Lo sfogo degli agricoltori: l’Europa ci taglia e l’Italia ci tassa

Intervista a Mario Guidi, presidente di Confagricoltura: «Togliere 4,5 miliardi significa riportare le lancette dell’orologio indietro di vent’anni»

La bozza del bilancio europeo per il periodo 2014-2020 prevede un drastico taglio per il settore agricolo italiano: una diminuazione di 2,5 miliardi di aiuti diretti ai produtori da aggiungere a 2 miliardi tolti ai fondi per lo sviluppo rurale. Totale 4,5 miliardi in meno per il primo settore.
Confagricoltura, attraverso il suo presidente Mario Guidi, ha immediatamente espresso la propria contrarietà definendo le riduzioni europee «inaccettabili», e per tempi.it Guidi definisce la situazione come «paradossale, perché all’agricoltura vengono affidate nuove sfide come il cambiamento climatico, l’ambiente e la sicurezza alimentare e, contemporaneamente, la Comunità europea taglia drasticamente le risorse destinate al settore».

Presidente, quali le conseguenze?
Togliere 4,5 miliardi significa riportare le lancette dell’orologio indietro di vent’anni. Stimiamo che il taglio per il sistema agricolo possa arrivare oltre l’8 per cento dei trasferimenti comunitari in termini reali.

E in termini di Pil?
L’effetto sul Pil potrebbe corrispondere a 500-600 milioni di euro in meno, ma forse andrà anche peggio. I nostri uffici studi stanno lavorando sul tema. Vorrei porre in evidenza che l’agricoltura è l’unico settore che ha dato nei primi due trimestri di quest’anno un risultato positivo in termini occupazionali. Il settore sarebbe vivace e avrebbe ancora voglia di investire, ma le aziende si stanno domandando se sia ancora opportuno. C’è sfiducia a causa di questa politica agricola comunitaria e della poca attenzione del Governo italiano.

Perché, cosa è accaduto sul fronte italiano?
Novità in termini di ulteriori penalizzazioni. Di attenzione si può anche morire, soprattutto quando i fatti non seguono le parole. Si spendono discorsi sulla centralità dell’agricoltura, ma il risultato delle politiche di quest’anno sono: incremento dell’Imu sui terreni, nuova tassazione Imu sui fabbicati rurali, divieto di realizzare impianti fotovoltaici (anche di piccole dimensioni), vincoli al cambio d’uso dei terreni e, per ultimo, il ddl stabilità che riduce la disponibilità di gasolio agricolo agevolato e aumenta l’Irpef sui terreni. Per non parlare di un’operazione anacronistica: abolire la norma del 2007 che consentiva alle società di capitali di optare per il reddito forfetizzato.

Siete stanchi?
Siamo gente poco abituata a manifestare e ad alzare i toni, ma abbiamo bisogno di un’attenzione positiva e dobbiamo richiamare governo e politica alla  responsabilità: chiudono migliaia di imprese agricole e il settore deve capire se il Paese crede in un rilancio o meno. Nei prossimi giorni raduneremo i nostri organi per decidere l’atteggiamento da adottare. Sono preoccupato per la pressione sociale crescente nelle aziende nelle zone terremotate dell’Emilia e ho paura che possa sfociare in un malcontento di dimensioni difficilmente controllabili. Vedersi disconosciuti come figli di questo Stato non è una bella cosa, è paradossale.

La crisi c’è per tutti, ma il suo messaggio è che oltre al danno venite penalizzati.
Il messaggio rivolto al nostro settore è chiaro: non dobbiamo crescere, rimanere piccoli e sussidiati. In questa situazione non è possibile strutturarsi in funzione dei mercati. È un messaggio penalizzante per un settore che vorrebbe essere più competitivo e soprattutto quando il valore aggiunto per addetto aumenta nelle aziende più strutturate: una società di capitali è lo strumento migliore per affrontare la sfida dell’internazionalizzazione con una miglior qualità e quantità del lavoro offerto.