Germania, elezioni. «Tutti i programmi puntano su idee egualitarie e ignorano la necessità di riforme»

Le elezioni in Germania viste dal professor Gerd Habermann, cattolico e ultrà del liberalismo, che teme l’assistenzialismo di matrice europea

Germania al voto, dunque. Un voto per Berlino, per il cancellierato. Con Angela Merkel aspirante e probabile confermata, anche se con chi, insieme all’Unione Cdu-Csu, è ancora da vedere. Non troppo amata all’estero, nei paesi del sud Europa in particolare, perché identificata con l’immagine di una Germania considerata l’unica vera profittatrice della politica monetaria europea sviluppatasi dal momento dell’introduzione dell’euro, tra i propri concittadini la Merkel ha visto crescere il consenso proprio per questa immagine di leader strenuamente impegnata a difendere gli interessi del proprio popolo.

E questo nonostante il suo fare spesso ondivago (condizionato più dal non detto che dal detto), anche su temi di politica internazionale, e i fallimenti di alcune scelte, anche di politica economica: si pensi a quella che due anni fa, dopo Fukushima, veniva tanto decantata come la “Energiewende”, la svolta energetica che avrebbe dovuto portare a un rapido smantellamento delle centrali nucleari a vantaggio delle fonti energetiche alternative. Nei fatti si è tradotto tutto in un disastro, in particolare nel settore del solare (si vedano i recenti fallimenti Solarhybrid, Solar Millennium, Solon e Q-Cells), ma con il settore eolico che non sta meglio, anzi.

Dopo il confronto televisivo di qualche giorno fa tra la cancelliera uscente e Peer Steinbrück, il candidato della Spd, tra le truppe socialdemocratiche è serpeggiata perfino l’ipotesi che «l’esito del voto sia incerto» (così Günter Grass, al quale in questi casi piace sempre portare la bandierina della “divisione intellettuali”), salvo poi dover fare i conti con i sondaggi, impietosi: tutto fermo, altro che rimonta, Unione al 41 per cento e Spd al 26. Con i Grünen in evidente difficoltà, e per vari motivi: rivelazioni sul passato filo-pedofilo di vecchi esponenti del partito, campagna elettorale costruita praticamente solo su divieti (compreso quello di cavalcare pony in manifestazioni pubbliche) e con uso di manifesti che qualcuno non ha esitato a definire in “stile nazionalsocialista”.

Data per fuori gioco la sinistra estrema, la Linke (con la quale la Spd non intende accordarsi), restano due incognite: i liberali della Fdp, la cui conferma oltre la soglia del 5 per cento significherebbe il probabile riproporsi dell’uscente coalizione nero-gialla, e la AfD, Alleanza per la Germania, l’unica novità di queste elezioni, con la sua campagna tutta incentrata sull’abolizione dell’euro e il ritorno al Marco.

Tra i commentari più interessanti intervenuti in questa campagna elettorale spicca Gerd Habermann (nella foto), “filosofo dell’economia”, come si usa definire in tedesco, pubblicista e professore onorario dell’università di Potsdam, nonché cofondatore e membro della Fondazione che s’ispira all’economista liberale austriaco Friedrich A. von Hayek. Fin dal dottorato presso l’università di Costanza, Habermann ha indirizzato i propri studi verso la storia dello Stato sociale tedesco, fino al volume del 1994, intitolato Lo Stato assistenziale. Storia di un percorso sbagliato. È stato in particolare un suo articolo apparso su Welt dal titolo “La Repubblica livellata” a far discutere, perché accusatorio nei confronti di tutte le forze in campo, impegnate, ciascuno con un proprio linguaggio, a servire lo Zeitgeist, che in quest’ora della storia chiede di inneggiare all’egualitarismo, al motto “nessuno deve rimanere escluso”, dunque alla rimozione delle disuguaglianze sociali e all’assistenzialismo di Stato. Per questo abbiamo deciso di rivolgergli alcune domande.

Professore, come valuta, da liberale, la situazione della democrazia in Germania e nell’intera Europa?
Vedo la democrazia liberale minacciata principalmente dal centralismo, dallo Stato assistenziale e dell’egalitarismo estremo (la “società del tutto compreso”, la politica del pari trattamento). Il vero liberalismo è in questo momento ovunque sulla difensiva o addirittura in ritirata. Tuttavia in Germania noto anche un contro-movimento, soprattutto tra i più giovani.

Ritiene che esista il reale pericolo del costituirsi in Europa di nuovo Stato centrale di stampo neosocialista? Se sì, quali sono i soggetti che lavorano per esso e quale ruolo gioca l’euro?
Uno Stato neosocialista, centralizzato e assistenziale, rappresenta l’ideale presente nel programma dei nostri partiti di “sinistra”. Esso è anche nei desideri di diversi rappresentanti della Commissione europea e da più punti di vista risulta già in gestazione attraverso la politica europea di standardizzazione e di “armonizzazione”. Tuttavia non credo che questo discutibile ideale potrà affermarsi completamente e a lungo contro il volere dei popoli e delle democrazie locali. Esso è voluto propriamente solo da una parte rilevante dell’élite politica tedesca, per così dire come surrogato dell’impero: “Europa, euro über alles.” Ma per realizzare pienamente questo manca il substrato necessario: un popolo unitario. Il fallito progetto dell’euro rappresenta un fattore trainante in questa direzione, ma la sua difesa a oltranza, prima che alla realizzazione di uno Stato centrale (che non vogliono i francesi, come non lo vogliono gli italiani e gli inglesi) porterà anzitutto a una divisione, direi addirittura al caos all’interno dell’Unione Europea. Le nazioni del sud Europa vogliono semmai un’unione di trasferimento a loro favore. La Germania deve pagare.

