L’altro mondo, nel mondo, di Madre Cristiana
L’ultimo libro di monsignor Massimo Camisasca, intitolato Semplicemente Cristiana – Madre Piccardo e la comunità trappista di Vitorchiano è meritevole di attenzione.
Questa lettura mi ha riproposto una considerazione che ho sentito spesso fare al servo di Dio don Luigi Giussani e cioè che il cristianesimo ha introdotto in questo mondo un’esperienza dell’altro mondo. Abituati, come siamo, ad essere invasi da un mondo pieno di ansietà, di falsità e di violenza, in ricerca affannosa di soluzioni che non riesce a trovare, rischiamo di dimenticare che, invece, esiste un “altro” mondo, che invece delle ossessioni sessuali vive la verginità, che invece della bestemmia vive la preghiera, che invece della istintiva affermazione di sé vive la comunità, che invece di maledirlo vive lietamente il lavoro, che invece della disperazione vive una speranza certa. La vita, bella e drammatica, di suor Cristiana, descritta con tanta puntualità da Camisasca, ci testimonia che è possibile vivere una vita diversa, innanzi tutto perché la vita ha un senso, ha uno scopo, ha una meta con un destino buono. Vite come quella di Madre Piccardo ci ributtano con “ingenua baldanza” in una strada diversa da quella che il mondo vorrebbe imporci, oggi anche con leggi assurde e mortifere. Quando si è imboccata questa strada, allora, si può anche aspettare cinque anni per essere ammessa, con allegria, non ad una vacanza alle Maldive, ma dentro le mura di un monastero. Proprio un altro mondo.
Equilibrio e decisione
Più che una biografia classica, piena di date e di episodi, questo libro ci descrive il percorso spirituale che ha portato suor Cristiana verso «una sapienza che è andata maturando nei decenni». In prima linea, infatti, possiamo leggere gli interventi principali, orali e scritti, da lei pronunciati nel suo straordinario percorso, che l’ha vista essere Badessa di Vitorchiano per ben 24 anni (dal 1964, a soli 39 anni, al 1988). Una maturazione iniziata negli anni di intenso impegno nel movimento femminile dell’Azione Cattolica e poi cresciuta nello studio profondo dei grandi monaci cistercensi e dei documenti usciti dal Concilio Vaticano II.
L’impegno di suor Cristiana ha attraversato tutti gli anni che hanno investito le comunità cattoliche a seguito del Concilio Vaticano II e del terremoto causato dagli anni successivi al 1968. Il libro ci fa capire che, al di là di tutte (e troppe) sbandate ideologiche che hanno caratterizzato quegli anni, il problema vero era quello di passare da un cattolicesimo fatto di regole spesso seguite solo formalmente ad una vita cristiana vissuta con convinzione di fronte alle domande che il mondo del dopoguerra poneva. E questo problema si poneva anche per la vita dei religiosi e delle religiose. Suor Cristiana affrontò coraggiosamente tale periodo, insieme con equilibrio e decisione, con pazienza e determinazione, il che può succedere solo agli uomini e alle donne dotate di una grande fede. Da questo punto di vista, la lettura di questo libro mi ha fatto continuamente venire in mente l’esperienza di don Giussani, il padre della mia fede. Ho percepito una grande sintonia nel cammino percorso da suor Cristiana e da don Giussani per vivere integralmente la chiamata del Signore, così da facilitare il rinnovamento della Chiesa (la parola rinnovamento, venne preferita dalla Badessa alla parola riforma).
Ripartire da Cristo
Da dove è partito questo lavoro di rinnovamento? Non c’è dubbio, da Cristo stesso. Proprio per amore a Cristo madre Piccardo assunse il nome di “Cristiana”, di cui veniva fatta memoria nel giorno di “Cristo Re”. Questo nuovo inizio da Cristo è testimoniato lungo tutto il libro. E così scrive: «Tutta la formazione catechistica, l’attenzione ai problemi psicologici, l’apertura ai problemi sociali e ambientali è in funzione di questo “incontro” [con Cristo, ndr], perché esso diventi la realtà assoluta della vita». E ancora: «L’affezione a Cristo resta la radice di ogni possibile, vera affezione che ci è data da vivere al cuore della nostra comunità». Cristo è l’inizio di tutto e determina ogni dettaglio della vita personale e comunitaria, dall’abito, alla preghiera, al lavoro, alla contemplazione. Un’impostazione fortunatamente diversa da quella sostenuta da chi vorrebbe “riformare” la Chiesa (più che innovarla) con una serie di “regole” che prescindono dalla persona di Gesù. Un’impostazione che rischia di produrre scismi, come i vari sinodi tedeschi ci stanno dimostrando.
