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Meeting. Incontro Lepori – Habukawa: il senso vero dell’ecumenismo

agosto 22, 2017 Rodolfo Casadei

Incontro a Rimini tra un monaco buddista e l’abate generale dei Cistercensi. «Nonostante la differenza siamo uniti davanti al Mistero»

lepori-Habukawa-flickr

Rimini. Vieni a sapere di un incontro di buddisti e cattolici al Meeting di Rimini, e se non conosci le premesse e il pregresso ti preoccupi, perché magari hai negli occhi l’incongrua immagine del superiore generale dei gesuiti in preghiera in un tempio buddista, accoccolato a terra in mezzo a giovani monaci arancioni. E quando ti anticipano che monaci buddisti e un coro di musica sacra cristiana pregheranno cantando in contemporanea sullo stesso palco, temi la frittata sincretista. Se non conosci le premesse e il pregresso. Che sono l’amicizia di due maestri, due persone serie, don Luigi Giussani e il maestro Shodo Habukawa, sbocciata trent’anni fa in un monastero sul monte Koya in Giappone e proseguita fino alla morte del primo. E un’altra amicizia, quella fra lo stesso Habukawa e l’attuale abate generale dei Cistercensi padre Mauro Giuseppe Lepori, al quale il professore giapponese rese visita nel 1999 quando era abate solo del monastero di Hauterive, vicino a Friburgo (Svizzera). Amicizia non vuol dire sintonia per un comune interesse per i discorsi religiosi, che essendo solo discorsi si possono mescolare a piacere, ma relazione sorta dal comune ardore dei rispettivi cuori per il Mistero, dalla carità che consiste nel «conservare accesa in sé la fiamma del cuore dell’altro, come se il desiderio d’infinito dell’altro ci fosse caro quanto il nostro» (Lepori). Questa è la differenza fra sincretismo ed ecumenismo. Che gli interventi dei due invitati hanno perfettamente chiarito e illuminato.

Habukawa ha visitato il monastero di Lepori nel 1999. Racconta la sua partecipazione alle liturgie dei monaci cattolici perché «nonostante la differenza siamo uniti davanti al Mistero tramite la preghiera». E racconta di quando un monaco, scuotendo la testa con un grande sorriso, lo bloccò mentre cercava di accostarsi all’Eucarestia. Non si sentì per nulla offeso: «È stato un momento molto impressionante perché davvero abbiamo condiviso il momento più profondo della preghiera nell’abbraccio al Mistero nonostante la differenza, e per questa intensità non dimenticherò mai la scena». Sant’uomo: l’esclusione dall’Eucarestia non lo ha fatto sentire estraneo, non lo ha spinto alla rimostranza o alla rivendicazione, ma lo ha avvicinato di più all’esperienza di rapporto col Mistero che quei monaci di una religione diversa dalla sua stavano avendo. «Monsignor Giussani, che rispettiamo e amiamo molto, ci ha insegnato che per avere un’esperienza mistica è davvero importante “aprire il nostro cuore a tutto ciò che esiste nel mondo”. Tutto ciò che esiste nel mondo appartiene all’unico essere che dà la vita, cioè al Mistero. Il Mistero crea comunione fra tutti gli esseri e l’eternità ed anche noi siamo parte del Mistero. Quindi contemplando tutto ciò che esiste nel mondo possiamo sentire la presenza del Mistero». Habukawa racconta di avere fatto tale esperienza ammirando la Pietà di Michelangelo: «Quando sto davanti a quella statua, sento il senso di ispirazione che arriva dal Mistero direttamente a me».

