Fantozzi ragionier Ugo. Presente!

Ricordare come si deve Paolo Villaggio, scomparso oggi a 84 anni, è vano e impossibile, prendere commiato dalla sua Italia è ancor più arduo, essendosi questa semidissolta

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Me lo hanno sempre descritto come un uomo pressappoco spregevole: gretto, pavido, egoista, genovese oltre ogni dire. Insomma una carogna, e forse a lui sarebbe piaciuto essere funeralizzato come un Arpagone in caftano. Ma poi chissenefrega. Perché Paolo Villaggio per molti di noi non è mai esistito: lui era Fantozzi ragionier Ugo, con la sua nuvola dell’impiegato, moglie e figlia atrocemente brutte e vilipese, un lavoro da furbetto (lui sfigato) del cartellino, il mega presidente galattico con sedia in pelle umana e acquario degli impiegati scelti, il ragionier Folagra accanto a sé nel sottoscala a strologare di paleomarxismo, Calboni a leccare il culo dei potenti (“è un grande presidenteeee”) e Filini a organizzare la megamacchina del dopolavoro. E così via.

La signorina Silvani, il meglio della Mazzamauro, la tengo a parte per arrivare al punto: non potete negarlo, in ogni luogo di lavoro c’è una signorina Silvani, la gattamorta desiderata per mancanza d’altro e anche un po’ cozza se la guardi bene, quella che seduce senza darla via e sputa sulla spatola del mascara prima di passarsela sulle ciglia. Metafora vivente di miseria e nobiltà del ceto medio italiano inebriato dalla finta opulenza dell’Italia di mezzo secolo, quella che l’utilitaria è un diritto almeno quanto la Peroni gelata con rutto libero davanti alla partita della Nazionale di calcio; quella che la corazzata Potiomkin è una cagata pazzesca e la gita al mare va bene finanche in mezzo a una discarica per fricchettoni (modello Franchino, quello con le ascelle assassine che costringe Fantozzi a discettare sull’imperatore Giuliano La Prostata).

Ve lo siete, ce lo siamo meritato il ragionier Fantozzi. Autentica autobiografia analogica della nazione del secondo dopoguerra, ritratto di famiglia in un interno miserabile e senza alcuna luce di grandezza. Un popolo di non vincenti che in ogni giorno feriale prende idealmente il proprio autobus al volo, calandosi dalla finestra della propria sudditanza; e nei giorni festivi pedala senza un perché alla ricerca di una coppa Cobram spacciata per ricreazione ma rincorsa sempre per decreto padronale. Il Fantozzi in sé e il Fantozzi in me, ovvero i poli di una dialettica anti eroica che ha marcato un’epoca sociale e cinematografica, letteraria perfino. Una contro retorica appena riscattata dal doppio arimanico e meno fortunato rappresentato dalla violenza della belva umana appiccicata al signor Fracchia, un Fantozzi meno riuscito.

Una volta, ragazzino, qui a Roma, mi capitò d’affiancare l’auto di Filini (Gigi Reder) al semaforo, abbiamo avuto il tempo di replicare la scenetta tennistica del “batti lei”: batti!, che fa mi dà del tu?, no batti lei!, ah, il congiuntivo! Risate di stupefazione. Al suo posto Villaggio mi avrebbe mandato affanculo, e avrebbe fatto anche bene. Perché non c’è eroe per il suo cameriere (Hegel) e il suo Fantozzi è stato appunto il cameriere di tutti gli italiani che grazie a lui hanno eroicamente esorcizzato la propria condizione di consumatori passivi della bevanda che addormenta, la stordente feccia della dimenticanza, il totem dei tempi ultimi e pre digitali: la televisione. Ricordare come si deve Paolo Villaggio è vano e impossibile, prendere commiato dalla sua Italia è ancor più arduo, essendosi questa semidissolta; sopravvivono focolai di parassitismo pubblico, ma senza più nemmeno la poesia dell’abbronzatura collettiva sul terrazzo ministeriale. Causa caduta del cielo sulla testa d’uno strapaese che si presume globalizzato. Arpagone avrà trovato un lacerto di Campi Elisi? Dubito. Ma gli augurerei di svernare la sua animaccia fra gli abeti del nord in cui è ambientato “Il segreto del bosco vecchio”, suo miglior film. Il resto è una cagata pazzesca.

Foto Ansa

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