I nostri fratelli cristiani armeni coinvolti in una guerra che bisogna impedire a tutti i costi

Il Nagorno Karabakh è di nuovo in fiamme. Reggerà la tregua? Difficile che i guerrieri azeri rientrati dalla Siria rinuncino a fare il loro turpe mestiere

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Pubblichiamo la rubrica “Boris Godunov” di Renato Farina contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

È ripresa la guerra caucasica tra Azerbaigian e Armenia, dopo 22 anni. La notte tra il 1° e il 2 aprile è partita l’offensiva azera, con bombardamenti, carri armati e occupazione di villaggi. Gli armeni del Nagorno Karabakh hanno resistito. Ora c’è una tregua fragilissima, che pare reggere. Difficile però che i guerrieri azeri del Califfo rientrati dalla Siria, il nocciolo feroce delle truppe d’assalto azere, rinuncino a fare il loro turpe mestiere. Circolano fotografie di vecchi con le orecchie mozzate, di soldati ridenti che espongono trionfanti la testa mozzata del prigioniero infedele.

Ecco: infedele! Questa guerra che è ripresa brutalmente e ha causato in poche ora centinaia di morti la si può chiamare in molti modi: irredentista, d’indipendenza, di riconquista. In essa ognuna delle due parti può far valere princìpi di diritto a proprio sostegno. Di certo, da una parte ci sono un popolo e un esercito di una nazione cristiana, dall’altra ci sono un governo e un esercito di un paese musulmano.

Non possiamo lasciar fare: c’è una differenza di potenziale bellico enorme tra i due paesi, tutto a favore dell’Azerbaigian, il quale conta oggi su un alleato niente affatto dormiente. Si sa – e sono notizie di fonte russa – che da Raqqa sono rientrati in Caucaso i guerrieri dello Stato islamico. E ad essi si sono aggiunti i Lupi grigi turchi.

A Boris viene bene di sperare anche qui nella Russia. Ha ragione. Chi oggi difende i cristiani è in conclusione solo Putin. Ha le truppe schierate sul confine con la Turchia. Ha convocato a Mosca gli stati maggiori dei due eserciti. Ne è uscita la fragilissima tregua. Ma in Europa scarse notizie. Le agenzie internazionali si posizionano a Baku, capitale dell’Azerbaigian, molto ricca di caviale, e le notizie hanno quel sapore lì, filo-azere a più non posso.

Bisogna impedire un altro scempio.

C’è una frase da fare accapponar la pelle, per il contesto, i precedenti storici, l’orrore mai riconosciuto. È del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Cento e uno anni dopo il genocidio degli armeni perpetrato dai suoi predecessori al potere ha detto: «Stiamo con i nostri fratelli azeri, preghiamo perché prevalgano nei combattimenti con il minor numero di morti possibile. Supporteremo l’Azerbaigian fino alla fine».

Nessun augurio di pace, solo volontà di vincere, combattendo «fino alla fine».

In quel «fino alla fine» c’è un’eco angosciosa che fa tremare gli armeni dovunque essi siano. Soluzione finale? Quel milione e mezzo di vittime non è bastato? Gli armeni sono tre milioni e mezzo nel piccolo Stato caucasico, dieci milioni nel resto del mondo (30 mila in Italia, uguale numero degli ebrei italiani), discendenti degli scampati all’eccidio dei turchi. Ce ne sono soprattutto circa centocinquantamila in Nagorno Karabakh, una regione montuosa meravigliosa gonfia di acque e smaltata di boschi, situata geograficamente nell’Azerbaigian.

L’accordo che salta sempre all’ultimo minuto
In poche righe. La guerra del 1992-1994 fu vinta dagli armeni. Molto sangue, troppo orrore. Accusa reciproca di atrocità. Ci fu una tregua. Da allora si cerca di raggiungere un accordo politico, ma non si riesce a combinare nulla. Un gruppo di paesi tra cui l’Italia (“gruppo di Minsk”) dovrebbe spingere diplomaticamente alla soluzione. Ma quando sembra che la soluzione sia pronta, ecco che accade qualcosa. Si sente dietro il soffio della Turchia, che vuole ridiscutere gli assetti del mondo dove si sente potenza equiparabile alla Russia. C’è un problema grave degli sfollati azeri, che il governo di Baku, ricchissimo per petrolio e materie prime, tiene in condizione di disagio, un po’ come gli arabi usarono e usano i palestinesi contro Israele.

Mentre si cerca una strada per la soluzione, è importante far sentire voci di solidarietà, a chi ci è fratello per civiltà e cultura e ha già pagato tanto: gli armeni. Non per vincere la guerra, ma per impedirla.

Foto Ansa/Ap


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