Il Venezuela è ridotto alla fame e Maduro che fa? Cerca di sciogliere il parlamento

Si indurisce lo scontro politico nel Paese mentre la gente ormai non ha più medicine né cibo. Si fa concreta l’ipotesi di un referendum contro il presidente

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Venezuela´s President Nicolas Maduro salutes people attending signing ceremony of a cease-fire and rebel disarmament deal, in Havana, Cuba, Thursday, June 23, 2016. The deal moves Colombia closer to ending a 52-year war that has left more than 220,000 people dead. (AP Photo/Desmond Boylan)

Articolo tratto dall’Osservatore Romano – È uno scontro senza esclusioni di colpi quello che segna la scena politica venezuelana. La coalizione delle forze di opposizione, Mesa de la Unidad Democrática (Mud), tira dritto sulla strada del referendum sulla destituzione del presidente Maduro e chiede di aprire la seconda fase della procedura di convocazione. Il Governo non ci sta e parte al contrattacco, valutando la possibilità di chiedere alla Corte suprema lo scioglimento immediato del Parlamento, controllato dall’opposizione, come ha reso noto ieri il portavoce Didalco Bolívar. L’accusa è che l’Assemblea avrebbe compiuto «troppe ingerenze in politica estera». Tutto mentre l’economia è in ginocchio e la gente fatica a trovare generi alimentari ed elementari mezzi di sussistenza.

Accelerare sul referendum: questo il monito dell’opposizione. I rappresentanti del Mud hanno confermato che diversi portavoce del Governo e funzionari delle Consiglio nazionale elettorale (Cne) hanno riconosciuto valida la prima fase del processo per la convocazione del voto. Oltre 400.000 firme sono state ammesse: quanto basta sulla carta a far scattare la fase successiva. Per il Mud, quindi, non c’è motivo di attendere la scadenza stabilita dalla legge, che consiste in venti giorni lavorativi, prima di procedere.

«Chiediamo che si passi immediatamente alla nuova fase, che è la raccolta di adesioni pari ad almeno il venti per cento di tutta la popolazione avente diritto di voto e regolarmente iscritta al registro elettorale (ovvero le firme di almeno quattro milioni di persone, ndr)» hanno fatto presente i rappresentanti dell’opposizione. «Il nostro invito è ora quello di progredire rapidamente in base al principio costituzionale della tempestività». E la tempestività, in effetti, è essenziale. L’opposizione accusa il Cne di ritardare e ostacolare deliberatamente l’iter del referendum per evitare che il voto possa avvenire entro la fine del 2016. Infatti, se la votazione avvenisse nel 2017, in caso di vittoria del “sì” solo il mandato del presidente Maduro sarebbe revocato, mentre il suo Governo continuerebbe a restare in carica fino al 2018, senza le elezioni anticipate. Sarebbe dunque una vittoria a metà.

Dall’altra parte, il Governo non accetta compromessi e, come detto, Maduro sarebbe pronto a chiedere alla Corte suprema lo scioglimento del Parlamento. Sul tema è intervenuto ieri il cardinale Jorge Liberato Urosa Savino, arcivescovo di Caracas, che in una intervista televisiva si è espresso in questi termini: «È una cosa disperata, sarebbe un colpo di Stato contro la volontà popolare espressa lo scorso 6 dicembre». L’unico spiraglio di dialogo — dicono gli analisti — potrebbe arrivare dagli Stati Uniti, cui Maduro ha aperto lo scorso 16 giugno, parlando della possibilità di avviare “colloqui di alto livello” tra Caracas e Washington.

Opposition members shout "This Government is going to fall" after the validation center shot down outside of Venezuela National Electoral Council headquarters , CNE, set up as a validation center to certify the authenticity of petitioners' signatures, in Caracas, Venezuela, Friday, June 24, 2016. For the fifth consecutive day thousands of opposition supporters gathered at polling stations to validate their forms in the final phase of the process that will be crucial in order to realize a possible recall referendum against President Nicolas Maduro. The National Electoral Council CNE gave the opposition within five days, culminating Friday to certify signatures collected last April.(AP Photo/Fernando Llano)

A far aumentare la gravità della situazione è anche il collasso sociale, con le scuole deserte, la paura dei saccheggi, la criminalità e le continue manifestazioni di protesta. La crisi economica — dovuta soprattutto alla caduta dei prezzi del petrolio — si è trasformata in un’emergenza umanitaria che nessuno è in grado di fronteggiare. Il Paese è ridotto allo stremo e alla fame.

Il numero delle proteste per la mancanza di cibo è cresciuto giorno dopo giorno nel 2016, arrivando a toccare punte di 172 proteste solo nel mese di maggio. Tutto scarseggia: dai medicinali al cibo, dall’assistenza sanitaria di base ai servizi elementari come elettricità, comunicazioni. Le file di fronte ai supermercati sono interminabili e il mercato nero diventa l’unica via per poter acquistare qualcosa a poco prezzo e rapidamente. Mentre gli strati più ricchi della popolazione cercano di improvvisare, magari acquistando cibo on line, la classe media non ha le stesse possibilità. Si prevede che l’inflazione arrivi a sfondare il tetto del 700 per cento entro la fine dell’anno. Aziende e compagnie internazionali stanno abbandonando il Paese. A pagare, come sempre, è la gente comune.

Foto Ansa/Ap

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •