Merletti (Confartigianato): «Come si fa ad assumere se le tasse sul lavoro pesano per oltre il 40 per cento?»

Meno tasse e semplificazione. Così per Giorgio Merletti, presidente Confartigianato, si possono aiutare le imprese che «si sforzano di resistere» a una valanga di tasse

Con un cuneo fiscale sul lavoro che supera il 40 per cento e non permette nuove assunzioni, nemmeno di giovani, e una pressione fiscale reale che pesa per il 68,3 per cento, in Italia è praticamente impossibile fare impresa. Lo sa bene Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato, che a tempi.it avanza qualche proposta per aiutare le imprese ad uscire dalla crisi.

Gli artigiani sono usciti dalla crisi oppure no?
La crisi ha prodotto una severa selezione delle imprese dell’artigianato. La sofferenza dell’economia reale è tutta in quei segni “meno” che accompagnano i principali indicatori: occupazione, Pil, produzione. Si tratta di gravi segnali che impongono un poderoso cambio di marcia nelle politiche economiche per non disperdere il prezioso patrimonio produttivo del nostro paese. Ciò detto, le nostre imprese, che indubbiamente vivono giorni molto difficili, sono anche protagoniste degli sforzi per resistere. Ancora una volta “il calabrone vola”, potremmo dire: in Italia infatti continuano a nascere ogni giorno quasi 400 aziende artigiane, a conferma del fatto che le difficoltà non hanno piegato lo spirito imprenditoriale degli italiani. Una vitalità che però va incoraggiata con uno sforzo altrettanto energico da parte della politica per modificare un contesto ancora ostile al fare impresa e alla libertà d’iniziativa economica.

Di cosa c’è bisogno?
Servono interventi rapidi e concreti. Le faccio un esempio: gli incentivi varati dal Governo per ristrutturazioni e riqualificazione del patrimonio immobiliare e l’efficientamento e il risparmio energetico sono una misura semplice ma efficace per rimettere in moto la filiera delle costruzioni in cui operano 571.336 imprese artigiane, vale a dire il 64 per cento del totale delle aziende italiane delle costruzioni. Questa è la strada de seguire.

Ma cosa chiedono gli artigiani alla politica?
I nostri imprenditori chiedono semplicemente di poter fare impresa in condizioni simili a quelle in cui operano i loro colleghi degli altri Paesi europei sui fronti del fisco, del credito, della burocrazia, del mercato del lavoro.

Un esempio?
Potrei citare tanti esempi degli ostacoli al sistema imprenditoriale. Uno per tutti, tra i più paradossali: il Sistri, il sistema di tracciabilità dei rifiuti che, negli ultimi 3 anni, non ha mai funzionato ma è costato agli imprenditori italiani la bellezza di 250 milioni. Ebbene, nonostante sia stato ampiamente dimostrato che va abolito e sostituito con un altro più efficace, il Governo Monti lo ha riproposto.

Non c’è il rischio che i più giovani si disinteressino dell’artigianato?
Di certo tutto questo non è il miglior viatico per avvicinare i giovani all’artigianato e alla piccola impresa, che invece offrono numerose potenzialità alle nuove generazioni, oltre che nei settori tradizionali, anche nelle attività più innovative.

Ci sono artigiani che vorrebbero assumere ma non possono?
La crisi, ovviamente, ha influito negativamente sulle opportunità di occupazione nelle imprese artigiane. Ma, indipendentemente dalle difficoltà economiche, le assunzioni sono ostacolate da un problema storico come l’alto costo del lavoro. Del resto, come si può pensare di assumere quando le tasse sul lavoro pesano per oltre il 40 per cento? Senza dimenticare le difficoltà connesse al mancato dialogo tra scuola, formazione professionale e mercato del lavoro. Tutto ciò infatti è all’origine delle difficoltà degli imprenditori a reperire manodopera qualificata. E su questo fronte la riforma Fornero non ha certo migliorato le cose, anzi… ad esempio, ha caricato di nuovi oneri il contratto di apprendistato scoraggiandone l’utilizzo.

Quali sono le emergenze che l’Italia e la sua classe politica devono risolvere per prime?
Bisogna restituire fiducia agli imprenditori e ai cittadini. Occorre guardare all’economia reale e alle imprese che la compongono, il 98 per cento sono micro e piccole aziende. Servono segnali chiari e azioni concrete per far ripartire lo sviluppo: meno fisco, meno burocrazia, dimagrimento della pubblica amministrazione, più credito, migliori infrastrutture e servizi pubblici efficienti.

Ha qualche suggerimento?
Ridurre la pressione fiscale è una delle priorità, se si pensa che oggi il total tax rate, tutte le tasse e imposte sull’impresa, pesa per il 68,3 per cento, la più alta percentuale in Europa. Così come è pure fondamentale semplificare la giungla di adempimenti amministrativi che alle aziende italiane costano 31 miliardi l’anno. Il problema dell’accesso al credito poi va affrontato sia potenziando gli strumenti di garanzia a sostegno delle piccole imprese, sia assicurando il pagamento dei miliardi di debiti accumulati dalle pubbliche amministrazioni nei confronti degli imprenditori. A questo proposito, il decreto sblocca-debiti è ancora una volta troppo complesso e farraginoso e non contiene quel semplice principio della compensazione tra crediti certificati dovuti dallo Stato alle imprese con le tasse e i contributi dovuti dalle imprese allo Stato. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, infine, bisogna ridurre il cuneo fiscale sui salari. E occorre rimettere mano alla riforma Fornero che ha aumentato costi e complicazioni a carico delle imprese.