Giulio Andreotti, quando ci diceva: «Il Pd? Non ci penso neanche. Preferisco vivere da orfano»

Ripubblichiamo una nostra intervista, uscita su Tempi nell’ottobre 2007 a Giulio Andreotti

«Lo potrà consultare quando vuole. Si accordi con la mia segretaria». Grande presidente. Abbiamo ottenuto il libero accesso al suo monumentale archivio. 3.500 faldoni giganti appena trasferiti da un alloggio affittato all’uopo all’Istituto Don Luigi Sturzo. Pare contengano i segreti della Prima Repubblica. E un po’ (pare) anche della Seconda. Dalla Nato alla Dc, passando per i diari personali. Date e nomi di persone incontrate. E poi appunti, riflessioni, notiziole. Una vita autoesaminata in ogni suo minimo dettaglio. E così che Andreotti si è salvato dal processo del secolo. Sollecitato da manine americane democrat (due articoli del New York Times che lo illustravano come “mafioso”, apparsi nel dicembre ’92 e nel gennaio ’93, seguirà poi in marzo il primo avviso di garanzia in italiano) e vinto alla grande dal Divo Giulio, dopo dieci anni di dura inquisizione caselliana. Il senatore a vita Giulio Andreotti è nato a Roma il 14 gennaio 1919 e siede ininterrottamente nel Parlamento italiano da prima della metà del secolo scorso. Dal 1946, per la precisione.
Il mattino davanti a Palazzo Giustiniani (dove ha sede l’ufficio del presidente, il presidente per antonomasia) si presenta all’occhio del cronista lombardo come una di quelle miniature dorate con angoli e scorci della Roma sparita. Andirivieni di impiegati. Operai che trasportano suppellettili di palazzo. Garzoni che trainano muletti. Al tavolino del bar all’angolo, solo soletto, il senatore Cesare Salvi (ex Ds, futuro Cosa Rossa) mastica il suo cornetto e compulsa nervoso un quotidiano (avrà un appuntamento con un altro cronista? O starà solo affilando l’argomento da Porta a Porta con cui trafiggerà il ministro della Giustizia, assente in Senato al momento del voto su Vincenzo Visco?). Giri lo sguardo, e chi si rivede? Ma sì, è l’ex procuratore di Milano Gerardo D’Ambrosio (oggi senatore Ds-Pd) che abbassa i cilindri delle barriere stradali che regolano la circolazione davanti a palazzo Giustiniani e avanza lemme lemme su una vecchia Mercedes color bianco e targa bianca (a volte anche le Mercedes pulite ritornano). Sono figure un po’ malinconiche i senatori che si stagliano nel quadretto della Roma di sempre. Solo un po’ risciacquata in Tevere dal chiacchiericcio di autisti che si scambiano opinioni sul Viagra. Ed ecco che all’angolo fa capolino anche il senatore Lamberto Dini (leader del neonato gruppo parlamentare Liberal Democratici).

Impartisce istruzioni a un segretario caricato di borse e scatoloni, poi scompare in un vicolo. È palpabile nell’aria il bizzarro destino di un laticlavio che, da buen retiro di gente che l’ha sfangata e che dovrebbe meritarsi una medaglia al valore di Stato, si è trasformato all’improvviso in una trincea del Piave. Dove gli ultraottuagenari vengono sospinti di peso, faccia bel tempo o piova a catinelle, perché, come è noto, il governo è travicello e dunque non è mai abbastanza richiamare l’importanza democratica di una testa, un voto. Ecco, nella spossatezza di un mattino armato della pena dell’ennesima roulette (o se volete del pallottoliere di Palazzo Madama), appena varcato il Palazzo Giustiniani ecco esplodere, direbbe un bambino, il profumo di contento. Birba di un Giulio, che ancora oggi dribbli le segretarie. «Ma no. Lei doveva intendersi con noi. Il presidente fa così, fissa gli appuntamenti, ma gli si accavallano. Vediamo come possiamo rimediare». Infatti zio Giulio, come lo chiamano affettuosamente i romani, era stato ben più mattiniero dei suoi malinconici colleghi in Senato. La messa mattutina e poi via in uno studio Rai, arzillo e in ghingheri, raggiante e in forma smagliante. Come all’appuntamento con Tempi. L’evangelico Giulio Andreotti, semplice come una colomba e prudente come un serpente.

