Il Jobs Act funziona o l’aiutino non basta?

I commenti dei giuslavoristi Michele Tiraboschi e Pietro Ichino sugli ultimi dati Inps. E le idee per ridare vigore a un mercato mezzo morto

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Il Jobs Act funziona, anzi no. O forse sì. Qualche settimana fa, appena letto il rapporto Istat sui dati occupazionali, Matteo Renzi ci aveva messo un istante a cinguettare soddisfatto: «Nel II trimestre 2016 più 189mila posti di lavoro. Da inizio nostro governo: più 585mila. Il #JobsAct funziona». Dopo il giustificato entusiasmo, però, sono arrivati i rapporti del ministero del Lavoro e quelli dell’Inps contenenti dati meno lusinghieri, almeno a prima vista. E l’uccellino azzurro del premier non si è più fatto sentire. Da quel momento molti quotidiani, chi più chi meno, hanno iniziato ad attaccare Renzi e il Jobs Act, soprattutto sull’aspetto della decontribuzione che alle casse dello Stato dovrebbe costare 15 miliardi di euro in tre anni. Si tratta davvero di un flop? Tempi lo ha chiesto a due esperti del settore: Michele Tiraboschi, professore di diritto del lavoro all’università di Modena e Reggio-Emilia e direttore di Adapt, l’associazione fondata da Marco Biagi che promuove studi e ricerche nell’ambito delle relazioni industriali e di lavoro; Pietro Ichino, docente di diritto del lavoro all’università degli studi di Milano e parlamentare del Partito democratico (con una breve parentesi in Scelta Civica).

Per il senatore i dati non sono difficili da leggere: «Al di là delle oscillazioni mensili, dal febbraio 2014 al luglio 2016 il numero degli occupati è aumentato di 585 mila unità. Di queste, 408 mila a tempo indeterminato e 196 mila a termine». Michele Tiraboschi è più prudente: «La politica usa i dati per sostenere le proprie posizioni. Renzi ha enfatizzato il rapporto Istat perché a lui più favorevole». Su una cosa, però, sono d’accordo: misure così importanti impiegano anni per andare a regime. Occorrerà ancora tempo per sapere con precisione quanto l’incentivo della decontribuzione e la nuova normativa sul lavoro abbia influito sull’aumento dei lavoratori a tempo indeterminato. Certo, se si guarda solo il periodo dell’azione di questo governo si deve ammettere che qualcosa si è mosso. Poteva essere fatto di più? Sicuramente, soprattutto perché l’Italia «a differenza di molti paesi europei non è ancora riuscita a recuperare i posti di lavoro che sono andati persi in questo lungo periodo di recessione», si rammarica Tiraboschi. Anche sul costo della decontribuzione, 15 miliardi in tre anni, i professori non concordano. Per Ichino «l’incentivo economico è stato usato dal governo come un medico che applica un defibrillatore su di un organismo infartuato, per evitarne la morte, riattivarne le normali funzioni vitali. Se l’intervento d’urgenza ha l’effetto di rimettere in piedi una persona morente, la congruità della spesa per quell’intervento non la si misura soltanto sui primi giorni di convalescenza. La decontribuzione ha certamente contribuito a rimettere in moto la crescita economica del paese, anche se questa è ancora troppo debole». Impossibile dargli torto, anche se, come sottolinea Tiraboschi, l’incentivo rischia di costare allo Stato «non 15 miliardi ma tra i 18 e i 20. Un buco non indifferente che deve preoccupare».
C’è poi un altro aspetto che il direttore di Adapt mette sotto la lente d’ingrandimento e che invece i numeri nascondo: l’operazione ideologica portata a termine da Renzi. «È stato molto complicato modificare l’articolo 18 e ora Renzi cosa fa? Spende una montagna di soldi per una campagna a favore della stabilità del lavoro. Tenta di far credere alla gente che il lavoro sta tornando a essere stabile, quando – tolto l’articolo 18 – non può più esserlo. E poi il sommerso che vale un quarto del Pil nazionale dimostra chiaramente che il tema non è quello della flessibilità-stabilità quanto piuttosto quello dell’elevato costo del lavoro. Aziende e persone sono talvolta felici di lavorare in nero: spendono di meno e guadagnano di più. Invece di usare tutti quei soldi per la decontribuzione era meglio usarli per costruire politiche attive che sono prive di risorse, per i salari di produttività che lo scorso anno hanno goduto di appena 350 milioni di euro, per un piano di ammodernamento delle imprese, per le industrie 4.0, per investimenti in ricerca e sviluppo».

