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Meeting. «Io, prete figlio di un musulmano, sono felice ma ho portato la mia croce»

agosto 25, 2017 Leone Grotti

Nur el Din Nassar, 36 anni, sacerdote della diocesi di Novara, racconta la sua esperienza: «Mio padre ha dovuto ingoiare un macigno a causa mia, ma l’ha digerito per amore»

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Rimini. Da piccolo voleva fare la guardia forestale, invece è diventato un prete. Anche se le vocazioni in Italia diminuiscono non ci sarebbe niente di strano, se non che Nur el Din Nassar è figlio di un musulmano. Sua madre, cattolica, e suo padre, proveniente dall’Egitto, si sono incontrati nel 1978 alla stazione Centrale di Milano. E dopo appena tre mesi si sono sposati. Don Nur el Din, 36 anni, primo di tre fratelli, ha raccontato il suo percorso travagliato culminato nel sacerdozio ieri al Meeting di Rimini e anche se ogni frase è accompagnata da grandi sorrisi, ci tiene a sottolineare: «Seguire la mia vocazione è stato come morire. Ora sono felice, ma ho sperimentato quanto è pesante la croce».

L’EDUCAZIONE. Il sacerdote della diocesi di Novara è stato lasciato libero di seguire la propria strada. I suoi genitori erano entrambi molto radicati nella fede, ma siccome di moschee negli anni Ottanta ce n’erano poche, «la religione materna ha avuto un po’ la prevalenza e io ho fatto il percorso classico: catechismo, oratorio. Senza però prendere i sacramenti». Pur avendo poche occasioni di andare in moschea in Italia, l’islam l’ha respirato in casa: «Mio padre si alzava tutti i giorni prima dell’alba per la prima delle preghiere quotidiane. Al pari di mia madre, aveva una fede semplice ma forte e penso sia per questo che i miei genitori sono riusciti a rimanere insieme fino alla fine».

GESÙ E ALLAH. Crescere in una famiglia dove, prima di ogni pasto, si pregavano Gesù da una parte e Allah dall’altra, non è stato facile ma don Nur el Din non ha mai corso il rischio di fare insalate miste religiose: «Mio padre rimarcava sempre la differenza tra le religioni e io ho avuto modo di imparare da entrambi». Dopo un’adolescenza travagliata e un periodo difficile, l’incontro con un sacerdote di ritorno dall’Africa, «che mi ha insegnato che il cristianesimo è un rapporto, non un insieme di regole», lo ha spinto a ricevere i sacramenti nel 2002 e a seguire la strada del sacerdozio.

IL RAPPORTO COL PADRE. Il padre, neanche a dirlo, non l’ha presa bene: «Quando ha saputo che volevo diventare prete, si è arrabbiato moltissimo e ha sofferto. Durante tutto il mio primo anno di seminario non mi ha rivolto la parola. Era arrabbiato con me e ogni volta che tornavo a casa, si chiudeva in camera sua. Dopo ho saputo che ha passato un anno a pregare, chiedendo a Dio che guarisse il suo cuore e spegnesse la sua rabbia. In seguito abbiamo ripreso a dialogare ed è nato un rapporto bellissimo, anche se duro, perché mio padre era un bel tipino e non ne lasciava passare una. Soprattutto non capiva il senso del celibato e la Trinità».

FUNERALE MUSULMANO. Dopo la sua ordinazione, il padre di don Nur el Din si è ammalato ed è morto, ma «è sempre rimasto sereno e contento fino alla fine. Lui credeva davvero nell’esistenza di Dio e del Paradiso. E il suo funerale è stata una vera festa: c’erano le donne musulmane che preparavano da mangiare e quelle cristiane che recitavano il rosario insieme. La semplicità e lo spirito di mio padre mi hanno insegnato tanto: mio padre ha dovuto ingoiare un macigno a causa mia, ma l’ha digerito per amore».

Foto Meeting

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