Presidente, non trova che sui media ci sia un clima di attenzione un po’ morbosa alla Chiesa cattolica? Non sarà che sconta il suo interesse per la vita umana, gli embrioni, l’eutanasia, i Dico. insomma le famose “ingerenze”?
C’è comunque una grossa contraddizione perché da un lato si chiede alla Chiesa di occuparsi solo di culto e di atti religiosi. Dall’altra c’è chi ne sostiene il diritto di entrare nelle questioni quasi a parità degli ordinamenti giuridici statali. Sono fasi ricorrenti della storia. Alla fine credo che sarebbe peggio se fosse ignorata. Può sembrare un paradosso. Ma se il suo magistero e la sua presenza nella società fossero irrilevanti, certo non avrebbe alcun fastidio.

Scusi la domanda maliziosa: ma suggerimenti governativi proprio non ne vede?
Suggerimenti, no. Ma forse ci può essere l’opportunismo di qualcuno che ritiene gradito un certo atteggiamento o il girare attorno certi temi. Questo può essere.

Dunque, i soliti corsi e ricorsi storici.
Sì, come lei sa, anche nel recente passato abbiamo avuto momenti di grande tensione. Ricorderà che sia all’epoca del referendum sul divorzio sia poi con l’aborto avemmo prove che in un certo senso furono deludenti per noi cattolici. Vivevamo allora nella condizione statistica di essere un paese al cento per cento cattolico. Poi, però, alla chiamata si vide che questo non era assolutamente vero. È stato uno dei motivi per cui ci fu tra noi anche chi era contrario a quei referendum.

Bè, per esempio lei, signor presidente.
E ci fu anche quella bellissima definizione di Paolo VI, che disse, a proposito del referendum sul divorzio: «Noi non l’abbiamo chiesto, ma non possiamo impedire che un gruppo di cattolici utilizzando uno strumento di legge cerchi di fare abrogare una legge che noi stessi reputiamo sbagliata». Fu il gruppo del fratello di padre Lombardi che volle il referendum. Erano convinti di vincerlo. Mentre io ero sinceramente convinto che l’avremmo perso. E ricordo uno dei suoi promotori che mi diceva: «Ma no, voi politici non avete il polso della situazione perché non vivete vicino al popolo».

E lei cosa rispose?
Risposi: «Scusa, ma a me i voti chi me li dà? Io i voti li prendo, perciò il popolo, se permetti, un po’ lo conosco».

Cosa vorrebbe suggerire con questo, che la Chiesa dev’essere più prudente?
No. Voglio solo ricordare certe infatuazioni. I referendum su divorzio e aborto furono in un certo senso due momenti nuovi. E, insomma, due scoppole notevoli che prendemmo rispetto a una tradizione che ritenevamo statisticamente assodata. Detto questo, però, non si possono buttare cose di onestà naturale, di tradizione, di presenza di attività assistenziali e sociali. L’Italia è una nazione cattolica. Basta guardare l’annuario, il numero dei comuni italiani che si intitola ai santi. Non credo che adesso si possa buttare all’aria proprio tutto.

Qual è la sua posizione sul governo Prodi?
Guardi io non ho più un partito e perciò sono libero di votare, volta per volta, quanto ritengo giusto e opportuno votare. Certo, a volte è disagevole perché se alla Camera c’è una maggioranza importante, qui al Senato se uno è assente perché ha un po’ di raffreddore il governo rischia di andare sotto.

