Ilva, fallito il referendum. «Contrapporre salute e lavoro era sbagliato e inutile»

Intervista a Franco Talò, segretario provinciale Uilm di Taranto: «Bisognava evitare di mettere una parte della città contro l’altra».

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È finito con una bocciatura il referendum sull’Ilva che si è tenuto a Taranto. Non è stato raggiunto il quorum: su 173 mila aventi diritto, avrebbero dovuto votare almeno 86 mila persone, invece si sono recati alle urne in 33 mila (il 19,52%). Non sarà dunque una croce su un sì o su un no a decidere di 15 mila lavoratori e della salute dell’intera città. Scarsa affluenza anche nei seggi dei quartieri operai e più a rischio, perché a ridosso dell’acciaieria, i rioni Tamburi e Paolo VI. «È il frutto di una nuova convinzione sul futuro, c’è speranza oggi» spiega a tempi.it Franco Talò, segretario provinciale Uilm di Taranto, sindacato che all’Ilva raccoglie il maggior numero di iscritti e che si era pronunciato contro il referendum.

Il referendum è lo strumento adatto per scegliere tra le ragioni del lavoro e quelle della salute?
È tutto sbagliato fin dall’inizio. Questo referendum, se poteva avere un senso quando è stato pensato, due anni fa, oggi dopo una legge dello Stato legittimata dalla Corte costituzionale è perfettamente inutile. Contrapporre due diritti che sono come due facce della stessa medaglia è sbagliato, ma lo si è continuato a fare nonostante i nostri sforzi di tenere in conto le ragioni dell’uno e dell’altro. Speriamo nel futuro. A mio avviso non bisognava proprio farlo questo referendum, evitando di mettere una parte della città contro l’altra. Qui bisogna superare le divisioni e lavorare sulla condivisione di un diritto unico, il lavoro sano, il lavoro fatto senza uccidere. Questa è la sfida da raccogliere.

Chi ha “cavalcato” di più questa contrapposizione?
Ci sono associazioni ambientaliste come Legambiente che continuano a tenere una posizione rigorosa ma anche costruttiva sulla legge. Poi ci sono associazioni che io definisco “unidirezionali”: il comitato Taranto futura, promotore del referendum, oggi vuole solo la chiusura dell’Ilva. Ma non credo che rispecchi la volontà dei cittadini, come dimostra il referendum. I risultati ci dicono anche che c’è tanta fiducia in un cambiamento in atto.

Come mai a Tamburi e Paolo VI la gente ha votato meno?
Io credo, come ho detto in tempi non sospetti, che il tarantino medio l’Ilva l’ha sempre vista come una fonte di reddito e di sostentamento, costruendo un po’ del suo futuro sulla produzione dell’Ilva. Negli ultimi giorni si è molto discusso di questo referendum in acciaieria con gli operai. Certo, c’è stato chi diceva “mi preoccupo perché io ho questo lavoro e non voglio perderlo”. Ma c’è stato anche chi, e sono molti, ha notato che le condizioni di lavoro oggi sono cambiate, stanno migliorando. Per questo penso che in quei quartieri si è votato di meno. Parlando in fabbrica, vedo che c’è la ferma convinzione, dopo un momento in cui si è dubitato che valesse la pena lavorare all’Ilva, che si siano fatti passi avanti nel miglioramento delle condizioni. Perciò alcuni punti interrogativi sono caduti in modo naturale e si guarda un po’ più con fiducia al futuro. La più alta percentuale di no è stata registrata nei quartieri paradossalmente più distanti dall’Ilva, nella Taranto dei professionisti. Questo lo dico con rispetto per la loro posizione.

Ha influito la vostra opposizione al referendum?
Noi non ci siamo opposti al referendum quando è stato promulgato, ma abbiamo detto che era inutile spendere 400 mila euro adesso in una città disastrata. Ecco perché abbiamo detto ai nostri iscritti e non solo di non andare a votare. Sono però convinto che non sia stato questo ad essere decisivo: il non voto è frutto di consapevolezza e convinzioni nuove. C’è molto desiderio di cambiamento, e se ora scatta questa molla anche a livello politico, e si avranno atteggiamenti più rigorosi verso le aziende tarantine (non parlo della sola Ilva, ma anche di Cementir o di Eni, tutte concentrate in una stessa zona), avremo buoni risultati.

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