Lombardia. Un referendum per uscire dal pantano

«Alle urne, per rovesciare il paradosso dello Stato pervasivo al Nord e assente al Sud». Il costituzionalista Luca Antonini spiega perché la partita per l’autonomia di Lombardia e Veneto è per tutto il paese

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Lombardia

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Dicono che col referendum non si otterrà né più né meno di ciò che si potrebbe ottenere trattando direttamente col governo. Che meglio ha fatto l’Emilia-Romagna scegliendo la via del dialogo senza spendere un quattrino. Addirittura, che la consultazione contraddice l’unità nazionale. «Fumo negli occhi, siamo a fine legislatura: nessuno va a trattare una maggiore autonomia con un governo a termine e con un Parlamento a fine mandato che ha già difficoltà ad approvare una legge elettorale. La strada imboccata dall’Emilia-Romagna non porterà da nessuna parte, ci provò anche Roberto Formigoni nel 2007 e non ottenne nulla. La storia insegna che senza referendum la norma rimane inattuata».

Il professor Luca Antonini, docente di diritto costituzionale presso l’Università di Padova, già presidente del Copaff, la commissione paritetica Stato-Regioni per l’attuazione del federalismo fiscale (da cui si è dimesso nel novembre del 2015 in polemica con Matteo Renzi), spiega a Tempi perché una vittoria del sì al referendum per l’autonomia della Lombardia e del Veneto il prossimo 22 ottobre, avrebbe «un impatto fortissimo», che «rafforzerebbe l’unità nazionale», mentre a non assecondare la legittima domanda di autonomia delle due Regioni, «si rischia la Catalogna».

A chi lo chiama inutile, costoso e farlocco, Antonini ricorda infatti che se il referendum giuridicamente ha solo valore consultivo, politicamente innesca una pressione importantissima, «se il 70 per cento dei lombardi e dei veneti votasse esprimendosi per il sì, chiunque andrà al governo nella prossima legislatura dovrà farci i conti, non potrebbe altrimenti sperare in un successo elettorale in queste regioni», ed è determinante «per ottenere l’attuazione dell’articolo 116, III comma, della Costituzione. Già in passato Lombardia, Veneto, addirittura la Toscana ci avevano provato, ma le loro richieste sono state abbandonate. Se i referendum, questa volta legittimati dalla Corte costituzionale, saranno fortemente partecipati e vinti sono destinati ad aprire una via d’uscita al pantano istituzionale. Con giovamento di tutti».

Dopo avere bocciato per due volte, nel 1992 e nel 2000, consultazioni analoghe, con la sentenza 118 del 2015 la suprema Corte ha finalmente invertito la rotta approvando il referendum, «diversamente le disposizioni che attribuiscono maggiore autonomia e competenze alle Regioni dotate di maggiore efficienza politica e amministrativa (il cosiddetto “regionalismo differenziato”) continuerebbero a restare inattuate. La consultazione nasce dunque per attuare la Costituzione: dire che il referendum contraddice l’unità nazionale è come dire che la nostra Carta fondamentale è contro l’unità d’Italia».

L’eterna questione sanitaria
Il problema delle regioni efficienti, spiega Antonini, sta tutto nel centralismo che ne soffoca le potenzialità di sviluppo: quante volte dovremo ancora citare il caso della sanità lombarda e veneta e paragonarlo a quello della Calabria? I modelli di organizzazione della sanità (che rappresenta l’80 per cento della spesa regionale) di Lombardia e Veneto sono eccellenze mondiali. Lo dimostrano i dati Ocse che li pongono insieme a Emilia-Romagna e Toscana ai vertici assoluti nel rapporto tra qualità e costo del servizio. Il punto di forza di questi sistemi è la differenziazione: il modello lombardo è diversissimo da quello toscano, quello veneto da quello emiliano e così via. «Trattare queste Regioni allo stesso modo della Calabria, esempio di inefficienza mondiale, è follia istituzionale: è chiaro che la Calabria andrebbe più potentemente commissariata e che il paradosso dello Stato pervasivo al Nord e assente al Sud andrebbe rovesciato. Affrontare la questione meridionale significa infatti questo: recuperare il declino delle regioni inefficienti, rafforzando la presenza nelle regioni che versano in un drammatico stato di abbandono e lasciando maggiori risorse ai territori ad alta produttività, capaci di innescare sviluppo a vantaggio di tutto il sistema nazionale». Puntando per esempio su agenzie governative indipendenti, «la riforma Madia prevedeva la centralizzazione della nomina dei dirigenti della Sanità, sottraendola alle Regioni: che senso poteva avere il passaggio da Roma per le regioni virtuose?».

