L’Arabia Saudita ammorbidisce il precetto delle cinque preghiere

Mohamed Bin Salman vuole autorizzare i negozi a fare orario continuato. E come la mette con l’obbligo delle orazioni, pilastro dell’islam?

Prosegue la politica di cauta liberalizzazione dei costumi in Arabia Saudita voluta dal principe Mohamed Bin Salman, il sovrano di fatto del paese, che combina riforme sociali nel segno dell’apertura con un forte autoritarismo politico all’interno (incarcerazione degli oppositori, omicidio su commissione del giornalista Jamal Khashoggi) e una politica aggressiva verso l’esterno (guerra nello Yemen, armi e finanziamenti alle milizie jihadiste in Siria). L’ultima novità in ordine di tempo, avvolta in un’incertezza comunicativa forse voluta, è l’imminente autorizzazione per alcune tipologie di negozi e servizi a restare aperti 24 ore al giorno.

LA REGOLA DELLE CINQUE PREGHIERE

Dove sta l’impatto sugli usi e costumi sauditi? Nel fatto che il servizio continuativo renderebbe impossibile la pratica scrupolosa delle cinque preghiere al giorno in orari canonici che è uno dei pilastri dell’islam, e che in Arabia Saudita da sempre comporta la temporanea chiusura degli esercizi commerciali per 30-60 minuti negli orari pomeridiani della preghiera: le ore 15, le 18 e 30 e le 20. Come ovunque nel mondo islamico, la regola delle 5 preghiere al giorno non è rispettata da tutti i musulmani, ma sta di fatto che in Arabia Saudita i clienti vengono allontanati dai locali, le luci spente e le saracinesche abbassate per permettere ai proprietari e al personale degli esercizi commerciali grandi e piccoli di assolvere il precetto. Fino al 2015 il rispetto di questo come di altri precetti islamici con forza di legge veniva imposto dalla temibile polizia religiosa nota in Occidente col nome di Comitato per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio e fra i sauditi colloquialmente come Mutawa. Spogliata dei suoi poteri più invasivi agli inizi del 2016 con un editto del Consiglio dei ministri ispirato da re Salman, la polizia religiosa oggi è l’ombra di ciò che fu.

VIETATO PARLARE DELLA NORMATIVA

Introducendo una normativa che autorizza l’orario continuativo e ininterrotto, l’Arabia Saudita si allineerebbe agli altri paesi della penisola arabica dove già questo tipo di attività esistono, in particolare gli Emirati Arabi Uniti, che pure sono governati in base alla sharia ma dove l’interruzione del servizio per rispettare gli orari di preghiera non è normativo e generalmente non è praticato. Tuttavia la novità non è stata comunicata in forma diretta ed esplicita: dopo la comunicazione da parte del governo, all’inizio del mese corrente, che era stato approvato un piano che permetteva agli esercizi commerciali di restare aperti 24 ore al giorno pagando una tassa speciale, il canale televisivo saudita Al-Arabiya ha diffuso un tweet dove si annunciava che il provvedimento implicava che i negozi sarebbero rimasti aperti anche durante l’orario della preghiera, ma successivamente il tweet è stato rimosso dopo che un vice ministro ha dichiarato alla stessa tivù che «questa decisione (sull’apertura continuativa 24 ore al giorno – ndt) non ha nulla a che fare con l’apertura o la chiusura negli orari della preghiera».

«CREIAMO POSTI DI LAVORO»

Successivamente sul giornale locale Okaz è apparso un articolo in cui l’estensore affermava che una decisione esplicita sull’apertura dei negozi durante l’orario della preghiera era «imminente», sulla base di indiscrezioni riferite da «fonti affidabili». L’articolo non è stato smentito dal governo o da altre fonti autorevoli. Anzi poco dopo è arrivata una dichiarazione del ministro del Commercio Majid al-Qasabi, secondo il quale l’orario continuativo dei negozi «aiuterebbe a far sì che beni e servizi siano disponibili alla popolazione giorno e notte, migliorando la qualità della vita nelle città e aprendo vasti orizzonti agli investimenti e alla creazione di posti di lavoro nel settore privato».

«ANDATE IN MOSCHEA INVECE DI LAVORARE»

All’apertura dei negozi negli orari della preghiera sono contrari tutti i conservatori, che vedono in questa come in altre iniziative del Principe della Corona minacce all’identità islamica del paese. Secondo il predicatore Saad al-Khathlan, che insegna all’università islamica Mohammad bin Saud a Riyadh, «i negozi dovrebbero stare chiusi durante gli orari della preghiera, perché i proprietari di tali negozi e anche i loro clienti dovrebbero smettere di vendere e comprare e recarsi a pregare in moschea con gli altri musulmani». Proposte per la revisione della politica sulla chiusura dei commerci nell’orario di preghiera erano state timidamente avanzate già da anni da parte di attivisti e commentatori, ma solo nel marzo scorso il Consiglio della Shura, organo consultivo della monarchia saudita, ha annunciato che i suoi componenti erano intenzionati a stendere un rapporto sulla questione.

Foto Ansa