Ingroia si candida con “Rivoluzione civile”. Ora, almeno, è tutto chiaro

Il pm in campo con la lista “Rivoluzione civile. Ingroia”. Per Gasparri non è una sorpresa. Per Violante è sbagliato, per Vietti inopportuno

Antonio Ingroia scioglie la riserva e si candida come premier alle elezioni politiche con una lista il cui simbolo è la scritta “Rivoluzione civile. Ingroia” su sfondo arancione.

“Da magistrato non avrei mai creduto di dovermi ritrovare qui per continuare la mia battaglia per la giustizia e la legalità in un ruolo diverso”. Così Antonio Ingroia, in conferenza stampa, annuncia la sua candidatura alla premiership per la lista promossa da “Io ci sto”. “Quando giurai la mia fedeltà alla Costituzione pensavo di doverla servire solo nelle aule di giustizia. Ma non siamo in un Paese normale e in una situazione normale. Siamo in una emergenza democratica. E allora, come ho detto, io ci sto. E’ venuto il momento della responsabilità politica. Alla società civile e alla buona politica dico ‘grazie’ perche hanno fatto un passo avanti”.

Ingroia ha attaccato Pier Luigi Bersani: “Caro Bersani, così non va”. Il segretario Pd è colpevole di aver dimenticato la tradizione di Pio Latorre e Luigi Berlinguer. “Chi ha alle spalle storie così importanti dovrebbe ricordarsi il valore della moralità”.

Piero Grasso divenne Procuratore nazionale antimafia “scelto da Berlusconi in virtù di una legge con cui venne escluso Giancarlo Caselli, ‘colpevole’ di aver fatto processi sui rapporti tra mafia e politica. Nel maggio 2012 voleva dare un premio al governo Berlusconi per essersi distinto nella lotta alla mafia”.

REAZIONI. Per il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, “non sorprende nessuno la candidatura di Ingroia, da sempre in campo come politico di parte ed ennesimo protagonista della trasformazione di settori della magistratura in autentici partiti. Come dubitare ora che molte sue iniziative siano state preparatorie di questa scelta? Come negare che il suo comportamento, ma anche quello di altri magistrati meno estremisti ma protagonisti di clamorose svolte politiche, rende sempre meno credibile l’indipendenza della magistratura?”.

Intervistato dal Corriere della Sera, Luciano Violante ha detto di non trovare “nulla di strano” nella candidatura nel Pd di Pietro Grasso, perché “da procuratore antimafia non aveva alcun potere di iniziativa. Esce dalla magistratura. Tutti gli hanno sempre riconosciuto equilibrio e correttezza”. Invece Antonio Ingroia, “un caro amico, se si candidasse commetterebbe un errore perché ha in corso un’inchiesta delicata”.

“Il magistrato non deve solo essere ma anche apparire imparziale”, perché “quando l’arbitro scende in campo si pone un problema non solo per la sua imparzialità nel passato ma anche per quella di tutti coloro che esercitano la medesima funzione”. Lo ha detto Michele Vietti, vicepresidente del Csm che, in un’intervista a La Stampa, spiega l’inopportunità dell’impegno in politica dei magistrati, all’indomani della candidatura di Pietro Grasso, e prima di lui di Antonio Ingroia.

In proposito, Vietti ha premesso: “Non faccio considerazioni di carattere personale riferite al singolo magistrato”, “il problema non sono Piero Grasso o Antonio Ingroia, o i meno noti Dambruoso o Amore ma il tema di carattere generale dell’impegno in politica dei magistrati”. “Se vogliamo mantenere il nostro schema costituzionale – dice ancora Vietti – che riconduce entrambe le figure – giudice e pm – alla stessa magistratura con le stesse garanzie per una giustizia credibile è l’autorevolezza dei suoi rappresentanti e questa non può prescindere dall’imparzialità”. Il vicepresidente del Csm si chiede: “Come non collegare il circuito mediatico giudiziario da tutti deplorato con l’inevitabile effetto notorietà che attribuisce ai suoi protagonisti? E se la notorietà diventa requisito per la candidabilità come fugare nell’opinione pubblica il sospetto che tra l’iniziativa giudiziaria e la ricerca di notorietà non ci sia un nesso di causalità? Tutto questo è reso particolarmente delicato dal sistema politico bipolare”.

E ancora, secondo Vietti, non si può semplicisticamente dire che “il magistrato è un cittadino come tutti gli altri, perché quando si tratta di difendere le garanzie e le prerogative tutti richiamiamo la peculiarità del suo ruolo”. Vietti auspica dunque che “nella prossima legislatura si affronti finalmente in modo organico la questione sia disciplinando in modo più rigido le incompatibilità, allontanando il piu’ possibile nel tempo e nello spazio il candidato dal luogo di esercizio della sua funzione, sia prevedendo, come già ipotizzato nella proposta di legge Casson e in altre, che il magistrato che ‘sale in politica’ al termine della sua esperienza debba trovare collocazione in altra funzione per la pubblica amministrazione”.