Meglio sani per scelta che malati per caso? «A trattare così gli embrioni ci perdiamo tutti»

«Manipolando la vita ci perdiamo tutti: abituandoci a guardare l’altro come oggetto uccidiamo l’imprevedibile e ci chiudiamo in un bunker». Intervista a padre Giorgio Maria Carbone, docente di bioetica e teologia morale

Un figlio sano o su misura?“. A padre Giorgio Maria Carbone, docente di bioetica e teologia morale alla facoltà di teologia dell’Emilia-Romagna, e autore di diversi libri sulla fecondazione extracorporea, manca l’aria a leggere il titolo dell’articolo apparso lunedì sul Corriere della Sera a firma del genetista Edoardo Bonicelli. Per prevedere se il bambino crescerà sano, si legge, «si preleva da un abbozzo di embrione umano di cinque giorni, ottenuto tramite una fecondazione in vitro, una delle pochissime cellule che lo compongono. Ci si conduce sopra un’approfondita analisi genetica e, se tutto è a posto, si impianta il resto delle cellule dell’abbozzo in un utero e gli si lascia completare la sua gestazione». La conclusione di Boncinelli è questa: «Si tratta di problemi che la società deve analizzare e dibattere al più presto, ma sarebbe folle rinunciare a uno strumento di questo tipo: meglio sani per scelta che malati per caso».
Questa non è una grande notizia. Il cardinale Carlo Caffarra diceva che è solo l’ultimo esito, reso visibile dall’accettazione della fecondazione in vitro, di una concezione dell’uomo ridotto a prodotto materiale. Una volta ammesso questo, diceva il cardinale, il produttore si sentirà autorizzato a trattare l’uomo come tale. Quindi anche a renderlo perfetto ed efficiente per venderlo agli acquirenti.

Chi sarebbero gli acquirenti?
Lei crede che chi fa i figli tramite fecondazione, scoprendo poi che potrebbero non essere sani, li accetterà? Chi produce un figlio non lo sta accogliendo come un dono da “ridonare” a chi lo ha creato, ma come qualcosa da avere, da realizzare, come un suo progetto. Bisognerebbe chiedere a chi li “produce”: «Ma che significato ha per te avere un figlio? Perché li metti al mondo? Per te stesso?». Siamo onesti, nessuno, producendo una cosa per sé, potendo scegliere, la farà difettosa. Sbaglio?

Parlando di figli si usano parola come: “fabbricazione”, “produzione”, “prodotto difettoso”, “ammasso di cellule”.
Queste espressioni sono la naturale conseguenza della fecondazione extracorporea, della fivet, cioè della produzione dell’essere umano dentro una provetta. Una volta che si consente che uno di noi possa venire al mondo, non in seguito a un rapporto sessuale e coniugale, ma a causa di un intervento tecnico, non all’interno del grembo materno, ma dentro una piastrina di vetro, allora è giocoforza che le parole esprimano i fatti: l’essere umano non è più generato, ma prodotto. E quindi come ogni prodotto sarà sottoposto a un giudizio di qualità. C’è un però. Oramai la letteratura scientifica conferma copiosamente che le tecniche di fecondazione extracorporea sono responsabili della maggiore incidenza di molte patologie. Questi studi sono taciuti, ma la letteratura ne parla. Penso ai dati dei registi australiani pubblicati sul New England Journal of Medicine e da cui è emerso che nell’8,3 per cento dei casi i bambini nati da inseminazione artificiale hanno delle malformazioni. Nel novembre 2008 la rivista scientifica Clinical Obstetrics and Gynaecology ha poi pubblicato le ricerche mondiali più importanti condotte sulla popolazione con analisi di paragone fra gruppi. Ne è emerso che il tasso di rischio di malattia per i concepiti in provetta è salito in 5 anni al 40 per cento. Nel febbraio del 2012 i ricercatori giapponesi Shiota e Yamada hanno dimostrato ampie possibilità di contrarre gravi sindromi, quella di Beckwith-Wiedemann, di Angelman, di Prader Willi e altre ancora.

