L’Europa ci concede maggiore flessibilità nei conti pubblici. Ma i margini di manovra rimangono «strettissimi»

Rimane il problema del debito pubblico. Il nuovo Patto di stabilità europeo impone la riduzione del debito per la parte eccedente il 60 per cento di un ventesimo l’anno, pena la riapertura della procedura d’infrazione

«Ce l’abbiamo fatta!», ha twittato soddisfatto il premier Enrico Letta con riferimento alla decisione della Commissione Ue di concedere maggiore flessibilità per i prossimi bilanci ai paesi che, come l’Italia, avrebbero i conti in ordine essendo fuori dalla procedura di infrazione. Ma c’è poco da esultare secondo Avvenire che, in un articolo a firma dell’inviato da Bruxelles Giovanni Maria Del Re, si premura di far notare come, in realtà, ci sia «pochissimo spazio di manovra per Roma, visto il suo elevatissimo debito pubblico».

MA QUALE GOLDEN RULE? Il motivo per cui la famosa «carta di Bruxelles sulla flessibilità per gli investimenti produttivi», ossia la possibilità di uno «scorporo degli investimenti produttivi dal computo del deficit» per chi non ha in essere procedure di infrazione da parte dell’Unione europea, è difficile che possa portare grandi cambiamenti nell’economia italiana e maggiore benessere per i cittadini è presto detto. Il riferimento è al debito pubblico. Il nuovo Patto di stabilità e crescita marcato Unione europea, infatti, impone la riduzione del debito per la parte eccedente il 60 per cento di un ventesimo l’anno, pena la riapertura della procedura d’infrazione per debito eccessivo.

MARGINI STRETTISSIMI. È vero che l’Italia avrà tre anni di tempo per adeguarsi ma, spiegano da Bruxelles e sottolinea Del Re, vista l’entità del suo debito (130 per cento del pil), «è bene che l’Italia si prepari fin da subito» se non vuole rischiare di incappare, tra tre anni, in una nuova procedura di infrazione. Tradotto: «Per l’Italia i margini sono fin da ora strettissimi». E se a novembre il deficit italiano sarà confermato al 2,9 per cento di maggio «non ci sarà margine per manovre di crescita» già nel 2012, prosegue Del Re. Mentre se «i flussi di cassa indicheranno un deficit al 2,6 per cento (previsto però da Bruxelles per il 2014) ci sarà uno 0,3 per cento del pil da spendere. Vale a dire circa 6 miliardi».

TASSE, UN NUOVO RECORD. Intanto, però, quello che è certo è che l’Istat ha certificato l’ennesimo record negativo: la pressione fiscale nel primo trimestre 2013 ha raggiunto il 39,2 per cento, superiore dello 0,6 allo stesso periodo del 2012. E l’indebitamento delle pubbliche amministrazioni è salito al 7,3 per cento. Che non sono certo segnali positivi.