L’Anm non rappresenta più un terzo dei magistrati italiani

Per il rinnovo del sindacato dei magistrati ha votato solo il 64% degli aventi diritto. La “corrente” più numerosa dunque è quella che non si sente rappresentata da nessuno. Tutto a posto?

Articolo tratto dal sito del Centro studi Livatino.

1. “L’Anm è l’associazione cui aderisce circa il 90% dei magistrati italiani”: così si legge nel frontespizio della home page dell’Associazione nazionale magistrati. A guardare l’esito delle elezioni, concluse ieri, per il rinnovo del Comitato direttivo centrale – per intenderci, il parlamentino – dell’Anm, è il caso di rettificare il dato: i magistrati italiani sono 9401 (il riferimento è al 28 febbraio 2019); per il voto dell’Anm si sono registrati in 7100, hanno votato in 6101 e i voti validi sono stati 6045. Se le cifre hanno un senso, e le parole pure, si potrebbe dire che “l’Anm è l’associazione per il cui rinnovo votano circa il 64% dei magistrati italiani”.

Poi si può distinguere fra “voto” e “adesione”, ma la realtà è che la “corrente” più numerosa della magistratura associata oggi è quella dei giudici e dei p.m. che non si sentono rappresentati da nessuno: sono circa 1/3 del totale. Per avere un termine di confronto, nelle precedenti elezioni del 2016 i voti validi erano stati 7.272: in quattro anni il calo è sensibile. Rappresentare meno dei 2/3 dei magistrati italiani è diverso che rappresentarne il 90%: è un tema sul quale riflettere. Dentro il mondo giudiziario, perché manifesta nel modo più tangibile la ripulsa e la sfiducia, pur in un corpo ristretto e qualificato. E al di fuori di esso, soprattutto da parte delle istituzioni che con la magistratura hanno maggiore interlocuzione.

2. Quale destinazione hanno avuto i voti validamente espressi? Non eravamo andati lontani su questo sito, alla vigilia delle elezioni dell’Anm, nell’individuare le linee di tendenza sulla base dell’“acconto” costituito, quindici giorni fa, dal rinnovo della componente togata dei consigli giudiziari. L’orientamento bipolare si è confermato:

  • Area (che riunisce Magistratura democratica e i Movimenti per la giustizia) ha raccolto più voti delle altre “correnti” (1785) e consegue più seggi (11). In termini assoluti aveva preso di più nel 2016 (1836 voti): in proporzione al numero di consensi validamente espressi tiene, e anzi di poco si rafforza;
  • Magistratura indipendente (che si è presentata insieme con il Movimento per la Costituzione, esito di una scissione da Unità per la Costituzione), segue a breve distanza con 1648 voti e 10 seggi. È la sola “corrente” che avanza in termini assoluti (1589 voti nel 2016), e ancora di più in percentuale;
  • Unità per la costituzione crolla: 1212 voti contro i 2522 del 2016. Ha 7 seggi;
  • Autonomia e indipendenza perde: 749 voti contro i 1271 del 2016. Ha 4 seggi;
  • Articolo 101, la quinta lista, finora non rappresentata in alcun consesso, entra all’ANM con 4 seggi, ottenuti grazie a 651 voti.

I due raggruppamenti che perdono di più scontano l’una (UniCost) lo spostamento “a sinistra” manifestato di recente, con la perdita di una parte di rappresentanti e di voti “moderati” in favore di M.I., e questo ha inciso più del “caso Palamara”. L’altra, A & I, per un verso paga l’uscita di scena del proprio leader, Piercamllo Davigo, che nel 2016 era stato il candidato più votato ed era diventato il presidente dell’Anm, per altro verso l’essersi trovata troppo spesso vicina ad Area in scelte importanti al Csm: in tal caso, i consensi “rientrano”, visto che A & I era stata costituita operando una scissione da M.I. 

Articolo 101 è la novità di queste elezioni: si presenta come “anti-tutto”, e per questo non è una novità, né sul piano politico – gli “anti-sistema” occupano ancora un terzo degli scranni in Parlamento – né dentro la magistratura. Ogni tanto compare qualche raggruppamento che si contrappone all’Anm, ma poi partecipa alle sue elezioni: in genere la sua forza si affievolisce se la carica di protesta non sceglie, una volta conseguiti consensi, forme propositive.

3. Se il Comitato direttivo centrale è il “parlamentino” dell’Anm, esso nomina al proprio interno il “governo”, denominato “giunta”, e il “presidente”. Con i risultati ottenuti non è facile prevedere quale maggioranza potrà formarsi: è da immaginare che Articolo 101 si tenga fuori da tutto, altrimenti che forza “anti-sistema” sarebbe? Area e UniCost, sommate, non hanno la maggioranza, poiché giungono esattamente alla metà del Cdc, 18 seggi su 36: potrebbero “governare” confidando sull’astensione di almeno un componente degli altri gruppi, il che non è così scontato. Oppure potrebbero raggiungere la maggioranza con A & I: giungerebbero a 22 su 36, ma un accordo del genere segnerebbe il definitivo abbandono da parte di A & I del suo elettorato “non di sinistra”, per il senso che tali catalogazioni hanno all’interno della magistratura.

Varrebbe la pena chiedersi quale sia la relazione fra il voto dell’Anm e le sorti del Csm. Non si tratta di confondere Csm con Anm: si tratta più semplicemente di prendere atto che, con le dimissioni di 6 dei togati eletti nel 2018 – i togati dimissionari al Csm sono 7, se si somma il precedente procuratore generale della Cassazione – e col meccanismo di scorrimenti e di elezioni suppletive, oggi la componente togata rispecchia ancor di meno rispetto al 2018 gli orientamenti dei magistrati che votano. Autonomia e Indipendenza ha 4 seggi, uno in più di M.I., che pure oggi ha preso il doppio dei suoi voti, e che ha 3 seggi come UniCost, mentre Area è a quota 5. Va tutto bene?

Non sembra che tutto questo interessi la scena della politica, per lo meno non della politica esterna al mondo giudiziario. Eppure lo sforzo di comprendere gli orientamenti al suo interno potrebbe favorire, nel rispetto delle competenze di ciascuno, interlocuzioni e dialoghi. Ci sarà un modo per rendere effettiva la “leale collaborazione fra poteri dello Stato” cui richiama la Costituzione, che sia diverso dalle cene notturne in hotel, dagli “alleluia” per la decadenza dalla magistratura di un consigliere che ha raggiunto i 70 anni, e dai provvedimenti giudiziari che entrano a piedi uniti nel lavoro del Parlamento e del governo. Imparare a conoscersi potrebbe favorire la ricerca di quel “modo”.

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