La Polonia fa bene a uscire dalla Convenzione sulla violenza sulle donne

Prima di accusare i “sovranisti” polacchi bisogna leggere cosa dice il documento, che ha una chiara impostazione “genderista”

Il governo polacco progetta di uscire dalla Convenzione Europea sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, ratificata nel 2014, e puntuale scatta l’accusa di misoginia contro i sovranisti che non smettono di vincere elezioni in Polonia dal 2015. A Milano la maggioranza consiliare presenta, per iniziativa della piddina Diana De Marchi, un ordine del giorno che definisce «L’avvio, da parte del Governo polacco, delle procedure per uscire dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne (…) un atto grave».

Le statistiche

Secondo il rapporto Violence against women: a EU-wide survey dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali del 2014 la Polonia è il paese dell’Europa a 28 con la più bassa percentuale di donne che affermano di avere subìto violenze fisiche o sessuali da parte di un uomo (partner o estraneo) nel corso della sua vita: il 19 per cento, contro il 27 per cento dell’Italia, il 44 del Regno Unito, il 45 dell’Olanda, il 46 della Svezia, il 52 della Danimarca. Si può pensare che certe statistiche lasciano il tempo che trovano, e che certi dati possono essere condizionati da percezioni soggettive legate al contesto culturale prevalente. Sta di fatto che la libertà per i maschi di maltrattare le femmine non sembra davvero essere il motivo che spinge la maggioranza di governo polacca a prendere seriamente in considerazione l’opportunità di cassare una convenzione già ratificata.

Articolo 3

I motivi addotti si riferiscono piuttosto al fatto che nel suo insieme la convenzione sarebbe ostile alla famiglia tradizionale e che sposerebbe l’ideologia del gender, in quanto definirebbe il genere in termini esclusivamente sociali e culturali, senza alcuna base biologica. È davvero così? Lasciamo da parte per ragioni di economia editoriale la questione della famiglia tradizionale e concentriamoci sull’accusa alla convenzione di essere una cavallo di Troia che, approfittando dell’unanime volontà (almeno a parole) degli stati di combattere le violenze contro le donne, introduce surrettiziamente un’idea di genere completamente sganciata dal sesso, con le ricadute a livello legale che, al presente e in prospettiva, non sono difficili da immaginare. All’articolo 3 del trattato, punto c), si legge «con il termine “genere” ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini». Dunque è vero: secondo la Convenzione europea che dovrebbe proteggere le donne dalle violenze, il genere è un costrutto sociale. Uomo e donna sono due enti indifferenziati che diventano genere maschile e genere femminile esclusivamente sulla base di ruoli e stereotipi che le diverse società loro assegnano. E storicamente li avrebbero assegnati privilegiando gli uomini e svantaggiando le femmine. Questo la convenzione non lo dice apertamente, ma lo lascia intendere quando, parlando per una sola e unica volta delle tradizioni e dei costumi, al primo punto dell’articolo 12 statuisce: «Le Parti adottano le misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socioculturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini».