La furia centralista di Renzi
Molto ha fatto il governo Renzi, ma non solo lui per affossare il federalismo fiscale: nel novembre del 2015 Antonini rimette nelle mani del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan il mandato di presidente del Copaff, nomina ricevuta nel 2009 dal governo Berlusconi. Si dimette in polemica con l’austerity fatta sulla pelle degli enti locali, preferendo l’approccio dei tagli lineari all’applicazione dei costi standard, denuncia il paradosso di uno Stato «che elargisce il bonus 80 euro e riduce le imposte tagliando la spesa non dello Stato stesso, bensì delle Regioni e dei Comuni. Queste operazioni hanno trasformato le amministrazioni locali in esattori di Roma, prodotto un quadro pasticciato, l’Imu è diventata un’imposta caotica, invece di risparmiare miliardi responsabilizzando i governi locali si è rimesso tutto nelle mani dello Stato. Ogni principio che regolava il federalismo fiscale è stato così distrutto dalla furia centralista del governo».

In questo quadro la riforma costituzionale promossa da Renzi (e bocciata dal referendum dello scorso 4 dicembre) modificando il Titolo V della Costituzione avrebbe depotenziato ulteriormente le amministrazioni virtuose, «ricentralizzando le regioni ordinarie e blindando quelle a statuto speciale a prescindere dalla loro efficienza o meno, esasperando la tensione. Non è diverso da quello che è accaduto in Catalogna, pur trattandosi di un referendum radicalmente diverso».

A differenza della nostra, la consultazione referendaria per l’indipendenza catalana è stata infatti bocciata dalla Corte Costituzionale, è contro la Costituzione spagnola e avrebbe effetti disastrosi sul sistema economico, ma dice molto sullo tsunami politico che la chiamata alle urne può generare e la tensione innescata dal vedere le proprie istanze sistematicamente disattese.

I costi? «Irrisori»
I numeri parlano da soli. Cinquantaquattro miliardi di euro è il residuo fiscale della Lombardia, ovvero la differenza tra quanto un territorio versa allo Stato sotto forma di imposte e quanto riceve sotto forma di spesa pubblica, 20 miliardi quello del Veneto, 9 miliardi quello della Catalogna, 1,5 quello della Baviera. E veniamo ai costi, «irrisori, innanzitutto rispetto alla partita che Lombardia e Veneto si apprestano a giocare. In Veneto il referendum costa 14 milioni di euro, e la Regione ha subito più di un miliardo di tagli lineari dallo Stato centrale. Se pensiamo agli sprechi che genera il non lasciare risorse e competenze a una realtà altamente produttiva e altamente efficiente, il costo del referendum diventa ridicolo. Non vedo perché scandalizzarsi quando abbiamo già affrontato per costi molto superiori e a distanza ravvicinata due consultazioni, per le trivelle e la riforma costituzionale».

In ogni caso la partita se andrà a buon fine lascerà un segno indelebile nella prossima legislatura, che dovrà fare i conti con i processi richiesti a gran voce da due regioni che insieme portano in dote il 30 per cento del Pil italiano. «Il tentativo dell’Emilia-Romagna, in questo senso, serve solo a gettare fumo negli occhi sui referendum del 22 ottobre. Non si gioca l’autonomia con una legislatura giunta al termine e che non può trovare applicazione nel processo parlamentare. Senza referendum di ogni richiesta non rimarrà che carta straccia sui tavoli del Governo».

Foto Ansa

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