Boncinelli parla di una nuova tecnica di sequenziamento del Dna, che «dovrebbe evitare brutte sorprese», proprio per scartare i bambini malati.
Solo i dati sull’autismo dei bambini nati in provetta, pubblicati sul Journal of the American Medical Association lo scorso 2 luglio, ci dicono quante cose sfuggono all’analisi del Dna. Comunque sia, non è detto che i bambini il cui codice genetico sembra perfettamente sano non si ammaleranno. Boncinelli trascura di considerare un aspetto molto significativo: il prelievo di una o più cellule embrionali quali conseguenze produrrà nella crescita e nello sviluppo dell’embrione stesso? L’essere umano di età embrionale sarebbe sottoposto all’asportazione di cellule che non sono lì a caso e in sovrappiù, ma sono fortemente interrelate con le altre, al punto che i segnali di una influenzano lo sviluppo delle altre. Non si può far passare l’operazione descritta da Boncinelli come indenne. Inoltre nell’articolo si parla di “abbozzo di embrione”, eppure chi scrive sa benissimo che non sta parlando di un abbozzo, ma di un embrione fatto e finito, e siccome si tratta della specie umana, è bene dire che siamo davanti a un mio simile di età embrionale.

Che altre conseguenze ha una medicina determinista, in cui si pensa che l’uomo sia descrivibile solo dal suo Dna?
È sbagliata già nelle premesse. Non è vero che la presenza di un gene determinerà per forza una malattia. Molti di noi hanno dei geni portatori di patologie che magari non si esprimeranno, rimanendo silenti. In altre persone, invece, questi stessi geni potrebbero attivarsi per via di fattori non genetici, ma ambientali o esistenziali, come ad esempio lo stress. Il determinismo è una delle tante forme di riduzionismo: coglie solo un aspetto e lo assolutizza, come se esistesse solo tale aspetto. È una grande trappola: è incapace di predire il futuro, come invece pretende di fare. Non può tener conto di variabili imprevedibili, come lo stress, o altri fattori ambientali che dipendono dalla vita concreta di ognuno di noi. Pretende di essere oggettivo, ma in realtà non produce scienza perché salta dati necessari alla conoscenza.

Considerare l’uomo non solo come materia ma come mistero non è quindi necessario solo dal punto di vista esistenziale.
Assolutamente. Se non teniamo conto del dato misterioso che fa essere l’embrione, cercando di manipolare e misurare tutto, la natura si ribella: vedi le patologie legate alla fecondazione in vitro di cui parlavamo sopra. E poi si frena la vera ricerca. Cercando il modo di eliminare i malati non si prova più a trovare rimedio alle malattie. Lo stesso premio nobel giapponese, Shinya Yamanaka, lo dice: fermandosi davanti al dato reale della dignità umana dell’embrione ha intrapreso vie nuove, alternative all’uso strumentale e manipolatorio delle cellule embrionali. Così ha fatto una grande scoperta per sconfiggere le malattie. Solo rispettando i dati, solo tutelando ogni essere umano di qualsiasi età, e non manipolandolo o eliminandolo, solo così le conoscenze progrediscono, la scienza avanza e la medicina trova nuove vie.

L’articolo del Corriere non parla infatti di una scoperta per curare una malattia, ma per dire se i geni sono potenzialmente sani o no. Anche se poi non si sa dire cosa accadrà.
Se elimini il malato anziché ricercare la cura, quando poi nel sano si presenta una malattia non saprai come affrontarla. Paradossalmente programmando ogni cosa ci sfugge tutto, perché non abbiamo tenuto conto del dato imprevedibile che può verificarsi. Purtroppo è così.

Una visione del genere è soffocante.
Siamo in quel bunker di cui ha parlato Benedetto XVI. Infatti, a trattare così gli embrioni, cioè i bambini, non ci perdono solo loro ma noi tutti: abituandoci a guardare l’altro solo come oggetto di performance qualitative e quantitative, senza aspettarci nulla oltre a ciò che tocchiamo e vediamo, senza fare attenzione al mistero imprevedibile che è l’altro, ci stanchiamo subito di lui, proprio come di una merce troppo usata. Se non ci abituiamo a esercitare questa curiosità profonda per le cose e le persone tutto stanca e annoia. Dopo un po’ nulla ci parla più. E, proprio come dice Benedetto XVI, la vita diventa una stanza senza aria in cui soffochiamo.