L’errore dell’elemosiniere del papa

Il cardinale Konrad Krajewski è certamente una grande persona, ma il suo gesto inaudito di riattaccare la corrente agli abusivi è sbagliato

Il cardinale Konrad Krajewski è certamente una gran persona, ma altrettanto certamente ha compiuto un grande errore. A quanto pare l’elemosiniere del Papa si è calato in un tombino per togliere i sigilli da una cabina elettrica e riattivare la luce in uno stabile di via Santa Croce a Roma. Stabile occupato, in cui vivono abusivamente 450 persone (di cui un centinaio di bambini) che sono da sei giorni senza elettricità poiché l’ente gestore lamenta il mancato pagamento delle bollette. Una morosità che ammonta a 300 mila euro, non di poco conto, insomma.

Carità cristiana, non Robin Hood

Repubblica oggi presenta il cardinale come un «Robin Hood», e già qui iniziano i problemi. Perché il suo gesto inaudito si presta inevitabilmente a essere strumentalizzato. Eppure Krajewski è tutto fuorché un “antagonista”, un prete ribelle, un sacerdote sprovveduto. Polacco, 55 anni, come racconta oggi sempre Repubblica, «fu uno dei pochi ammessi nella camera di Wojtyla, che lui considerava già santo, al momento della morte. Poté vestirlo insieme a tre infermieri». Papa Francesco gli ha affidato il compito di occuparsi dei poveri della città e “don Corrado”, come lo chiamano tutti, lo fa con ammirevole dedizione e zelo cristiano. Le sue opere sono innumerevoli: si occupa di senzatetto, di persone indigenti, di quegli “scarti” di cui tutti si riempiono la bocca, ma su cui nessuno – le istituzioni in primis – fa la fatica di chinarsi. Un vero esempio di carità cristiana, altro che Robin Hood.

Il problema, invece, c’è

«È stato un gesto disperato», ha detto il cardinale ai media. E oggi al Corriere dichiara in un’intervista: «Da questo momento, da quando è stato riattaccato il contatore, pago io, non c’è problema…». Ma il problema, invece, c’è e non solo perché Krajewski ha consapevolmente violato la legge, tra l’altro mettendo a repentaglio la sua stessa vita, ma anche perché resta il fatto che i 300 mila euro di arretrati chi li paga? Se non è giusto che li paghino gli abusivi, è giusto che li paghi il Comune, la collettività? È una domanda brutale e antipatica, che, però, va posta.

Stare coi collettivi

Il cardinale che, per quel che fa quotidianamente, ha tutta la nostra ammirazione (e lo diciamo senza ironia), ha superato un confine che non poteva né doveva oltrepassare. Così, anziché aiutare a risolvere la situazione, l’ha aggravata. È chiaro che qualcosa è andato storto, che la vicenda è sfuggita di mano e che si è incancrenita. Ma se è vero, come pare, che è una situazione che si protrae da sei anni, forse che i collettivi che rivendicano il “diritto” all’occupazione, e che sono nello stabile, non hanno anch’essi una parte di responsabilità? Il Comune avrà le sue colpe, l’ente gestore dell’elettricità avrà le sue colpe, ma così Krajewski ha finito con lo schierarsi da una sola parte, dalla parte del collettivo Action che nel 2013 occupò il palazzo di 16 mila metri quadrati. Anche senza volerlo e certamente in una situazione di emergenza, don Corrado si è posto dalla parte di chi, in nome di una precisa ideologia politica, si ritiene al di sopra della legge. E ha creato un precedente: da oggi potrà essere facilmente “ricattato” da chi ha in antipatia il Vaticano.

Alternative più durature

È un confine che non si può oltrepassare, soprattutto se, come nota giustamente oggi Carlo Nordio sul Messaggero, «si è a tutti gli effetti un cittadino dello Stato vaticano». Krajewski, scrive sempre Nordio, «se avesse voluto soccorrere gli occupanti abusivi che avevano accumulato trecentomila euro di bollette, avrebbe avuto varie opzioni non solo più corrette, ma anche più durature: da quella più ovvia di offrirsi personalmente di saldare il conto, a quella ancora più encomiabile di fornire evangelico riparo nei vari immobili di cui il Vaticano dispone».

La discoteca, la birreria, il cinema

In un altro articolo apparso oggi sul Messaggero si racconta la storia dello stabile occupato dagli antagonisti di Action. Di proprietà della Investire Sgr (che vide sfumare la vendita dell’immobile per 50 milioni di euro), è stato via via riempito di persone che, scrive il quotidiano romano, devono «versare ad Action una quota di affitto».

Ma il vero business non è quello del pizzo preteso da chi gestisce questo stabile, bensì “Spin Time Labs”, che indica, originariamente, la costola “ludica” di questo fortino presidiato all’ingresso dalle vedette anti-polizia. Musica, birra, trattoria, falegnameria, persino cinema, ma, soprattutto, una discoteca (con ingresso in via Statilia). Ogni weekend vengono organizzate serate con ingresso a pagamento: ci sono le feste delle scuole superiori, djset con artisti stranieri, tutti possono affittarsi (pagandola) una sala. I giovani amano questa disco, perché l’alcol viene venduto a prezzi calmierati e perché il “fumo” si trova facilmente. I residenti, in compenso, sono esasperati: il venerdì e il sabato, la musica rimbomba in tutte le vie limitrofe, talvolta fino all’alba. 

Non solo, scrive ancora il Messaggero:

Da qualche tempo, vi hanno trovato casa anche i ragazzi di Scomodo, che qui hanno organizzato uno dei loro party memorabili: nella stessa notte in cui ad Ancona si consumava la tragedia della “Lanterna Azzurra”, nel piano interrato entravano rombando delle moto. La proprietà ha presentato almeno cinque esposti alla Procura, oltre ad aver sollecitato più volte la Prefettura a intervenire. Qualche mese fa la beffa: i vigili hanno inviato una missiva alla Investire Sgr, sollecitandola a “tutelare” il decoro del porticato dello stabile, occupato da alcuni clochard. «Quel palazzo è una bomba ad orologeria: non ci sono uscite di emergenza, e nei weekend, nella discoteca entrano centinaia di persone», dicono i residenti, ormai sempre più rassegnati. 

Foto Ansa