Ripartire da Cristo ha significato, per madre Cristiana, concentrare il lavoro sull’approfondimento del significato teologico ed esistenziale del luogo in cui troviamo, oggi, Cristo e questo luogo è la comunità, in quanto «luogo in cui si esprime l’ideale monastico». Per suor Cristiana, «era necessario passare da un atteggiamento ascetico basato su una comunità di osservanze a un atteggiamento ascetico basato su una comunità di comunione e di contemplazione». Per lei, «la comunità è il luogo in cui Dio abita e lo Spirito parla alla Chiesa». E, quindi, la comunità è sacramento di Cristo, perché «la Chiesa è il Corpo del Signore, le mie sorelle sono il Corpo del Signore». La conseguenza è che «non esiste cammino dell’io a prescindere dall’appartenenza alla comunità». Appena eletta badessa diceva alle sorelle: «Non basta stare nel proprio buco, nel proprio impiego, senza disturbare nessuno, ma bisogna entrare nel movimento vitale della comunità». Un’impostazione molto consolante, che fa giustizia, tra l’altro, di sbandate psicologiche o sociologiche che, di fatto, separano l’io dalla comunità.
La parola “comunione”
Il filo rosso che lega tutti i capitoli del libro (sono 17) sta nella parola “comunione”, che costituisce il vero criterio ontologico in base al quale madre Cristiana ha basato tutto il suo instancabile lavoro di rinnovamento. La parola “comunione” diventa così il criterio con il quale questa grande donna ha portato aria fresca in una esperienza peraltro gloriosa e fondamentale nella grande storia della Chiesa. Ed usa la parola comunione in tantissime occasioni. «Si tratta di un nuovo senso ecclesiale che mette l’accento sulla carità, sulla volontà di comunione, sul rispetto e la fiducia reciproca malgrado le nostre differenze» e che sconfigge ogni tentazione di moralismo e perfezionismo. E ancora: «Non è sbagliato considerare l’obbedienza come disciplina, ma essa è essenzialmente un fatto di comunione». È la comunione vissuta che crea unità nella propria persona e nell’esperienza della comunità; che rende “una” la vita in se stessi e nel rapporto con gli altri e che rende capaci di missione. E’ stupefacente constatare, come bene raccontato nel libro, che la comunità di Vitorchiano ha dato vita ad una decina di altre comunità in ogni parte del mondo. Dalla clausura al mondo: altra novità assoluta del cristianesimo!
Proprio sulla base di questa concezione comunionale di suor Cristiana, Camisasca sottolinea l’assoluta sua fedeltà alla storia a cui ha scelto liberamente (e allegramente) di appartenere. Nel 1981 la Madre «rimarca la necessità di essere fedeli alla propria storia, pur riconoscendone le infinite fragilità e povertà». Da qui è nato il suo vertiginoso approfondimento di tutto ciò che, nei secoli, hanno detto e fatto i grandi Padri cistercensi (la storia è fatta di persone!). Anche sotto questo profilo, l’atteggiamento di Cristiana contraddice tutte quelle tendenze, presenti anche nei “riformisti” cattolici, che vorrebbero uccidere la storia per costruire il nuovo. Accettando la propria storia, invece, si diventa capaci di capire veramente che cosa il Signore ci chiede oggi.
I grandi carismi dello Spirito
Leggendo il libro, poi, veniamo a sapere che madre Cristiana usava spesso una parola che il “mondo” non riesce neppure a pronunciare e di cui, invece è pieno il Vangelo. È la parola “gioia”. Ecco, per esempio, una citazione del 1969: «Chi fa della consacrazione un atto di amore dimentico di sé, costui trova la gioia perfetta» e poi parla della «gioia limpida, semplice e trasparente del bambino che si lascia fare dall’obbedienza di ogni giorno». E ancora, nel 1970: «Se noi riuscissimo a credere veramente che Dio esiste, saremmo ubriachi di felicità… presi dalla vertigine di questo mistero che si abbatte su di noi e ci afferra». È il misterioso e vertiginoso paradosso del cristianesimo, che promette la gioia a chi apparentemente si perde, cioè si ritrova con Gesù. Come ho scritto all’inizio di queste note, l’esperienza cristiana introduce veramente cose nuove e impensabili nel mondo vecchio. E noi abbiamo la grande responsabilità di dire a tutti che è possibile una vita diversa.
I grandi carismi che lo Spirito ha mandato in questi tempi confusi sono in comunione tra di loro nel testimoniare la verità di Cristo. Così madre Cristiana parla di don Giussani: «Ho stampato nel cuore la sua carica di umanità, la sua capacità di amicizia. Ciò che la nostra esperienza portava dentro, lui lo sapeva esprimere con una novità e una passione meravigliosa … Sapeva trasmettere la sua convinzione di un Cristo presente oggi».
Non possiamo che essere pieni di gratitudine per avere avuto il dono di incontrare persone di questo sovrumano livello.

Massimo Camisasca, Semplicemente Cristiana – Madre Piccardo e la comunità trappista di Vitorchiano, Ed. Ares, 400 pp, 19 euro
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