«L’Ue corregga il Green Deal o sarà la tomba dello sviluppo economico»

Intervista a Massimiliano Salini sulla “rivoluzione ambientale” dell’Europa: «Ci vuole realismo, non possiamo dipendere dalla Cina o far scappare le nostre aziende all’estero»

Distesa di pannelli solari in Cile

Anticipiamo l’intervista integrale a Massimiliano Salini sul Green Deal. Alcuni stralci usciranno sul prossimo numero di Tempi insieme a un ampio articolo sulla sfida ambientale dell’Unione Europea, le sue implicazioni per l’economia e la sicurezza del continente.

L’Europa può diventare davvero il primo continente climaticamente neutro entro il 2050, ma se non saprà essere realista «il Green Deal non sarà la culla ma la tomba dello sviluppo economico». È quanto dichiara a Tempi Massimiliano Salini, europarlamentare del Ppe eletto tra le file di Forza Italia e membro della commissione per il Commercio internazionale.

Nel nome dell’ambiente la Commissione Europea ha emanato direttive sulla plastica che penalizzano fortemente l’Italia. Il Green Deal è un’occasione o una fregatura per la nostra economia?
Gli obiettivi del Green Deal sono molto sfidanti ma certamente alla portata. Purché l’Europa eviti passi falsi. Come ha fatto con Next Generation Eu cambiando paradigma, passando dalla logica dell’austerità a quella dello sviluppo, dal rigore cieco alla solidarietà, l’Ue deve accettare di coniugare la battaglia per la sostenibilità ambientale con la sfida della crescita. Ma serve concretezza. Diversamente il Green deal non sarà la culla ma la tomba dello sviluppo economico. Tanto più in questo momento di crisi economica provocata dall’epidemia di coronavirus. Per questo bilanciare le istanze facendo prevalere il principio di realtà è una priorità assoluta: se l’efficienza energetica è un pilastro della nuova strategia europea post Covid presentata pochi giorni fa dalla Commissione, esso non deve essere svincolato dal problema dei costi sostenuti dalle imprese. Sul fronte dello sviluppo industriale e delle fonti energetiche l’Europa deve cioè fare sintesi perseguendo obiettivi prioritari ma sostenibili, raggiungibili in modo graduale e diversificato.

Intanto però le aziende italiane che producono plastica rischiano di chiudere.
La “plastic tax” è inaccettabile. Pur condividendo la necessità di individuare fonti proprie nel bilancio dell’Ue, il timore è che il rilancio venga finanziato proprio dalle imprese del nostro paese, numero uno in Europa nella produzione di plastica monouso. Sono convinto che uno dei modi più efficaci per impedire scelte di parte sia il rafforzamento dei poteri del Parlamento Ue. Quel che è accaduto con le linee guida della direttiva plastica (n. 904/2019 – Sup) è illuminante.

Perché?
I servizi burocratici della Commissione e il collegio dei Commissari hanno integrato improvvisamente, con prescrizioni ideologiche, norme ampiamente discusse. Un fatto grave. Senza alcun passaggio parlamentare o confronto con le categorie, introducono nuovi obblighi che mettono al bando non solo tutti i prodotti già inseriti nella direttiva ma anche quelli monouso in carta ricoperti da un velo di plastica, come piatti e bicchieri. Una decisione incomprensibile, ideologica e dannosa, destinata ad infliggere un colpo durissimo alle imprese italiane, che nel settore garantiscono qualcosa come 50 mila posti di lavoro. I margini di discrezionalità della Commissione costituiscono un problema procedurale serissimo, che in Ue si ripresenta in modo ciclico. Alcuni mesi fa, ad esempio, le linee guida Ets per le aziende energivore erano state riviste per il post 2021 senza consultare l’Eurocamera, togliendo di fatto prodotti come tubi in acciaio non saldati e alcune ceramiche dalle categorie che possono beneficiare della compensazione dei costi indiretti. Tutto questo non accadrebbe se ampliassimo i poteri dell’Europarlamento, facendogli assumere una volta per tutte il rango dei parlamenti nazionali.