Lei s’è dedicato a lungo allo studio dello Stato assistenziale, ovviamente partendo dal suo punto di vista liberale. Qual è la sua valutazione al riguardo?
Quello dello Stato assistenziale è un progetto secondo il quale tutti vogliono vivere a spese di tutti gli altri. Ma si tratta di un progetto che alla lunga non può funzionare. Direi piuttosto che esso è in procinto di autodistruggersi attraverso la distruzione del capitale, lo sviluppo demografico (lo Stato non può essere il sostituto della famiglia e tuttavia cerca di esserlo tramite la sua cosiddetta previdenza sociale e la sua politica familiare solidarizzante), e inoltre attraverso la de-moralizzazione dei cittadini, ai quali insieme alla libertà viene sottratta anche la loro responsabilità: fino ad ora ciò si è manifestato come un lento processo di erosione più che come un drammatico tracollo. E in ogni caso, nei paesi del sud Europa, grazie alla crisi legata ai debiti statali, risulta essere ormai in una fase avanzata.

Lei è cattolico: che relazione c’è tra il cattolicesimo e la dottrina liberale?
Il cristianesimo è storicamente essenziale per lo sviluppo dell’individualismo liberale fondato sull’autonomia della coscienza: ognuno è responsabile direttamente al cospetto di Dio delle proprie azioni. Inoltre, i vincoli con la dottrina liberale concernono lo scetticismo del cristianesimo rispetto allo Stato e al sapere, come ha evidenziato Friedrich A. von Hayek, come pure la difesa, promossa dalla Chiesa, di istituzioni di base come la proprietà privata e la famiglia. Infine, di fondamentale c’è stata e c’è la trasmissione dell’antica saggezza greco-romana avvenuta attraverso la Chiesa cattolica. È anzitutto a partire da queste fondamenta che si è sviluppata l’economia moderna. Da ricordare è anche quella realtà chiave che è stata la scuola di Salamanca, con i suoi padri domenicani e gesuiti, una vera avanguardia.

Come giudica il rapporto attuale tra la Chiesa cattolica e la dottrina liberale?
Purtroppo il modo in cui la Chiesa cattolica in Germania è legata allo Stato paralizza il suo ethos e la rende un suo organo di supporto piuttosto che una forza d’opposizione allo Stato assistenziale. Nel momento in cui in ultima istanza cerca, per così dire, di statalizzare l’amore verso il prossimo la Chiesa uccide una parte centrale del suo compito evangelico, della sua ragione d’essere.

Tra un mese in Germania ci saranno le elezioni per il cancellierato e per il rinnovo del Bundestag, secondo lei il governo uscente Cdu-Csu-Fdp potrà uscirne confermato?
Al momento sembra che il governo “nero-giallo” possa uscire dalle urne confermato, anche se per lungo tempo sembrava potesse accadere tutt’altro, tanto che si è parlato a lungo di una “maggioranza strutturale” dei partiti di sinistra.

A proposito di Chiesa cattolica, di recente il capo della Conferenza Episcopale Tedesca, il vescovo Zollitsch, è intervenuto nella campagna elettorale augurandosi che il nuovo partito Alleanza per la Germania (AfD), critico rispetto a euro e Unione Europea, non entri nel Bundestag, perché «il nostro futuro è in Europa e non nel ritorno agli Stati nazionali». Perché questa paura rispetto a AfD tra i vescovi tedeschi?
Anzitutto Zollitsch è solo uno dei vescovi tedeschi e in secondo luogo, non possedendo approfondite conoscenze in materie economiche ritengo che difficilmente possa ritenersi nella condizione di capire il perché l’euro sia stato malamente costruito e i motivi per cui la moneta unica più che unire in realtà divida l’Europa. Credo anche che non comprenda il fatto che non si tratta di tornare allo Stato nazionale, piuttosto della correzione di un errore di prospettiva, di una centralizzazione avvenuta nel luogo sbagliato. Al di là di tutto, secondo me la Chiesa cattolica non dovrebbe intervenire su questioni strettamente politiche. Così è dal Concilio Vaticano II, ma con quest’uscita contro l’AfD Zollitsch è sembrato voler tornare indietro nel tempo.

Avrà letto i programmi elettorali dei partiti, che cosa ne pensa?
In ogni programma elettorale prevalgono idee egualitarie. Si continuano a tirare somme sbagliate, anti-liberali, viene ignorata l’enorme necessità di riforme strutturali che esiste anche in Germania. L’elettorato viene narcotizzato con ogni tipo di droga monetaria addizionale e promesse. Ma presto arriverà il momento della verità e con esso l’ora di un fermo liberalismo. Questo processo verrà accelerato dalla crisi dell’euro e dall’indebitamento degli Stati. Sarà l’ora del “politico alla Schumpeter”, del riformatore bravo e competente, come accaduto a suo tempo in America, in Gran Bretagna, in Nuova Zelanda, o in Germania nel 1948, con il grande Ludwig Erhard, che trionfò contro ogni previsione politica. Il liberalismo ha dalla sua la logica del successo economico e l’esperienza storica. Né il socialismo tradizionale, né la “società del tutto compreso” degli egualitari possono risolvere i nostri problemi, come non lo può neppure l’ossessione ideologica dei Verdi, con la loro religione “climatica”.

Riesce a immaginarsi quale potrebbe essere lo scenario politico post-elettorale? Qual è il suo auspicio?
Il mio desiderio più intimo è che si rafforzino i veri liberali, intendo anche quelli presenti nell’Unione Cdu-Csu. D’altronde sono possibili tutte le costellazioni, dipenderà dall’esito delle urne.