«Lascia che portino il vaffa al potere, poi licenziali». Il diavolo torna sul caso Battiato

L’assessore “Franco” che voleva avere le mani libere e rivendicava il diritto al suo tempo libero, è incappato nell’eccesso di parole in libertà

Mio caro Malacoda, non per vantarmi – ma se non lo fa il diavolo chi? – però ti invito a rileggere quanto ti scrissi un po’ di settimane fa. «Dovremmo seguirlo più da vicino questo Franco Battiato, potrebbe darci soddisfazioni superiori al previsto. La sua breve esperienza da assessore alla Regione Siciliana è una lampante conferma della vanità retorica sulla “società civile” che soppianta i politici di professione e fa funzionare le cose, quindi un segnale che dobbiamo continuare a sostenerla».

Il “breve” si riferiva al tempo trascorso dal suo insediamento, non voleva essere un vaticinio. Prima ancora, nel dicembre 2012, ti scrissi: «Dopo la stagione di Mani pulite (…) trovo ottima l’idea di lanciare nuove star della democrazia all’insegna del motto “Mani libere”. Il neoassessore, infatti, non voleva vincoli, non voleva troppi impegni, voleva continuare a fare il suo mestiere di cantautore, non voleva “avere nulla a che fare con i politici”, non voleva la delega alla Cultura ma solo al Turismo e spettacolo, in realtà non voleva fare neanche l’assessore (“Se mi chiamate assessore mi offendo. Chiamatemi Franco e sarò franco”), voleva potersene andare in qualsiasi momento (“È un senso di libertà per me libero anche di poter lasciare l’incarico”), e soprattutto voleva aiutare la Sicilia con un programmatico “Non ho programmi”. Il tutto all’insegna della serietà (“Il mio può essere soltanto un impegno limitato, mirato a determinati progetti, altrimenti dovrei cambiare mestiere. E io sono una persona seria: non posso e non voglio cambiare mestiere”)».

Iniziò poi – ti informai anche su questo – a lamentarsi come un politico qualsiasi o un indignato qualsiasi (succede inevitabilmente quando l’indignato assume responsabilità politico-amministrative) per il fatto che non c’erano i soldi per i suoi progetti («Non c’è un solo euro, hanno rubato tutto. (…) Ci sono tante porcherie, troppe. (…) Dimenticatevi i Grandi eventi e il Circuito del Mito»). Dal poco al nulla.

Bene, l’assessore che voleva avere le mani libere, che rivendicava il diritto al suo tempo libero, è incappato nell’eccesso di parole in libertà. “Troie” non è propriamente una novità detto di parte della componente femminile del Parlamento italiano. L’elenco di chi si è già esibito in questo e in altri complimenti sarebbe lungo. Il problema è il contesto, il ruolo di chi lo dice e il luogo in cui lo si dice, la cornice istituzionale (assessore regionale in audizione al Parlamento europeo) conta. L’abito non fa il monaco, ma se indossi un saio non puoi comportarti come se non lo indossassi. Dopo l’illusione della fantasia al potere abbiamo propinato agli italiani quella dell’indignazione e del “vaffa” al potere, e ci hanno creduto. Adesso si accorgono che anche se non vogliono cambiare mestiere devono almeno cambiare linguaggio, se non talvolta cambiare idea.

Il massimo è quando lo fanno con la più assoluta nonchalance. Sentire Susanna Camusso uscire dal colloquio con il presidente del Consiglio pre-incaricato e dichiarare candidamente a telecamere e taccuini che priorità per il sindacato della sinistra era l’abolizione dell’Imu sulla prima casa è stato per me godimento puro. Che quella vecchia t… del Cav. avesse ragione? No! Non si può dire. Non si può dire troia? No, non si può dire ragione!

Tuo affezionatissimo zio Berlicche