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E dopo la decontribuzione?
Esperimento decontribuzione da archiviare velocemente? «Mi sembra – spiega Tiraboschi – che sia il governo ad avere deciso di non riproporlo nella prossima legge di Stabilità, o almeno non nella stessa misura. Credo abbiano capito l’errore. Gli stessi consiglieri economici di Renzi, che hanno optato per questa misura, erano consapevoli che incentivare le assunzioni in questo modo non era la soluzione definitiva: può andare bene all’inizio, ma alla lunga la droga fa male». Diversa la prospettiva di Ichino: «Quel che ha prodotto la decontribuzione non può essere considerato un risultato negativo. Mezzo milione di posti di lavoro stabili non sono una fantasia, sono lì da vedere e continueranno a produrre ricchezza e reddito, speriamo il più a lungo possibile. Potrà anche accadere che, cessato il vantaggio contributivo, un rapporto di lavoro poco produttivo venga sciolto, ma tutto induce a pensare che questo accadrà marginalmente. D’altra parte, anche quando questo accadrà, si dovrà parlare di tre anni di lavoro regolare per una persona che altrimenti non ci sarebbero stati».

I più critici sostengono che, terminati gli anni della decontribuzione, la disoccupazione tornerà a farla da padrone. Perché il lavoro non si crea con le leggi ma con politiche a favore delle imprese e piani industriali. È il pensiero di Tiraboschi, ma anche quello di Renzi quando nel 2014 si presentò a Palazzo Chigi. «Ciò che ha lasciato perplessi è che il neo premier sia invece partito da quello che nel suo piano di governo era tra gli ultimi punti: lla riforma delle leggi», dice Tiraboschi. E le politiche di sviluppo a sostegno delle imprese? «Solo settimana scorsa ha presentato a Milano con il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda quella che probabilmente sarà la vera svolta: il Piano industria 4.0 contiene un sostegno finanziario alle imprese per un ammodernamento di tipo tecnologico. È una riforma che andrà verificata ma la direzione è corretta, finalmente. Per il momento, invece, si è messa molta enfasi sulle riforme delle regole e non sulla costruzione di un nuovo sistema paese». È d’accordo anche Ichino: «La legge non può creare da sola il lavoro». Ma il bicchiere lo vede mezzo pieno: «Però ha il potere di costruire diaframmi tra domanda e offerta. Ha il potere di deprimere il tasso di occupazione. Le iniziative di Renzi hanno portato tutto ciò? Direi di no». Ma quel più conta secondo il senatore è che una vera riforma del lavoro può avvenire solo attraverso un mutamento culturale: «Un mutamento che deve concretarsi innanzitutto nei comportamenti degli imprenditori, non più appesantiti da costi di transazione elevati o spaventati da un regime di inamovibilità dei propri dipendenti a tempo indeterminato. E deve concretarsi anche nei comportamenti dei lavoratori, non più intimoriti dalla possibilità di dover frequentare il mercato e invece sempre più interessati alla ricerca dell’azienda più capace di valorizzare le loro competenze. In questo l’agenzia nazionale per le politiche attive, che finalmente sta muovendo i primi passi, avrà un ruolo fondamentale».
Potevano essere scelte misure diverse a quella della decontribuzione. Il sociologo Luca Ricolfi, ad esempio, aveva suggerito di limitare l’incentivo alle assunzioni a carattere incrementale. Secondo Alberto Brambilla del Centro studi e ricerche di Itinerari previdenziali si doveva puntare sul credito di imposta. Occorre però ammettere che la scelta del governo ha un pregio fondamentale: «La semplicità di funzionamento, la comprensibilità immediata», sottolinea Ichino. In un paese in cui l’alto numero di leggi e norme è tra i principali ostacoli allo sviluppo, l’esplosione delle occupazioni a tempo indeterminato dimostra l’efficacia e la semplicità di questo aiuto. «Quanto più gli incentivi temporanei sono regolati in modo complicato, tanto minore è la loro efficacia pratica: perché ora che tutti gli imprenditori hanno capito come funzionano, è già cessato il loro periodo di applicazione. La storia delle politiche del lavoro in Italia è molto ricca di esempi di questo genere», chiosa Ichino. Non è d’accordo Tiraboschi. Meglio evitare incentivi e sussidi al settore privato, perché «servono a poco. Le risorse che si hanno a disposizione bisogna usarle per abbassare la pressione fiscale e aumentare il potere d’acquisto dei salari. Non sono contro l’aiuto alle aziende, ma oggi dare sussidi a un’impresa che opera in un mercato vecchio, che non è sostenuta da una pubblica amministrazione efficiente o da una giustizia civile che funzioni, non ha alcun senso. All’Italia servono interventi di questo tipo. Renzi lo aveva capito ma siccome la sua azione è legata al consenso ha fatto l’errore di aprire troppi cantieri: la Costituzione, l’abolizione delle Provincie, la riforma della scuola, del lavoro, della pubblica amministrazione. Chi governa deve ottenere risultati nel breve periodo, invece bisognerebbe avere il coraggio di fare scelte di medio lungo periodo per il bene del paese».