Impostazione ideologica

Palesemente questa impostazione è ideologica, e discende dall’idea che l’umano individuo è il creatore di se stesso e che l’uguaglianza omologante è l’unico orizzonte possibile del rapporto fra i sessi. Naturalmente non bisogna rispondere che invece il genere è un costrutto biologico: non è vero nemmeno questo. Per semplificare si dovrebbe dire che il genere è un costrutto culturale che non può fare a meno di una specifica base biologica, ma soprattutto in dipendenza dalla sessuazione psichica. Ogni cellula dei corpi umani è maschile o femminile, o porta i cromosomi femminili xx o quelli maschili xy. I neuroni del cervello maschile sono molto diversi dai neuroni di quello femminile. Tuttavia quando si dice che è nella testa che il maschio diventa maschio e che la femmina diventa femmina non ci si riferisce tanto alla diversa conformazione neuronale (che pure in qualche modo c’entra), ma al cervello come sede della psiche. L’integrazione del sesso biologico nella coscienza che una persona ha di sé, coi riflessi sociali che ciò comporta, è una questione anzitutto psichica. Oggi la psicanalisi non è più tanto di moda perché continua a sostenere queste verità contro l’ondata genderista che pretende di ridurre il genere a un costrutto sociale. È vero, come scriveva Simone de Beauvoir, che donne non si nasce bensì si diventa, ma non nel senso culturalista, quindi genderista, che pensava lei: si diventa donne e si diventa uomini a partire da un sesso biologico femminile e da un sesso biologico maschile attraverso le complessità della relazione col padre e con la madre. Non sempre la sessuazione psichica riesce o riesce perfettamente, e allora si manifestano gli orientamenti sessuali diversi da quello che si esprime nella reciproca ed esclusiva attrazione fra maschi e femmine. Fino a quando qualcuno non scoprirà il leggendario gene dell’omosessualità o della bisessualità, quelle di Freud e Lacan resteranno le spiegazioni più attendibili sulla controversa questione, anche se dovessero essere punite a norma di legge.

Dopodiché, quanto nelle preferenze e nei ruoli di uomini e donne ci sia di naturale e innato e quanto di culturale e indotto, è faccenda che non merita di essere indagata ed enfatizzata oltre misura se non davanti a provocazioni estreme, come quella di volere escludere da determinate carriere professionali alcune persone in base al loro sesso, e come quella, all’opposto, di imporre a bambini e bambine giocattoli e abbigliamenti unisex. Ai primi si dirà che i costumi sociali evolvono, ai secondi che ci sono inclinazioni diverse fra maschi e femmine che hanno una base psichica e biologica.

Il mondo cattolico

Dunque il punto c) dell’articolo 3 della Convenzione Europea sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica è sbagliato, i 45 paesi europei che nel 2011 l’hanno sottoscritto non avrebbero dovuto sottoscriverlo, e i 34 che lo hanno ratificato in parlamento non avrebbero dovuto ratificarlo. Il fatto che oggi a sollevare la questione siano governi sovranisti come quelli di Polonia e Ungheria e il governo neo-ottomano di Erdogan in Turchia non compromette in alcun modo la giustezza della critica. Ma certamente provoca imbarazzo, e anche tanto. Lo provoca in chi, come noi, si è accorto dell’articolo 3 della Convenzione solo nove anni dopo che è stato approvato a Istanbul, sulla scorta della notizia dell’iniziativa di un partitino della destra radicale polacca. Dovrebbe provocarlo in tutti quelli, soprattutto esponenti del mondo cattolico, che con grande zelo accusano i governi dei paesi sopra citati di xenofobia, strumentalizzazione politica della religione, violazioni dello Stato di diritto, scelte politiche illiberali e altro ancora. Ma questo zelo viene improvvisamente meno quando si tratta di cose come l’imposizione dell’ideologia del gender attraverso trattati internazionali o leggi liberticide come il ddl Zan-Scalfarotto. Allora gli zelanti antipopulisti antisovranisti anticristianisti tacciono, o addirittura accusano chi cerca timidamente di difendere la differenza sessuale e la libertà di parola – valori universalissimi – di essere schierati con la tenebrosa “destra religiosa”, una specie di blob in cui è assorbita e relegata ogni presenza cristiana nella società che mostri idiosincrasia per la cultura dominante del secolarismo militante. Se l’impegno politico per la differenza sessuale, la famiglia, la libertà di coscienza e di manifestazione del pensiero stanno diventando – a parole – una prerogativa dei partiti sovranisti, di chi è la responsabilità? Dei cattolici che non hanno mai aspettato i sovranisti per essere motivati ad agire su questi fronti (basta la dottrina sociale della Chiesa, bastano il Concilio Vaticano II e Giovanni Paolo II), o dei cattolici progressisti che si fanno vivi nell’agone politico solo per denunciare le strumentalizzazioni religiose dei sovranisti e per dare la caccia alle streghe della “destra religiosa”? Non è una domanda difficile.

Foto Ansa