Come nel caso Visco. Sulla mozione presentata dall’opposizione che chiedeva per il viceministro dell’Economia il congelamento definitivo delle deleghe sulla Guardia di finanza e le sue dimissioni, lei si è astenuto, scelta che al Senato equivale a un voto contrario.
Forse il difetto di Visco è nella comunicativa. Vede, in una vita parlamentare bisogna cercare di avere dei rapporti possibilmente buoni con tutti. Lui forse ha un carattere un po’ particolare, sennò nessuno gli contesta la preparazione.

Durerà? E quanto durerà, secondo lei, questo governo? 
Durerà perché non vi è un’alternativa. Non c’è una coalizione alternativa che stia proponendo una formula o un programma diverso. Quindi, in un certo senso, il governo Prodi ha questo vantaggio del trascinamento. L’alternativa di Forza Italia è solo quella di elezioni. Però le elezioni, salvo casi eccezionali, andrebbero fatte nei tempi stabiliti.

Bè, qualcosa di eccezionale c’è nell’aria se dal Nord al Sud l’Italia sprofonda in ciò che qualcuno ha già cominciato a chiamare “decadenza”.
Non lo so, perché il problema che è ancora rimasto allo stato iniziale è quello di un rapporto tra potere centrale e poteri periferici, cioè il ruolo delle Regioni. Noi abbiamo una Costituzione che su questo tema ha un testo abbastanza bene bilanciato. Però è un dibattito che anche sul piano teorico dieci anni fa ricorreva di più. Dieci anni fa si discuteva di riforma della Costituzione, adesso se ne discute molto meno. Non so se per un accredito della Costituzione o per un disinteresse per la Politica con la P maiuscola.

Insisto, il Sud sembra si avvicini a performance africane (pensiamo solo all’emergenza rifiuti in Campania), il Nord è sul piede di guerra. Anche i media filogovernativi ammettono che questo esecutivo gode della sfiducia del 70 per cento degli italiani. E poi c’è l’antipolitica di Beppe Grillo. Insomma, cosa ci vuole di più per fare l’eccezionalità?
Vede, Grillo è un po’ come il sale sulla minestra. Certe volte le provocazioni servono. Però è chiaro, non è che possiamo rispondere con le provocazioni ai problemi del paese. Quanto ai sondaggi, lei sa, io sono sempre molto dubbioso. Sono un po’ come quelli che puoi fare con i quattro cinque inquilini di casa. Guardi, governi che creino entusiasmo se ne sono avuti poco o niente. Il governo è quello che mette le tasse, quello che stabilisce le tariffe. Tu puoi fare dei lavori pubblici e allora soddisfi determinate esigenze, se però non hai i mezzi per farli crei una certa delusione. Insomma, forse perché l’ho fatto di mestiere e sono portato a una certa comprensione, però non credo che siamo o in un momento di particolare ostilità al governo, o di sostegno motivato del governo stesso. Tutto sta nel vedere se si creerà sul serio una politica europea, perché quella è stata la grande novità in cui abbiamo creduto e in cui io personalmente credo ancora, nonostante da anni si sia piuttosto fermi. Noi, teoricamente, abbiamo sul piano giuridico le equiparazioni con tutte le nazioni europee. Abbiamo la libertà di circolazione di merci, lavoro, persone. Ma sono tutte cose che restano piuttosto ancora sulla carta. La creazione di questa Comunità, che poi è stata fatta progredire chiamandola “Unione” Europea, in realtà è ancora in fase di costruzione, non diciamo del seminterrato, ma del primo piano.

Presidente, domenica 14 ottobre nascerà ufficialmente il Partito democratico. Come lo vede, ci ha mai pensato ad aderire a questa nuova formazione?
Per carità. No, guardi, io sono di età superiore, come si dice per i cavalli dopo i dodici anni. No. Dal giorno che hanno soppresso e cambiato nome alla Democrazia cristiana, io mi sono sentito piuttosto orfano. Però siccome da orfano ci sono campato (mio padre è morto che avevo due anni) si può campare pure da orfani di partito.

