L’appeal di Nichi Vendola sta tutto nel berlusconismo

Solo il Governatore della Puglia ha davvero compreso Silvio Berlusconi. La sua scelta evocativa, il suo linguaggio ampolloso, spesso confinante con la prosa letteraria, ha saputo abbracciare il consenso di una parte del popolo della sinistra, orfano di riferimenti chiari. E meno di un anno fa diceva: «Berlusconi è un individuo geniale che ha vinto, prima che nelle urne, nei sogni e negli incubi degli italiani»

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

L’unico ad averlo capito è Nichi Vendola. L’era berlusconiana non è finita, anzi sopravviverà al suo stesso creatore. Le logiche, il modo di fare politica, la struttura stessa dei partiti non potrà più ritornare a vivere i giorni del ‘900. Il passato, seppur maestro di esperienza ha giocato i suoi giorni. Il linguaggio del nostro presente, le aspettative, persino la maniera con cui ci relazioniamo sono profondamente differenti da quelli del secolo scorso. Berlusconi ha interpretato, compreso, assimilato, persino assecondato e condotto i pensieri della nostra epoca. Forse prima di lui, nessuno ha saputo incarnare così efficacemente la società italiana. Questo è un dato positivo? E’ un bene, un male? Corrisponde alle nostre aspettative, ne siamo felici o profondamente infastiditi? Tutto ciò conta poco e soprattutto rappresenta una prospettiva errata per analizzare il presente.

Il dato “Berlusconi” è un fatto incontrovertibile, è la realtà che si palesa.
Egli ha saputo vivere la politica e la vita da Star, sapendo annettere tutte le contraddizioni dell’umano, facendole rivivere nella quotidianità. Abbiamo tutti imparato a chiamarlo per nome. Era capitato solo con Giulio Andreotti ma le motivazioni erano di tutt’altro genere, legate soprattutto all’aspetto satirico. Una vera adesione, così profonda, quasi viscerale, con il leader non c’è mai stata.

Pro o contro, la politica degli ultimi sedici anni, è stata rappresentata, condizionata, improntata, dalla figura di Silvio,
dalla sua capacità di ottenere consenso, adorazione e nello stesso tempo acredine e vero e proprio odio. Forse Berlusconi non è mai stato un politico. Qualcuno afferma che lo stia diventando ora, cercando di portargli un po’ di sfortuna. Nell’incomprensibile panorama italiano, il Cavaliere ha incantato parlando come l’impiegato di Banca, talvolta come il presidente del Milan, ma sempre più spesso come l’operaio di Sesto San Giovanni.

Uno statista dicono i suoi sostenitori, ma anche questa definizione è riduttiva, perché lo rende assimilabile,
in qualche maniera paragonabile. Invece Berlusconi ha superato la comparazione, il tentativo di esser messo sullo stesso piano di qualsiasi cittadino votato alla politica. Il nostro Paese non potrà mai più reinventarsi in un’epoca ante Silvio. La sua opera è definitiva, strutturale, antropologica. Egli ha condotto, accompagnato, seguito ed interpretato il suo tempo, la sua gente, il suo popolo ed anche il popolo dei suoi avversari. I detrattori non si sono mossi, hanno subìto, inveito, e continuano a farlo. Una Star suscita questo, crea un’orda di ammiratori, ma anche un plotone di contestatori. L’epopea berlusconiana non può avere una fine perché è connaturata nell’essenza stessa della comunità che abita quest’epoca, è motivo, traino, struttura e sovrastruttura, regole e comportamenti del nostro ambiente sociale, politico e comunitario.

Aver compreso questo avrebbe permesso di opporsi alla sua figura, offrendo una rappresentazione altra, in competizione,
in qualche modo paritaria nella gara. Il tentativo di rifuggire dalla sua immagine, il disperato bisogno di classificarlo come un’anomalia, come qualcosa da estirpare, lo ha reso immortale. Solo un’analisi reale, avrebbe potuto costruire un pensiero in grado di tentare di partecipare alla partita con lui. Invece abbiamo ascoltato parole serie, talvolta anche giuste, ma di un altro mondo, di un substrato culturale inesistente, senza legame con il popolo, scollegato irrimediabilmente dal contesto della quotidianità.

