Julio è super, Arteta di più. Il basco ha le chiavi della mediana Gunners

Un tocco semplice e banale. Di sinistro, che non è neppure il suo piede. Ma neanche l’intero Emirates Stadium può immaginare quanto sia stato importante quel tiro da distanza zero per Mikel Arteta e tutta l’Arsenal. Pareva un match stregato quello di sabato contro il Qpr: una di quelle partite in cui ci provi in tutti i modi a segnare, ma la sorte sembra proprio non volerti sorridere anzi, sai già che alla fine ti accoltellerà alle spalle.

SETTIMANA DIFFICILE. Gli Hoops sono solo il loro portiere, che però risponde ad un nome cui non serve aggiungere altro, Julio Cesar. L’estremo difensore pare voler dire ancora qualcosa al mondo del calcio, sebbene l’Inter lo abbia liquidato in fretta e furia questa estate. E si supera almeno 5 volte nello strano pomeriggio dei Gunners. Sembra una partita costretta a battere l’ennesimo colpo sui limiti evidenti dell’Arsenal: in campionato i londinesi non vincono un match casalingo dal 15 settembre scorso, e arrivano da una settimana di fuoco, iniziata con la sconfitta a Norwich, proseguita con il brutto 0-2 rimediato in Champions contro lo Schalke, e chiusa dai venti freddi che hanno battuto l’Annual General Meeting, con gli azionisti imbufaliti per i 7 anni di digiuno dei Gunners. Troppo importante quindi che il centrocampista basco si trovasse nel posto giusto al momento giusto, toccasse quel pallone in rete e all’84’ portasse un po’ di sereno sul volto di Wenger. I tre punti fanno sorridere: la sconfitta del Chelsea frena la vetta della classifica, ora lontana solo 7 lunghezze, ma più che inseguire posizioni utili per l’Europa la preoccupazione del “Frenchman” è dare una quadratura netta alla squadra, troppo incostante in questo inizio di campionato. E mai come ora serve tutta l’esperienza di Mikel Arteta.

INSEGUENDO L’AMICO XABI ALONSO. Basco di San Sebastian, un’infanzia sportiva coltivata sognando di giocare nel club locale, la Real Sociedad, i primi passi calcistici mossi a fianco di un amico destinato a diventare un grande campione, Xabi Alonso. Ma quella terra per lui ha sempre fatto fatica a trovare uno spazio: è tornato qui solo nel 2004, dopo essere passato da Francia e Scozia, proprio col sogno di formare un centrocampo talentuoso insieme all’amico Xabi. Ma l’esperimento non funzionò, e in breve tempo i due si trovarono concittadini in Inghilterra, uno sulla sponda opposta dell’altro della Mersey, il fiume di Liverpool. Vicini di casa nella città inglese, entrambi erano destinati a lasciare il segno nelle rispettive squadre. E Arteta se ne andrà solo nel 2011, dopo 6 anni memorabili: «Ho 29 anni quindi mi resta poco tempo per avere una chance come questa», disse commentando l’interessamento per lui dell’Arsenal. «Ho fatto del mio meglio all’Everton. Sono arrivato in un club in cui non sapevo come stare, con tante nazionalità, lingue diverse, ragazzi giovani. E sono rimasto piacevolmente sorpreso».

DALLA TREQUARTI ALLA REGIA. Tardi è arrivata l’occasione d’oro per lui: l’Arsenal è un top club cui è difficile dire di no, specie se la tua carta d’identità scrive “29” nella voce “età” e in Spagna non sei riuscito più a tornarci, a parte qualche sporadica convocazione in Nazionale. Per andare dietro a quell’occasione che il calcio ti mette davanti si è disposti pure a cambiare ruolo. Così è successo ad Arteta, che con Wenger ha iniziato a giocare più arretrato, in perfetta sintonia coi centrocampisti migliori che vanno di moda ora: da trequartista è diventato regista in mezzo al campo, uno che recupera palle, detta i tempi delle azioni, gioca palloni in profondità. Insomma, uno alla Pirlo. Segna meno, certo, ma è in quel ruolo che all’Arsenal serve uno così. Club giovane, ogni anno cambia volti e nomi, quest’anno soffre troppo per la partenza di Van Persie. Arteta è nel posto giusto: la sua esperienza può essere solo d’aiuto per i tanti ragazzini biancorossi, la sua intelligenza tattica lo ha promosso vice-capitano, ruolo in cui è agevolato anche dal suo poliglottismo (conosce spagnolo, basco, inglese, e un po’ di italiano, francese e portoghese). Wenger se lo coccola. Lui non sfigura, e prova a dire la sua. E sabato non si è fatto stregare da Julio Cesar.

@LeleMichela