Lo (s)concerto del Primo maggio

È la solita doppia morale della sedicente parte migliore del paese, solo riveduta e corretta in salsa politically correct.

Se l’obiettivo era quello di accendere ulteriormente i riflettori sul controverso ddl Zan, va dato atto che l’operazione è perfettamente riuscita.

D’altra parte, che per i promotori e supporters a vario titolo del disegno di legge in questione la posta in gioco sia alta, lo si capisce proprio dall’intensificarsi della campagna mediatica ora che l’iter dell’iniziativa legislativa è stato calendarizzato in Senato. La vicenda che ha visto protagonista Fedez al concertone del 1 maggio cosiddetto va inquadrata esattamente in quest’ottica. Solo in apparenza, infatti, ciò che è accaduto può essere classificato tra gli “incidenti” che negli anni passati hanno fatto da sfondo ad un evento che, oltretutto, fin dalla sua nascita è stato sempre molto più che un semplice spettacolo avendo una chiara valenza politica.

Il caso Fedez

Nel “caso Fedez” c’è stata piuttosto la precisa volontà degli ambienti che sostengono il discutibile ddl Zan di sfruttare l’ennesima occasione per rintuzzare la narrativa a supporto dell’iniziativa parlamentare, facendo leva su Fedez (e la sua popolarità) come testa d’ariete. Funzionale ad amplificare ancor di più l’eco mediatica dell’intervento del rapper è stata la querelle con la Rai sul presunto tentativo di censura ai suoi danni (nota bene: censura che sarebbe avvenuta su Rai 3, storica roccaforte della sinistra, con il supporto della dirigente Ilaria Capitani già portavoce di Veltroni), autopresentandosi in tal modo come vittima egli stesso di quella discriminazione contro cui il problematico ddl Zan vorrebbe porre rimedio (naturalmente sorvolando sul fatto che registrare una telefonata all’insaputa dell’interessato e poi diffonderla per sputtanarlo non ci sembra comportamento di specchiata virtù).

Il contestato ddl Zan

Insomma, è stato fin troppo evidente che il bersaglio grosso dell’intervento di Fedez non era certo l’appello indirizzato al premier Draghi (al quale si è rivolto con discutibile garbo istituzionale chiamandolo “Mario” manco fosse amico suo) per sensibilizzarlo sulla situazione dei lavoratori del mondo dello spettacolo; quello è stato solo il pretesto per giustificare, e dare una parvenza di coerenza con lo scopo del concertone, la sua partecipazione ad un evento che da sempre si celebra in concomitanza con la festa dei lavoratori.

Ma il bersaglio grosso era il contestato ddl Zan, usando il concerto come cassa di risonanza per ribadire la bontà dell’iniziativa e per attaccare in un colpo solo e in favore di telecamera (incidentalmente pubblica) una precisa parte politica, l’intero Senato della repubblica, un esponente del mondo cattolico e, per non farsi mancare nulla, persino il Vaticano. Il tutto senza contraddittorio.

Applausi a scena aperta

Fosse successa la stessa cosa a parti rovesciate, cioè con un cantante o un qualsiasi altro personaggio pubblico che avesse preso le distanze da un ddl da più parti giudicato pericoloso per la libertà d’opinione come il ddl Zan, durante una trasmissione o un programma trasmesso dalla Tv di stato, c’è da scommettere che ora staremmo a commentare ben altra storia. Premesso infatti che oggi, con buona pace di chi si straccia le vesti a difesa della libertà degli artisti, difficilmente verrebbe financo ammesso (poi parliamo di censura), lo (s)concerto del 1 maggio sta tutto qui: quando Povia cantò a Sanremo “Luca era gay” venne giù mezzo mondo; se invece su uno stesso palco musicale ancorché organizzato da sigle sindacali e in quanto tale con un preciso connotato, ci sale Fedez e da lì si erge a tribuno della plebe rifilando un pistolotto tutto politico, beh allora la cosa cambia.

Allora viene giù non mezzo mondo, ma il mondo intero, solo in senso opposto. Ed è tutto un osanna e uno spellarsi di mani nei confronti di chi ha avuto il coraggio di metterci la faccia, di chi dice le cose come stanno, di chi ha sul serio a cuore i diritti di chi è discriminato; mentre chi si azzarda a dissentire viene manganellato (per ora solo verbalmente) dalla solita muta di cani e leoni da tastiera a difesa dell’ortodossia del pensiero unico. Ciò che puntualmente contraddistingue non le democrazie, ma i regimi totalitari dove lì, sì, vige implacabile la censura.

La doppia morale

Ora si dà il caso che in democrazia, se Fedez e compagnia cantante lo consentono, il dissenso, avere visioni anche contrapposte su questa o quella faccenda, è non solo lecito ma fisiologico, direi essenziale. Principio che vale anche (e soprattutto) per il divisivo ddl Zan. Se così non è, c’è qualcosa che non torna. Intendiamoci, nulla di nuovo sotto il sole. È la solita doppia morale della sedicente parte migliore del paese, solo riveduta e corretta in salsa politically correct. Il che andrebbe pure bene (andrebbe). A patto di chiamare le cose col loro nome. In ogni caso questa non è la nostra fede(z), questa al massimo è la fede(z) dei tolleranti a corrente alternata. Avanti il prossimo.

Foto Ansa