Il futuro della rivoluzione del predellino

Il processo di unificazione di Fi, An e il resto ha le sue gatte da pelare. Da un lato quelli del “cavallo vincente non si cambia”, dall’altro quelli che sognano un partito all’antica, con preferenze e riti congressuali. Ben vengano i litigi, ma non le separazioni

Questo articolo è tratto da Tempi n. 36 del 4 settembre 2008

D’accordo, Silvio Berlusconi non avrà fermato i carriarmati russi a quindici chilometri da Tbilisi, però almeno a Roma ha fatto in tre mesi quello che nessun politico è riuscito a fare in trent’anni. Aggiungete, alla già lunga lista di provvedimenti varati prima delle ferie, la chiusura dei dossier Alitalia e Libia, le misure scolastiche ammazza Sessantotto di monna Gelmini e il pacchetto di don Alfano che seppellisce i giudici buontemponi. Capito perché Veltroni ha seri problemi con «la raccolta di milioni e milioni di firme contro il governo»?

Già, che fatica stare all’opposizione. E che film surreale volare a Denver per applaudire Obama mentre i tuoi compagni restano a Firenze per fare il monumento a Di Pietro. D’accordo, magari nei prossimi mesi tutto finisce qui. Non ci sarebbe niente di strano. Sono lustri che ai politici italiani piace farsi del male. Però, per adesso, godiamoci i risultati da guinness dei primati (specie se paragonati al nullificio del professore che si credeva il papa) di un esecutivo che ha i numeri e l’ambizione per passare alla storia. E poi l’estate procede molto bene.

Il presidente del Senato, ministri, una settantina di parlamentari e Livia Turco sono in questi giorni tutti insieme appassionatamente pellegrini in Terra Santa con monsignor Rino Fisichella. I generali del Partito democratico sono sul Piave a mormorare che la candidatura a un battito di cuore dalla presidenza degli Stati Uniti di Sarah Palin porterà via a Veltroni anche la speranza di avere un amico in paradiso.

Insomma, considerato che anche i cosiddetti “poteri forti” non gli sono più così tanto ostili, Berlusconi non ha niente da temere, viaggia alla grande, solo Dio sa dove può arrivare. C’è solo un piccolo nodo che il Cavaliere non è ancora riuscito a sciogliere. Almeno non completamente. La cosiddetta “rivoluzione del predellino” da cui nacque il Pdl è lì che aspetta ancora una certificazione definitiva.

Il fatto è che proprio tale processo di unificazione tra Forza Italia, An e il resto (che potrebbe andare fino al ritorno del figliol prodigo Pierferdinando Casini) ha le sue belle gatte da pelare. Perché da una parte ci sono quelli del “cavallo vincente non si cambia” (scuola di pensiero Denis Verdini, coordinatore nazionale e reggente dell’attuale Pdl), che sposano l’idea di un’organizzazione del partito che legittimi lo status quo, dunque un Pdl articolato e procedente dal carisma del capo, dall’alto verso il basso, con primarie intorno al premier e, al massimo, una rinfrescatina a base di gazebo. Dall’altra ci sono quelli che invece vorrebbero fondare un bel partito all’antica, con i suoi riti congressuali, i suoi voti di preferenza, le sue correnti territoriali e più o meno confessionali.

Qual è il nostro modesto consiglio in materia? Quello di litigare sì, ma senza dimenticare che se due litigano e uno è convinto di avere un buon cinquanta per cento di ragione, va benissimo. E se uno pensa di averne anche il sessanta o il settanta va anche meglio. Il problema è se uno crede di avere ragione al cento per cento. È allora che si sfasciano anche le migliori famiglie.