Igor Mitoraj reinventa il mito nella Valle dei Templi di Agrigento

Accanto a templi, giganti e telamoni, le sculture bronzee e mutilate di Igor Mitoraj si levano come senza peso su uno scenario scandito dallo scorrere dei secoli. Universali ed erranti, portatrici di un onirico mistero, le opere, come spinte da una nostalgia del perduto, istaurano un dialogo con l’antico divenendo esse stesse parte di un mito senza tempo

Fino al prossimo novembre le opere di Igor Mitoraj, artista polacco internazionalmente riconosciuto come uno dei maggiori scultori del nostro tempo, invadono la Via Sacra della Valle dei Templi di Agrigento.

Si tratta di 18 sculture in bronzo di imponenti dimensioni che, precedentemente esposte nei maggiori musei e spazi pubblici e privati del mondo, come la Défense di Parigi e il British Museum di Londra, si inseriscono perfettamente nello spazio dei Templi senza intaccare la “sacralità” di un contesto tanto reale quanto mitico che affonda le sue radici nella lontana Grecia e nell’antica civiltà mediterranea.

Anche i loro nomi, Tindaro, Eros, Ikaro, sono perfettamente contestualizzati. Daedalus, senza gambe e senza braccia, ci viene presentato con il viso rivolto verso il basso. Posto davanti il tempio di Ercole, come ad alludere alle continue prove alle qualli entrambi gli eroi furono chiamati in vita, egli schiva ogni sguardo, trasmettendo la drammaticità di una esistenza vissuta alla ricerca della bellezza da inventare attraverso la perfezione della sua arte, una ricerca vissuta però in continua fuga.

I gemelli Ikaro e Ikaria, posti l’uno accanto all’altra, condividono l’aspirazione al volo, il desiderio di abbracciare quell’anelito di libertà e di superare i limiti stessi della natura. In particolar modo, il corpo longilineo di grande armonia e perfezione di Ikaria esprime tutta la tensione di chi, guardando in alto, sta per spiccare il volo: le ali sono già aperte ad accogliere il vento che le porterà lontano, ma la giovane è ancorata al suolo dall’appoggio saldo dei piedi e trattenuta da una mano maschile che le stringe la caviglia. E’ ancora legata alla terra. Dal Tempio di Giunone fino a quello di Castore e Polluce, una passeggiata già di per sé incantevole, queste splendide opere bronzee accompagnano chiunque voglia diventare testimone di un dialogo che si è appena suggellato tra spazio e tempo, passato e presente, mito e realtà.