«Grazie ai coniugi Martin abbiamo scoperto la bellezza della vocazione matrimoniale»

Pietro Schilirò guarì dieci anni fa grazie a un miracolo di Luigi e Zelia Martin, che in seguito diventarono beati. Così i genitori di Pietro hanno scoperto la bellezza di un grande amore.

«La nuova evangelizzazione dipende in gran parte dalla Chiesa domestica», lo aveva già detto Giovanni Paolo II nel 1981, che annoverò tra i beati i coniugi Luigi Beltrame Quattrocchi e Maria Corsini il 21 ottobre 2001. Esattamente l’anno dopo avvenne la guarigione miracolosa del piccolo Pietro Schilirò, affetto da una grave malformazione ai polmoni e destinato a morire dopo la nascita, che portò alla beatificazione di altri due coniugi, Luigi e Zelia Martin. Nel 2008 Benedetto XVI li beatificò, confermando le intenzioni di Dio di ripartire dalla famiglia per rinnovare la Chiesa. E tra poco più di un mese, il 29 giugno, si festeggeranno i dieci anni dalla guarigione del piccolo Pietro. Così, in attesa dell’arrivo del papa a Milano per l’Incontro Mondiale delle Famiglie, le reliquie dei due beati stanno facendo il giro della diocesi accompagnate dai coniugi Schilirò, che da dieci anni raccontano la loro esperienza, perché «è un compito che sentiamo di avere da quando Dio è entrato nelle nostre vite guarendo il nostro quinto figlio», spiega Valter Schilirò. Pietro nasce il 25 giugno 2002: «La malattia al polmone era inguaribile – continua Valter – e a breve sarebbe morto. Chiamammo il nostro confessore Antonio Sangalli, un padre carmelitano, per battezzare il piccolo. Antonio ci disse che i genitori di santa Teresa del Bambin Gesù avevano perso quattro figli: pregare loro ci avrebbe sostenuti. Andammo a chiamare gli amici e i parenti e li portammo tutti in ospedale per l’ultimo saluto a Pietro. Arrivammo a casa e trovammo gli amici della fraternità di Comunione e Liberazione, il movimento a cui apparteniamo. In quei giorni curavano gli altri nostri figli e pregavano insieme».

Alle parole del marito fa eco la moglie Adele: «Era tardi e i nostri amici tornarono a casa. Quella notte ci rendemmo conto che stavamo commettendo un errore, pensando che la scienza fosse l’ultima a potersi pronunciare sulla vita di nostro figlio. L’educazione ricevuta nel movimento di Cl ci aveva già dimostrato la presenza buona di Dio. Quindi se lui è il Signore della vita poteva operare su di noi un miracolo, se quella era la Sua volontà. Ma occorreva chiederlo. Allora ci venne il coraggio di domandare e ci capitò in mano l’immaginetta dei Martin». È così che Valter e Adele incominciano a bussare alle porte dei vicini: «atei o no, non faceva differenza, chiedemmo a tutti di implorare i coniugi Martin per il miracolo». La richiesta fa il giro del mondo. E per Pietro si inizia a pregare anche al di là dell’oceano: «Ecco il primo miracolo: ci accorgemmo della grazia che ci venne fatta con il battesimo. Quella di appartenere al popolo di Dio, per cui non si è mai soli nella vita». Ma il dolore aumenta e Pietro non si può nemmeno toccare tanto è fragile: «Ci chiedemmo come stargli vicino: il nostro movimento pieno di canti e preghiere ci aveva insegnato a esprimerci con le parole che in quei momenti non riesci a inventarti da te. Vicino alla sua culla si cantava e pregava».

famiglia-schiliroNon solo, in quei giorni a Rimini si stavano svolgendo gli esercizi della Fraternità: «Ovviamente non potevo andarci – continua Adele – ma mi aspettavo da lì una parola per me». Incredibilmente don Luigi Giussani interviene così: «Donna non piangere! Non piangere, perché non è per la morte, ma per la vita che ti ho fatto! Io ti ho messo al mondo e ti ho messo in una compagnia grande di gente! (…) Noi siamo insieme dicendoci: “Tu, non t’ho mai visto, non so chi sei: non piangere!”. Perché il pianto è il tuo destino, sembra essere il tuo destino inevitabile: “Gloria Dei vivens homo”: la gloria di Dio – quella per cui sorregge il mondo, l’universo – è l’uomo che vive, ogni uomo che vive: l’uomo che vive, la donna che piange, la donna che sorride, il bambino, la donna che muore madre. “Gloria Dei vivens homo”. Noi vogliamo questo e nient’altro che questo, che la gloria di Dio sia palesata a tutto il mondo e tocchi tutti gli ambiti della terra: le foglie, tutte le foglie dei fiori e tutti i cuori degli uomini». «Giussani ci parlava di un destino buono. Noi vedevamo questo popolo ma non capivamo quale fosse il bene per nostro figlio. Chiedemmo a Dio di mostrarcelo: e Lui ripose subito, come a ogni domanda fatta con fede». La sorella di Adele, infatti, apre il libro delle lettere di santa Teresa di Lisieux e per caso capita su quella che parla della vocazione del bambino: «Diceva che il bambino solo dormendo e piangendo partecipa alla salvezza delle anime. Teresa nella lettera chiamava poi il bambino “guerriero”, esattamente come noi chiamavamo Pietro. Capimmo che la Santa ci voleva dire che la sofferenza di Pietro non era inutile. Nostro figlio stava salvando il mondo».