Altrettanto stupefacente la testimonianza dell’abate Lepori, che ha cominciato parlando di quella visita di diciotto anni fa: «Raramente qualcuno ha lasciato in noi tanta pace e tanta letizia come ce l’ha lasciata lui. La sua familiarità con il Mistero, la sua tenera attenzione ad ognuno ci ha rimandato al cammino quotidiano della nostra vocazione di monaci cristiani. Ci siamo ritrovati a pregare le nostre preghiere quotidiane, a celebrare l’Eucarestia, a fare silenzio, a vivere i rapporti fra di noi con un cuore più sensibile, più fervido. E per noi il mistero era che un monaco di un’altra religione ci aveva richiamato a Cristo». Quindi ha evocato la calligrafia artistica recentemente donatagli da Habukawa, recante una frase che recita: «Tutti quelli che vanno a trovare un grande maestro o una persona virtuosa, hanno il cuore vuoto. Ma grazie all’incontro con lui, tutti saranno salvati e torneranno sulla strada di casa con il loro cuore pieno di soddisfazione». Commento: «Che consolazione sentirsi dire che l’unica condizione per incontrare un grande maestro, un padre che possa ridestare la nostra vita, è quella di avere un cuore vuoto! Un cuore vuoto è un cuore che non si riempie da se stesso, né di se stesso». Si riempie dell’eredità del proprio padre, come nella parabola del figliol prodigo che riguadagna l’eredità paterna quando riconosce il vuoto del proprio cuore. Il tema dell’attuale edizione del Meeting è come può avvenire oggi la trasmissione dell’eredità dei padri ai figli, e Lepori porta il suo affondo: «Spesso, se l’uomo contemporaneo dilapida l’eredità paterna, non lo fa soltanto per sete di libertà, di indipendenza e di piacere, ma perché l’eredità che si è preteso di trasmettere era un’eredità senza paternità, che ha preteso di trasmettersi senza il padre che la dona. Nessuna eredità è interessante se non trasmette un amore alla vita che si comunica da cuore a cuore, dal cuore del padre al cuore del figlio, dal cuore del maestro al cuore del discepolo. Un’eredità che non trasmette il cuore di chi ci genera, non è interessante, e merita solo di essere dilapidata. Ma l’eredità che trasmette il cuore di una persona, di una famiglia, di una comunità, di un popolo, è sempre preziosa, ed è incorruttibile». Con questo Lepori spiega perché Giussani, come aveva prima raccontato Habukawa, amava tenere sulla propria scrivania una riproduzione di una divinità buddista che aveva visto al monastero del monte Koya: Senjyu-kannon, che con mille mani esprime la compassione del Mistero che viene in aiuto delle necessità umane. «Noi vediamo le mille mani, ci sentiamo soccorsi da una compassione che ci tocca in un bisogno particolare, ed è allora che intuiamo la natura profonda del Mistero, che il Mistero è un Cuore, un Amore infinito».

E infine il senso vero dell’unico ecumenismo che sfuggirà alle sirene di un sincretismo vuoto e funzionale ai disegni del potere di questo mondo: «Io non so, io non capisco che intuizione del cuore del Mistero hanno i nostri amici buddisti. Io non posso cogliere cosa è dato loro di intuire del Cuore che irradia mille mani traboccanti di compassione. Così come non so fino a che punto abbia per loro un significato il Cuore trafitto del nostro Signore crocifisso e risorto. Il cuore del Mistero è insondabile. Ma se è insondabile il cuore del Mistero, invece del mistero del nostro cuore facciamo esperienza. E questa esperienza è come una lanterna nella notte che ci fa incontrare chi la porta accesa come noi. L’ecumenismo è un cammino che avanza nella misura in cui l’esperienza dell’unico ed eterno Mistero si fa sperimentare prima ancora che riusciamo a definirlo. L’amicizia, la sintonia dei cuori vuoti ma accesi perché ardenti di sete di Infinito, questa amicizia è il Mistero che si lascia sperimentare, che si manifesta presente, e amante l’umanità, prima che riusciamo a parlare di Lui. L’ardore del cuore è l’inizio di un’esperienza infinita, di un cammino eterno. Sorprenderci a condividerlo, questo ardore del cuore, e sorprenderci magari a poter condividere solo questo, ci svela che anche la nostra amicizia è infinita, eterna, ed è il solo tesoro che quando lo scopriamo in terra è già conservato in Cielo».

Foto da Flickr

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