Jean Valjean, uno «strano santo»

Il Meeting si interroga sui Miserabili, «un romanzo sacro scritto da un anticlericale che era un uomo di fede». Un capolavoro che appartiene alla storia dell’umanità

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Ci vuole corazza per misurarsi con uno dei pochi romanzi che non appartengono alla letteratura ma alla storia dell’umanità (quanti sono, sette, forse otto, intoccabili come Delitto e castigo?) e Franco Branciaroli doveva saperlo il giorno in cui chiese allo scrittore Luca Doninelli di ingaggiare un corpo a corpo con I miserabili, trasformare le sue oltre 1.500 pagine in copione teatrale. Quattro mesi di lavoro, dal mattino a notte fonda, e lo scrittore era riuscito nell’impresa, il testo adattato a 90 pagine e pronto per essere portato in scena con la regia di Franco Però e l’interpretazione di Branciaroli nel ruolo di Jean Valjean.
Della sterminata sinfonia umana narrata da Victor Hugo Luca Doninelli ha voluto dialogare al Meeting di Rimini con Davide Prosperi, docente di biochimica all’Università di Milano Bicocca ma soprattutto ex allievo di Doninelli con la passione per I miserabili e quel tentativo coraggioso di rispondere in tanta miseria alla domanda «dov’è dunque l’uomo?» osato dal grande scrittore francese e che ha avuto a che fare fin dall’inizio con «il mio incontro con l’esperienza cristiana attraverso il carisma di don Luigi Giussani». Il dialogo si è aperto con l’intervista video di Franco Branciaroli su quello «strano santo» di Jean Valjean, «un buono. A teatro è difficile vedere personaggi buoni, io non ne ho mai visti», un «vergine» che «si scontra col paradosso cristiano, il male ripagato con il bene» (vent’anni ai lavori forzati per una pagnotta e anche un sole diventa la felicità, dirà Branciaroli parlando della felicità di Valjean ma anche della sua, «non sono felice, io credo che la felicità sia una risposta al ping pong dell’infelicità, una tregua dall’infelicità, ma è una tregua di cui bisogna sapersi accorgere, che va vissuta, goduta»).
Di questa tregua non sa nulla il protagonista del romanzo Valjean, il più miserabile di tutti («colui che incarna l’uomo in tutta la sua bassezza e in tutta la sua altezza», dirà Prosperi), l’ex galeotto ridotto a numero in una moltitudine di numeri, incalzato dal «suo implacabile carceriere, l’ispettore Javert, suo tormento per quasi tutta la vita», nei cui occhi brucia il fuoco dell’odio e del rancore covato dallo spirito del suo tempo e non meno dal nostro, «nella sua forza arde il sentimento compresso di ingiustizia e rivalsa di una generazione intera. Ma a differenza degli altri, nella sua vita accade una svolta inattesa». Ed è proprio su questo istante, che come gli spiegava Giovanni Testori, si espande e dilata all’infinito, che Doninelli ha raccontato i miserabili: «Perché Jean Valjean non ha preso i candelabri?».
Conoscete la storia, l’evento formidabile, del romanzo, no? Scontata la pena, accolto nel suo vagare a casa del vescovo Myriel, Valjean ruba nottetempo tutta l’argenteria, ma catturato dai gendarmi viene trascinato al cospetto del monsignore. È qui che all’ex detenuto numero 24601 accade l’inimmaginabile: il vescovo mente, dice di aver donato lui il bottino all’ospite, anzi lo rimprovera di aver dimenticato il dono più prezioso, due candelabri d’argento. È qui che Branciaroli parla di paradosso cristiano, rispondere al male con il bene che apre a una conoscenza sconosciuta; è qui che Prosperi sottolinea il gesto che non solo libera da una colpa ma dona una libertà che supera la comprensione umana, «questa è la misericordia cristiana: non basta ristabilire l’equilibrio con la restituzione del maltolto, occorre qualcuno che paghi il riscatto del peccato che ha generato il gesto malvagio». Ma soprattutto è qui che per Doninelli si cela la vera domanda del romanzo: perché Valjean non ha preso i candelabri, che soli valevano più di tutto il resto del bottino?
«Questo è un romanzo sacro scritto da un anticlericale che era un uomo di fede. Chi lo ha letto sa che Jean va in giro con una valigia, con la vestina della bimba Cosette, da lui accolta a 7/8 anni e che nel frattempo cresce, e ogni padre che ha battezzato un figlio in chiesa sa che la vestina è un simbolo battesimale. Il cero, la candela accesa dal padre durante la funzione e la vestina, sono simboli battesimali. Che questo sia un dramma a struttura liturgica non ci piove, non è una mia opinione personale». Un dramma che racconta le masse urbane abbrutite dal lavoro e dall’alcol, che vivono il confine tra vita e malavita («i coniugi Thénardier sono tra i personaggi più orribili e infimi della letteratura, eppure hanno figli splendidi»); lo scrittore si addentra in una miniera piena di gallerie sotterranee dove alcuni personaggi arrivano a perdere la propria connotazione umana, dove compaiono i mostri. È qui che precipita il terreno, si aprono voragini e si realizza il dramma della libertà dell’ex forzato Valjean, che inizia a conoscere la carità, che «non trionfa mai nel sacrificio, il suo è un cammino di spoliazione continua» accanto a quello di personaggi straordinari come Javert, che davanti alla stessa gratuità offerta a Valjean morirà suicida, rifiutandola in nome della sua infallibile coerenza.
Un dramma della libertà, un dramma battesimale, lo chiama Doninelli. Perché Valjean dovrà accettare di portare su di sé fino in fondo la croce di miserabile, accettare che anche Cosette venga portata via dal suo amato, accettare che l’unica cosa che possa restargli in tasca è quanto si è acquistato il vescovo regalandogli i candelabri – «perché non ha preso i candelabri?»: la sua anima che viene a dipendere da qualcuno, dalla gratuità di qualcuno. Nell’ultimo atto del dramma a teatro Valjean muore, Cosette lo piange, il medico ne constata il decesso e qualcuno bussa alla porta: è il vescovo Myriel che dice «in piedi, Jean Valjean, è ora di andare».
Foto Meeting

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