Però si sarà fatta un’idea di questo nuovo movimento politico.
Sì, però non so se sia un movimento di giovani o un movimento di ex. Sa, gli ex sono importanti. Quando ero ragazzo vedevo i garibaldini della Prima Guerra che facevano grandi sfilate in camicia rossa. Ma, insomma, è un momento così. Non di bassa pressione, ma un momento che è positivo sotto molti aspetti.

Per esempio?
Per esempio non ci sono più manifestazioni sindacali molto contestative, tranne qualche cenno recentissimo a Mirafiori, ma non di dimensioni inquietanti come quelle di una volta.

Dunque non vede in giro niente di negativo.
Bè, certo, forse quello che è un po’ una scommessa risponde alla domanda: ma si può veramente consolidare una democrazia senza partiti? I partiti hanno le strutture, i programmi, i congressi, la loro stampa. Tutto questo sta alle nostre spalle. Si è creduto che tutto ciò fosse una cosa non necessaria e ci fu la polemica sul finanziamento o meno dei partiti. Polemica legittima, si intende. Però il problema almeno veniva posto. Adesso ho l’impressione che non si ponga nemmeno più questo problema dei partiti.

Perché non si pone, secondo lei?
Forse perché, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica, la situazione internazionale è completamente cambiata. Qualcuno dice che la Cina potrà prendere il posto dell’Urss. Sì, però la Cina è lontana. Non vedo questa possibilità. Indubbiamente il mondo bipolare Usa-Urss dovrà far posto a un mondo in cui la Cina conta, l’India conta. E certamente sarà così. Anche se io non farò in tempo a vederlo.

Scusi, faccio fatica a capire cosa abbia a che vedere il problema dei partiti italiani con questa sua, diciamo così, nostalgia di uno schema internazionale bipolare.
Non sto certo rimpiangendo l’Unione Sovietica. Voglio solo dire che, vuoi per adesione fideistica, vuoi per legittima difesa o per proposizione di alternativa di modelli, quello schema di bipolarismo mondiale consentiva di avere punti di riferimento anche a noi. Sono stato ai funerali di Boris Eltsin e mi ha fatto buona impressione perché ho visto un funerale in chiesa, a Mosca. Cosa che nelle volte precedenti non era mai accaduto. In analoghe manifestazioni funerarie a cui ho partecipato, nessuno ci aveva mai portato in chiesa e mai si era visto un simbolo religioso. Quindi sotto questo aspetto sono stato contento. Insomma, si avvertono certi cambiamenti. Ma quali siano le linee costruttive di questi cambiamenti forse non sono ancora state disegnate. Sì, c’è la linea generale delle Nazioni Unite, che funziona per alcune agenzie specializzate, come per esempio la Fao. Ma avere un’assemblea che governa il mondo, questo è un fatto da cui siamo estremamente lontani.

E in effetti anche la nostra politica estera sembra ne risenta un po’. Non crede, presidente?
Bè, però, salvo accentuazioni, noi abbiamo avuto una notevole continuità nella politica estera italiana del Dopoguerra.

Anche il ministro D’Alema si inserisce nel solco di questa continuità?
Bè, sì, anche perché esiste una certa professionalità della nostra struttura diplomatica. Un ministro naturalmente integra, corregge, però è anche aiutato da qualcosa che cammina. Insomma, anche se il ministro la influenza, la struttura cammina lo stesso. Anzi guai se uno pensasse di dovere ricominciare daccapo in questa materia. Queste sono cose disastrose per un paese.

Anche l’islam cammina.
Sì, l’islam certamente è un problema, ma bisogna affrontarlo in maniera un po’ diversa da come l’ha affrontato Oriana Fallaci. Ripeto, certamente è un problema, perché sì, è vero, siamo tutti figli di Abramo. Però ci sono figli e figli, presunti figli e figliastri.

Foto Ansa