Emergenza profughi. “Accogliere tutti” sì, ma con realismo cattolico: due autorevoli consigli pratici

La sapienza millenaria della Chiesa insegna: accogliere quanti si può, ma intanto incidere sulla sorgente malvagia di queste migrazioni. Le “soluzioni tecniche” del patriarca siro-cattolico e di papa Francesco

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Pubblichiamo la rubrica “Boris Godunov” di Renato Farina contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

L’imperativo “accogliere tutti” è identico a quello evangelico: dar da bere agli assetati eccetera. Ancora: perdonare tutti, sempre. Non si deroga. Ma questo non significa affatto augurarsi e fare in modo che ci sia in giro gente assetata, né creare le condizioni per cui ci sia da perdonare di tutto e di più.

Semplifico? Boris è così. Altrimenti si muore.

Ricordo a Dori, Burkina Faso, nel Sahel. C’era la carestia. Padre Lucien Bidaud, gennaio 1984, mi accolse in casa sua con il fotografo Elio Ciol. Non c’era pavimento nella stanza, ma sabbia del deserto. La sera doveva fermarsi, chiudere le porte, se le avesse tenute aperte sempre sarebbero morti lui e quelli che di giorno soccorreva girando con la sua Peugeot. Non era per preservarsi dalla morte, ma per amare davvero. Morì comunque, si perse infatti nel deserto, vicino a Gorom-Gorom. E Boris lo pensa spesso e gli chiede perdono per non averlo aiutato abbastanza.

Dalla Chiesa cattolica non arrivano richiami all’impossibile, ma consigli pratici, non per donare di meno, ma meglio. Qui ne riporto due. In crescendo gerarchico.

Il patriarca della Chiesa siro-cattolica Ignace Youssif III Younan in un’intervista alla Radio Vaticana: «I paesi arabi, che sono a maggioranza musulmana, hanno vasti territori e miliardi di dollari. Allora perché non dare a questi poveri una sistemazione in qualche regione mediorientale, sotto l’egida delle Nazioni Unite, e poi aiutarli a ritornare nelle proprie case una volta che la situazione sarà migliorata? E invece nessuno ne parla: questi popoli hanno affinità di lingua, di religione e di cultura».

Eugenio Scalfari su Repubblica del 30 agosto riferisce: «Venerdì scorso ho avuto un lungo colloquio telefonico con papa Francesco, che ha toccato vari temi, ma soprattutto quello delle migrazioni… Francesco sa benissimo che le immigrazioni dirette verso continenti di antica opulenza e di antico colonialismo, anche se riconoscono alcuni diritti di asilo con più ampia tolleranza di quanto finora non sia avvenuto, saranno comunque limitate. Ma il suo appello al Congresso americano e a tutte le potenze che rappresentano il cardine dell’Onu e quindi del mondo intero, verterà necessariamente su un altro aspetto fondamentale delle migrazioni: una conquista di libertà dei migranti che avviene, per cominciare, nei luoghi stessi dove ancora risiedono e dai quali vorrebbero fuggire. È lì, proprio in quei luoghi, che il diritto di libertà va riconosciuto, oppure nelle loro adiacenze, creando se necessario libere comunità da installare in aggregati che esse stesse avranno costruito e amministreranno con l’aiuto di centinaia o migliaia di volontari che le assisteranno con una serie di servizi e con un’educazione allo stesso tempo civica e professionale. Questo è il progetto che papa Francesco sta coltivando e che ovviamente ha bisogno del sostegno delle grandi potenze indipendentemente dalla loro civiltà, storia, religione».

Le soluzioni tecniche e la posizione del cuore
Questo è perfetto realismo cattolico, sapienza millenaria: accetta il martirio di molti, ma vuole insieme la salvezza dei popoli. Insomma: accogliere quanti si può, ma intanto incidere sulla sorgente malvagia di queste migrazioni. Dunque, se a Boris è permessa una sintesi: spingere i grandi paesi arabi (esempio: Arabia Saudita, Emirati) a creare campi di accoglienza provvisoria nei loro confini sotto l’egida dell’Onu (patriarca Youssif III); iniziative internazionali per sostenere comunità organizzate e sicure a ridosso delle zone di conflitto e di fuga, con la presenza di migliaia di professionisti e volontari cristiani (Francesco).

Soluzioni tecniche. Prima occorre il giudizio: nel proprio cuore bisogna essere disponibili ad accogliere tutti, a piegarsi come il samaritano, curando con olio e vino il sofferente derubato e malmenato dai banditi. Qualcuno intanto catturi i banditi, gli impedisca di nuocere.

Foto Ansa