C’è solo un uomo che lo ha compreso efficacemente: Nichi Vendola. Una personalità non nuova al mondo del Parlamento e dei partiti. Anzi,
uno dei più anziani frequentatori dei Palazzi della Politica. Vendola non è avversario di Berlusconi, non mira a sovrapporre la sua figura a quella del capo della Pdl. Sa perfettamente di non poter avere un consenso di così vaste proporzioni. Nello stesso tempo egli sa, ha compreso, che per suscitare sulla sua persona un’adesione ambiziosa è necessario dismettere i panni del politico strutturato, del tecnocrate. La sua scelta evocativa, il suo linguaggio ampolloso, spesso confinante con la prosa letteraria, ha saputo abbracciare il consenso di una parte del popolo della sinistra, orfano di riferimenti chiari, di personaggi in grado di suscitare affiliazione.

Vendola offre un sogno, una parabola mista di sacro e profano. Nulla di assolutamente concreto,
qualcosa di molto simile all’immagine offerta da Berlusconi nel 1994. Nichi non promette il Sol dell’Avvenire e neppure un mondo perfetto. No, egli suscita empatia, chiede simpatia, dona un misto di retorica pasoliniana, quella legata alla terra arsa, al contadino prono, e di modernismo sostenuto a bassa voce. E’ gay, ma non è mai andato oltre il dato di fatto, non ha mai rivendicato con spregiudicatezza la sua condizione. Si dichiara credente e come Silvio, seppure per tutt’altri motivi, palesa al cospetto della Chiesa il suo peccato. Nichi parla della madre (come Silvio del resto) con commovente richiamo. Vendola stimola un sogno, suggerisce una via senza disegnarne il percorso. Si è inventato le “Fabbriche di Nichi”, cosa molto simile ai club di Forza Italia, cercando nel suono delle “officine” il ritmo giusto per evocare una comunità. Luoghi della contaminazione, del progetto, si ripete. Certo, tutto vero con molta probabilità. Ma di chi sono quei luoghi? Di Nichi. Ecco, la forza del leaderismo.

L’adesione al metodo berlusconiano, alla figura evocativa del capo. Non più i circoli, le sezioni di partito, ma la casa, la fabbrica del leader riconosciuto.
E poi ancora le primarie. Metodo statunitense per eccellenza, ben lontano dal centralismo democratico o dalla realpolitik dei vari D’Alema, Bersani e Bindi. Vendola le richiama servendosi di parole chiave, come “la volontà popolare”, “rappresentanza condivisa”. In verità egli chiede, anche con una certa baldanza, un referendum sulla sua persona, sull’immagine evocativa che vuole rappresentare. Cosa c’è di differente da ogni competizione elettorale giocata da Berlusconi? Certo, Silvio non ha mai avuto bisogno di una chiamata alle armi per accreditarsi nel suo schieramento, il suo campo d’azione è sempre stato molto più vasto, il Paese, l’intera Nazione. E chi i sono i nemici di Vendola? Gli stessi di Berlusconi. Non nominalmente, per carità, ma per astratto sono gli stessi soggetti: l’establishment politicamente corretto, i tecnocrati, la tecnofinanza, il capitalismo straccione, il consevatorismo.

Vendola è stato capace di rubare il linguaggio bertinottiano e di epurarlo dalla polis.
L’ex presidente della Camera, non è mai riuscito ad andare oltre uno zoccolo duro di consenso, per una motivazione molto semplice: all’immagine poetica dello sfruttato, faceva seguire una proposta molto concreta (tassazione dei Bot, allargamento dell’articolo 18, nazionalizzazione della Fiat). Il discepolo Nichi, che a differenza di Bertinotti ha sempre militato nel grande Pci e quindi è sempre stato organico, ha saputo declinare, dentro l’ampollosa verve dialettica, tutta la sua capacità d’attrazione.

