni risposta possibile. Ma la domanda rimane: perché la risposta di Daniela e Niccolò è stata un’altra?
Lo stesso vale per Michael Schumacher. Anche lui, da anni, vive in condizioni che il mondo conosce solo per frammenti. Anche la sua famiglia ha scelto il silenzio e la fedeltà. Senza spiegazioni, senza appelli, senza chiedere nulla a nessuno se non di essere lasciata in pace ad amare.
Perché queste famiglie, che avrebbero potuto essere spinte a considerare la fine come una liberazione, non l’hanno scelta? Cosa hanno trovato, in quell’amore ostinato, che valesse la pena di portare? La domanda non è retorica. Non contiene giudizi verso chi ha scelto o sceglierà diversamente, verso chi in condizioni simili non ha trovato la stessa forza o lo stesso senso. Il dolore non si misura e non si processa dall’esterno. Ma proprio per questo la domanda va posta: cosa ha reso possibile quella scelta, in questi casi? Quali sostegni mancano perché anche chi vorrebbe resistere non sia lasciato solo?
La battaglia che nessuno combatte
La politica italiana litiga da anni su come regolamentare l’eutanasia e il suicidio assistito. È un tema serio, che merita risposte serie. Ma c’è un’altra legge che nessuno scrive, un’altra battaglia che nessuno combatte: quella per sostenere chi sceglie di non morire. Per dare alle famiglie strumenti, risorse, accompagnamento, sollievo concreto. Per rendere possibile quella fedeltà estrema che Daniela Zanardi ha praticato per anni senza che nessuno costruisse intorno a lei una rete istituzionale degna di questo nome.
Grazie, Alex. Grazie perché la tua vita, anche nell’ultima parte silenziosa e difficile, ha detto qualcosa di necessario. Che la dignità non si misura in autonomia né in piena coscienza né in utilità sociale. Che c’è un valore nell’essere tenuti, nell’essere amati oltre ogni calcolo, oltre ogni ragionevolezza mondana.
Tu non hai chiesto di morire. E questo, oggi, è il messaggio più scomodo che potevi lasciarci.
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