Egitto. «Mio padre ha detto ai jihadisti che era cristiano e loro lo hanno ucciso»

Mina Habib, cristiano egiziano di 10 anni, ha visto morire suo padre ed è tra i superstiti dell’attentato del 26 maggio, quando l’Isis ha bloccato tre veicoli diretti verso un monastero uccidendo 29 copti

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Relatives of killed Coptic Christians grieve during their funeral at Abu Garnous Cathedral in Minya, Egypt, Friday, May 26, 2017. Egyptian officials say dozens of people were killed and wounded in an attack by masked militants on a bus carrying Coptic Christians, including children, south of Cairo.(AP Photo/Amr Nabil)

Mina Habib è un ragazzino cristiano di 10 anni e non si è ancora ripreso per l’uccisione del padre, avvenuta sotto i suoi occhi per mano dei terroristi dello Stato islamico in Egitto. Insieme ad altre decine di copti si stava recando il 26 maggio al monastero Anba Samuel, quando i jihadisti hanno intercettato nel deserto un autobus, un’automobile e infine un pick-up.

29 MORTI. I terroristi hanno prima sparato con i loro kalashnikov contro i finestrini dei veicoli, poi hanno fatto scendere gli uomini e li hanno uccisi tutti. Prima di freddarli hanno intimato che si convertissero all’islam per avere salva la vita, ma nessuno ha abiurato. Infine hanno sparato nei piedi a donne e bambini. Molti piccoli sono stati uccisi. In tutto, nell’attacco sono morte 29 persone. Altre 24 sono rimaste ferite.

«MIO PADRE NON HA ABIURATO». Mina Habib viaggiava sul pick-up insieme al padre e al fratello Marco di 14 anni. L’autobus e l’auto li precedevano. Quando sono stati bloccati dai jihadisti c’erano già molti uomini per terra, in mezzo a pozze di sangue. «Abbiamo visti i morti per terra. Hanno preso mio padre, gli hanno chiesto come si chiamava, poi gli hanno detto di recitare la professione di fede islamica. Lui si è rifiutato e ha risposto che era cristiano. Allora hanno sparato a lui e a tutti quelli che ci circondavano», racconta a Reuters Mina.

ALLAHU AKBAR. I jihadisti erano una quindicina e si sono accorti presto che Mina e il fratello erano ancora vivi: «Ci hanno visti, ci hanno fatti scendere e ci hanno puntato un’arma alla testa. Poi però è arrivato un altro e gli ha detto di lasciarci andare. Parlavano con il nostro accento, non erano barbuti ma ogni volta che uccidevano qualcuno, gridavano “Allahu Akbar”», continua il ragazzino.

«SOLO DIO CI PROTEGGE». Oggi Mina è tornato a vivere nel villaggio cristiano di Dayr Jarnous insieme alla madre e al fratello. Sul muro della loro casa i vicini hanno scritto: “Marco e Mina, i cuor di leone”. I residenti del villaggio non si sentono al sicuro dopo quello che è successo, così come la vedova Hanaa Youssef: «La sicurezza, il governo e l’esercito sono negligenti. Nessuno ci protegge, tranne Dio. Tutti sanno che i cristiani non vengono protetti in Egitto».

Foto Ansa/Ap

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