Il problema non sono le pensioni
Coraggio che non contraddistingue più il presidente del Consiglio, che si era presentato agli italiani con grande spavalderia, avvantaggiato dall’apatico governo Letta e quello dei sacrifici lacrime e sangue di Monti. Persa la verve iniziale, l’ex sindaco di Firenze ora deve inventarsi qualcosa per scaldare i cuori degli elettori. Per questo nella prossima legge di Stabilità ha puntato molto sul welfare state: confermati gli 80 euro per i redditi bassi, i 500 euro per gli insegnanti e pensioni anticipate sono solo alcuni esempi. Misure che servono a stimolare selettivamente i consumi e – spiega Ichino – «dall’aumento di questi consumi deriva immediatamente un beneficio per le aziende interessate». «La legge di Stabilità ha il compito di intervenire sul bilancio pubblico per fare scelte lungimiranti per il bene del paese – attacca Tiraboschi –. Invece è spesso condizionata dalla ricerca di consenso politico. Il problema dell’Italia non è mandare la gente in pensione, ma aumentare il numero di quelle che lavorano. Anche perché chi va in pensione non è detto che crei nuovi posti di lavoro, anzi, è dimostrato il contrario».
Tornando al rapporto Inps, ci sono due dati che colpiscono. L’aumento esponenziale dell’uso dei voucher e quello dei contratti di apprendistato. Due segnali, soprattutto il primo, che non piacciono a Tiraboschi: «Il governo ha ristretto l’uso delle collaborazioni coordinate continuative e allo stesso tempo aumentato la soglia di reddito che un lavoratore può percepire dai voucher. È certamente positivo, tuttavia il dato nasconde un problema: in Italia non solo ci sono poco lavoro e poche opportunità per giovani, donne e disabili, ma soprattutto il lavoro non è di buona qualità e i salari sono molto bassi». Per quanto riguarda invece i contratti di apprendistato la ragione è presto detta e gli interlocutori concordano: «Nel 2015 la decontribuzione integrale per i nuovi rapporti a tempo indeterminato ha azzerato per le imprese la convenienza dell’apprendistato. Non stupisce quindi che nel 2016, riducendosi la decontribuzione al 40 per cento, i contratti di apprendistato tornino ad aumentare», spiega Ichino. Ciò che differenzia il loro giudizio è sulla lettura del dato. Per Tiraboschi il nostro paese è orientato a fare scelte di brevissimo termine e molto probabilmente l’apprendistato è stato scelto per il basso costo aziendale, non come investimento per il futuro. Ichino non è d’accordo: «Nel 2015 è aumentato del 26 per cento rispetto al 2014 il numero dei casi di trasformazione di contratti di apprendistato in contratti di lavoro ordinario a tempo indeterminato: questo è un dato che dovrebbe far riflettere, perché in questi casi la decontribuzione non si applicava. Quel 26 per cento di aumento degli apprendisti assunti in pianta stabile può dunque considerarsi come un indizio del fatto che all’aumento generale dei contratti a tempo indeterminato ha influito non soltanto la decontribuzione – che qui non operava – ma anche la riforma della disciplina del rapporto e dei licenziamenti».

I contratti del futuro
C’è un ultimo aspetto su cui il professor Tiraboschi vuole porre l’accento. Ed è quello legato al tema dei contratti di prossimità, un modo alternativo per smuovere il mercato del lavoro e non solo. Ma per essere presi in considerazione è obbligatorio prima di tutto un cambio di mentalità. Da parte dei datori di lavoro ma anche dei sindacati, tutti legati a logiche del passato. «Il contratto collettivo nazionale non è più adeguato a migliorare la produttività – spiega Tiraboschi –, penalizza imprese e lavoratori». Le prime sono costrette a pagare un salario che non riescono a sostenere, i secondi guadagnano senza accorgersi che la loro produzione non basta a coprire i costi. «I contratti collettivi nazionali non misurano la produttività. Gli economisti ci stanno dicendo da tempo che la fabbrica del futuro non sono le aziende, sono i territori in grado di attirare competenze, risorse economiche, tecnologie. La misura giusta della prossimità è probabilmente quella territoriale. Fare impresa a Milano non è come farla a Perugia, Frosinone e Ravenna: questo spiega i limiti dei contratti collettivi nazionali. La regolazione su misura è la base dell’industria 4.0 e della moderna economia. È l’unico modo perché il lavoro diventi fattore di competitività e non una zavorra. Perché non c’è nulla di più iniquo dell’egualitarismo della contrattazione uguale per tutti». 

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