Secondo molti osservatori, a fronte dell’aumento dei costi di produzione per via della transizione energetica, molte aziende potrebbero decidere di delocalizzare la produzione europea in altri paesi, soprattutto dell’Asia. È un pericolo reale?
Se vogliamo incentivare la decarbonizzazione globale è fondamentale scoraggiare il “carbon leakage” e il trasferimento di produzioni in paesi extra Ue non rigorosi nel green. È la ragione per cui chiediamo che la cosiddetta “carbon tax alle frontiere” (Cbam, Carbon Border Adjustment Mechanism), di cui sono relatore per il Ppe, eviti incertezze giuridiche e premi invece le nostre moltissime aziende già virtuose sul fronte ambientale. È indispensabile un’attenta valutazione dell’impatto di questa misura sulle imprese.

Bruxelles però sembra ragionare in modo diverso.
Infatti serve un cambio di approccio, una sorta di rivoluzione copernicana metodologica: non ha alcun senso, come purtroppo accade invece in Europa, fissare prima i target e poi chiedersi che impatto avrebbero sulle imprese. Occorre piuttosto fare il contrario. Ad esempio la carbon border tax non deve essere alternativa ad altre misure già in vigore, come le quote Ets, il sistema di certificati per ridurre le emissioni: dobbiamo scongiurare il rischio che un intervento legislativo avviato per sostenere sul piano finanziario la ripartenza, finisca assurdamente per ostacolare le nostre aziende, già sottoposte a norme ambientali Ue estremamente sfidanti e prostrate dalla crisi pandemica. 

Secondo alcuni studi realizzati dal Cepii, non sarà facile applicare alla dogana una tassa sul carbonio. Sia perché è difficile determinare davvero il contenuto di carbonio di un prodotto, sia perché potrebbe violare le regole del Wto. L’Europa potrebbe subire ritorsioni commerciali?
Per evitare ritorsioni commerciali da paesi terzi, la misura dovrà sicuramente essere compatibile con le regole del Wto. Diversamente l’Europa potrebbe essere accusata di introdurre in modo indiretto forme di protezionismo facilmente contestabili dall’Organizzazione mondiale del commercio. Per i dettagli e l’attuazione concreta, attendiamo di vedere la proposta specifica della Commissione, che arriverà verosimilmente a luglio. Di certo il Cbam è un provvedimento di tutela ambientale che, come Forza Italia e Popolari europei, ci battiamo affinché inneschi un meccanismo virtuoso per la crescita: la strada percorribile è reperire i fondi per finanziare Next Generation Eu con il bilancio europeo riducendo le emissioni globali di CO2 e sostenendo, nel contempo, la competitività delle imprese. Grazie ad essa, l’Ue potrebbe imporre “dazi verdi” compensativi contro il dumping ambientale attuato da paesi extra europei che non seguono misure climatiche rigorose. In questo modo si arginerebbe la concorrenza sleale e l’importazione di prodotti irrispettosi delle norme ambientali Ue, tutelando così le nostre imprese, oggi leader nell’efficienza energetica, secondo la logica del Green deal.

L’Ue intende ridurre le sue emissioni del 55% entro il 2030, virando sulle fonti rinnovabili e puntando sulle auto elettriche. Il mercato dei pannelli solari, così come quello delle batterie, è in mano alla Cina. Non è pericoloso legarsi mani e piedi a Pechino?
Certamente. È per questo che da anni mi batto affinché il percorso di transizione energetica non finisca in un vicolo cieco. La chiave? Guardare la realtà, atteggiamento che resta il tratto distintivo del nostro modo di fare politica. Tradotto: in tutte le sedi istituzionali insistiamo sulla neutralità tecnologica. Non possiamo innamorarci di singole soluzioni. Sul piano energetico, il sistema di impresa costruisce il paradigma dell’integrazione attraverso una rapporto equilibrato delle varie soluzioni tecnologiche: non dobbiamo imporne una a discapito delle altre. In particolare, se vuole spingere sull’elettrico in modo davvero coerente e responsabile, la Commissione Ue deve anzitutto sostenere un forte sviluppo tecnologico in grado di colmare il gap con il gigante asiatico nella produzione delle batterie. Il superamento del diesel e la riconversione dell’industria automobilistica vanno accompagnati senza passi falsi ed evitando crociate ideologiche.

Come dovrebbe muoversi Bruxelles?
Come legislatori europei, dobbiamo stimolare la ricerca ad ampio raggio e resistere alla tentazione istintiva di spingere in modo eccessivamente rapido questa o quella tecnologia. La prospettiva dell’elettrico è condivisibile ma, ripeto, per evitare l’effetto boomerang di una totale dipendenza dalla Cina, che ha il monopolio della produzione di batterie, l’Ue deve anzitutto investire sul serio in ricerca e sviluppo. Lo stesso discorso vale per la ricerca sul gas naturale liquido da trazione, dove l’Italia è pioniere mondiale e che potrebbe ridurre in modo sensibile le importanti emissioni dal trasporto pesante e marittimo. La cosa migliore è il mix energetico: è la scelta più coerente con la scienza, la gradualità imposta dall’economia e le caratteristiche dei diversi paesi europei.

L’Ue ha lanciato la sua rivoluzione ambientale, da completare in pochi decenni, ma i due più grandi emettitori di gas serra, in particolare la Cina, non sembrano altrettanto. L’Europa da sola può risolvere i problemi globali del clima?
Impossibile. L’Europa, mi passi l’espressione, è la “prima della classe”: produce il 9% delle emissioni in atmosfera; in materia ambientale ha la normativa più strutturata, evoluta e stringente del pianeta; la nostra industria manifatturiera è la più eco-sostenibile ed innovativa. Prenda il caso dell’acciaio. La siderurgia italiana dispone di competenze eccezionali che addirittura, grazie ai processi green ultramoderni, dai forni elettrici al riciclo completo del rottame, da anni fanno scuola nel continente in quanto modello maturo della “circular economy”. Lo stesso vale per le piccole medie imprese italiane che, posso dire senza timore di essere smentito, hanno in qualche modo già vinto la sfida del Green Deal, in quanto da tempo fanno ricerca e realizzano quella sostenibilità ambientale di cui siamo leader.

La solitudine dei numeri primi.
È fondamentale che i target previsti dall’accordo di Parigi siano vincolanti per tutti e non restino lettera morta. Non basta che paesi terzi come la Cina si impegnino in modo generico a perseguire una politica di riduzione dell’inquinamento. La comunità internazionale, in particolare i paesi più sviluppati, devono tenere un approccio più stringente, ad esempio, promuovendo misure come la tassa sul carbonio alle frontiere che penalizza i prodotti inquinanti e stimola i paesi terzi ad innalzare i propri standard climatici, e parallelamente continuando senza sosta la promozione degli obiettivi di decarbonizzazione attraverso azioni di “climate diplomacy”.

Lei sostiene che il Green Deal, con i dovuti correttivi, può avere successo. C’è ancora tempo per farli?
Dobbiamo fare presto. Gli indicatori economici prevedono un rimbalzo dell’economia europea nei prossimi mesi. La ripresa è alle porte e dobbiamo agganciarla con ogni mezzo a disposizione. La leva normativa Ue va orientata ad agevolare le aziende, affinché siano messe nelle condizioni di fare ciò che sanno operare meglio: generare valore e posti di lavoro. Sul Green Deal, Forza Italia e il Ppe puntano ad introdurre correttivi equilibrando lo slancio verde della Commissione con un approccio volto alla neutralità tecnologica. Ne è un esempio la strategia sull’idrogeno, tecnologia verso la quale le attese e le speranze dell’industria sono molto alte: in quanto relatore Ppe della Strategia di integrazione dei sistemi energetici Ue, ho detto chiaramente che non ci si può limitare al solo idrogeno rinnovabile ma bisogna ricorrere anche a quello blu (a basse emissioni) prodotto attraverso la cattura del carbonio e di cui sono allo studio progetti importanti sul suolo italiano. 

@LeoneGrotti

Foto Ansa