Questo per Valter è un altro miracolo e così decide di attaccare sulla culla del piccolo la lettera: «Pensavamo che avrebbe aiutato anche i medici e gli infermieri a trovare il senso davanti al dolore innocente». Ma Pietro peggiora. Tra il 26 e il 27 giugno ha una crisi respiratoria gravissima. Il 29 giugno, giorno del suo primo onomastico, andammo a salutarlo come fosse l’ultimo: «Ma un’infermiera ci disse: “Perché quelle facce? Qui sta succedendo qualcosa”. I polmoni di Pietro iniziarono inspiegabilmente a funzionare e dopo tre giorni erano autonomi». Valter e Adele comprendono immediatamente che quello che sta succedendo non è merito loro. Non è dovuto alla quantità di preghiere, nè al loro essere stati buoni genitori: «Quello che era successo – spiega Adele – era per tutti». Il mondo doveva conoscere i coniugi Martin: «Perché come è successo a noi, ciascuno possa scoprire la bellezza e la verità della vocazione matrimoniale. Dovete riprendere in mano la vostra vocazione», dicono i coniugi durante la loro testimonianza.

Anche Adele e Valter prima pensavano«che la santità fosse un cammino che ognuno doveva portare avanti da solo; invece abbiamo imparato che nella vita dobbiamo prenderci cura l’uno dell’altro e vivere insieme ogni cosa con pienezza». Non solo. Conoscendo i Martin si capisce «che ai figli non è importate dare una buona istruzione, i soldi, avviarli alla carriera. Il dono più grande che gli si può fare è l’educazione alla fede». I Martin vivono con fedeltà la preghiera, l’elemosina e la vita della Chiesa con la certezza che Dio opera nel quotidiano prendendosi cura di tutto: «Così anche noi – prosegue Valter – ci siamo accorti che la nostra vita è un miracolo continuo: i nostri figli, la loro salute, la nostra unione non sono scontati. Tutto è sostenuto e dato da Dio». I santi sono persone normali, ripetono i due coniugi, che si attardano per rispondere alla domande dei curiosi. Com’è cambiato il rapporto tra voi? «Zelia diceva: voglio essere santa, poi arrivava a sera e si dispiaceva di aver omesso molto», risponde Adele. «I santi sono come noi, la santità è per tutti e ci è chiesta», continua Valter. «I Martin si sono amati nella normalità. Hanno vissuto la crisi economica, la morte di quattro figli, le preoccupazioni per il lavoro, la salute e l’educazione dei figli, sempre fidandosi di Gesù». Presente, come descrivono i coniugi nelle loro lettere, nei poveri, negli inservienti, negli amici. Sopratutto nell’Eucarestia che ricevono quotidianamente: «Perché è Gesù l’unico che non svanisce quando tutto crolla. Non basta nemmeno il miracolo più grande. Tutti i giorni ci aiutiamo a guardarlo per dire di sì a ciò che ha in serbo per noi». È questo che li ha uniti.  Scrive Zelia al marito in viaggio: «Mio caro Luigi, (…) quando riceverai questa lettera sarò occupata a mettere in ordine il tuo banco da lavoro; non ti dovrai irritare, non perderò nulla, nemmeno un vecchio quadrante, né un pezzetto di molla, insomma niente, e poi sarà tutto pulito sopra e sotto! Non potrai dire che “ho soltanto cambiato il posto alla polvere”, perché non ce ne sarà più (…). Ti abbraccio di tutto cuore, oggi sono tanto felice al pensiero di rivederti che non riesco a lavorare. Tua moglie che ti ama più della sua vita». Luigi scrive invece così: «Il tempo mi pare lungo, non vedo il momento di esserti vicino (…) ho fatto pure accendere un cero secondo l’intenzione di tutta la famiglia. Vi bacio tutti di cuore, in attesa della felicità di essere riunito a voi. Spero che Maria e Paolina siano molto savie! Tuo marito e vero amico, che ti ama per la vita».