Quella dose di retorica, ostentata con piglio convincente, nasce dall’immagine che Berlusconi ha dato di sé al popolo della sinistra.
Vendola paradossalmente è andato oltre. Il suo populismo aristocratico, la sua retorica borghese, oggi è ancora più evanescente delle promesse di Silvio. Per carità, Vendola è ancora ai blocchi di partenza. Sarà costretto con il tempo (e qui inizieranno i guai) ad inverare di contenuti le sue parole, ma non è questo il momento. Vendola ha compreso che l’unico metodo utile per far breccia, per creare adesione è quello che trova i suoi presupposti in quella miscela, certo narcisa e retorica, ma assolutamente popolare che ha avuto in Berlusconi il suo maestro indiscusso. Nichi si rivolge a persone differenti, coltiva la sua pretesa con ostinazione e serietà. Sa perfettamente che non potrà avere un quorum come quello di Silvio, ma sta costruendo il suo cammino con grande coraggio e con la stessa incoscienza che mobilitò il Cavaliere agli inizi degli anni ’90.
 
Ciò che lo  muove non è l’ammirazione per il capo, bensì l’intelligenza.
Nichi ha capito che la realtà non è qualcosa che si può rigettare perché differente dal proprio volere, dai propri ideali. Non è un caso che neppure un anno fa durante un’intervista con Ritanna Armeni su Radio Tre, ebbe a dire: “Berlusconi è un individuo geniale. È una persona che ha veramente dei tratti strabilianti, un self made man che riesce a costruire un’intera epopea della vita culturale nazionale. È un prototipo di uomo nuovo che si è saputo imporre sulla scena italiana. Noi abbiamo fatto un errore tragico: demonizzare il personaggio e intenderne poco il meccanismo culturale di riproduzione del consenso. La sinistra è stata molto contro Berlusconi mentre diventava berlusconiana dentro le proprie viscere e i propri accampamenti. […] Bisogna invece mettere a fuoco e criticare duramente, e conoscere soprattutto, il meccanismo che riproduce il berlusconismo come una specie di narrazione nazionale. Berlusconi ha vinto, prima che nelle urne, nei sogni e negli incubi degli italiani. Ha plasmato la dimensione onirica. […] E questa dimensione onirica è il segreto dell’egemonia, del successo berlusconiano”.

La dimensione onirica! Come non rintracciare proprio nelle forme evocative del Governatore pugliese il tentativo,
neppure velato, di offrire un altro orizzonte immaginifico. Una voce che si dispiega in una cantilena ammaliante, distante dalle parole politiche del Novecento, ma sempre più letteraria nella sua esposizione, dotta, criptica. La sua è ovviamente un’altra narrazione, ma è esattamente dentro il solco dell’esposizione che Berlusconi ha raccolto e offerto al nostro Paese.

Qualche anno fa durante un comizio sembrò proprio spiegare le basi della suo futuro tentativo di scalare il cielo della politica.
Non in molti lo compresero. Alla luce di questi ultimi mesi tutto sembra più chiaro. “Vengo rimproverato, anzi mi viene mossa un’imputazione di reato. Io sono reo di porto abusivo di sogno e devo dire che tendenzialmente mi dichiaro colpevole. Intendo anche essere recidivo, perché il reato del sogno è un reato che mi piace: in un mondo abituato a vivere negli incubi, nella legalità degli incubi, io voglio commettere il reato dei sogni, voglio sognare un mondo differente, un mondo nel quale le persone siano più importanti delle merci, la vita sia più importante del denaro”.

Silvio Berlusconi e Nichi Vendola sono due personalità completamente differenti, imparagonabili e senza evidenti punti di contatto.
Hanno un amico in comune, don Verzè, ma questo forse è un dato talmente banale che ogni elucubrazione in tal senso potrebbe apparire davvero limitante. In verità esiste un elemento di comunanza talmente aderente da sembrare imbarazzante. Entrambi, che piaccia o meno ai sostenitori dell’uno o dell’altro, sono convintamente berlusconiani.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •